Positivo al Covid, la denuncia della moglie: “Nonostante avesse difficoltà respiratorie non volevano portarlo in ospedale”

“Le bombole di ossigeno sono finite e gli operatori del 118 invogliano a proseguire con la cura domiciliare, anche se il paziente necessita di ricovero, perchè gli ospedali sono pieni. Questa non è una situazione da zona gialla”. Il racconto della moglie di Mario, ricoverato all’Ospedale del Mare

La Campania resta, per ora, in zona gialla, anche se il report dell’Istituto Superiore della Sanità fa rientrare la nostra regione nel poker di quelle più in bilico insieme ad Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia e Veneto. Lo scenario potrebbe, però, cambiare nelle prossime ore, quando i tecnici del Ministero della Salute, giunti in Campania per capire se si è creata una falla nella raccolta e trasmissione dei dati, ultimeranno la verifica. Tra le ipotesi contemplate la possibilità di far rientrare la Campania in zona arancione con le aree di Napoli e Caserta in codice rosso. Non ci resta che attendere e, nel frattempo, fare i conti con una situazione paradossale: se da una parte i numeri suggeriscono che il sistema sanitario campano è ancora in grado di reggere, dall’altra le condizioni dei pronto soccorso, delle terapie intensive e subintensive rivelano tutt’altra situazione. Reparti allo stremo, scorte di ossigeno scarse o finite, file di ambulanze in attesa fuori ai pronto soccorso stracolmi, malati Covid e non Covid assistiti nello stesso ambiente. Per ridurre la pressione sulle strutture ospedaliere, si sta cercando di rafforzare le cure domiciliari e assistere a distanza i malati Covid, anche attraverso le USCA. Ma non sempre questo sistema funziona come dimostra la brutta esperienza vissuta da Mario, 58 anni, malato Covid ricoverato all’Ospedale del Mare. A raccontarci la sua odissea, la moglie Rosaria, anch’essa risultata positiva al tampone.

“Lunedì 26 ottobre, con la comparsa dei primi sintomi, quali febbre, dolori diffusi in tutto il corpo e mal di testa, chiamiamo il medico di base, il quale fa subito richiesta del tampone per Mario tramite la piattaforma SINFONIA, e gli prescrive Deltacortene e Zitromax. I sintomi, nel frattempo, si aggravano. Mario inizia a lamentarsi per una forte pressione che avverte all’altezza dello sterno. Affanna, ha difficoltà nella respirazione. Così decido di chiamare nuovamente il medico di base che, a sua volta, sollecita con insistenza l’ASL. Mercoledì, finalmente, Mario fa il tampone. Dopo 24 ore apprendiamo della sua positività al Covid. Data la situazione di emergenza e il rischio di non poter ricevere assistenza o ricoverare Mario, mi reco in farmacia per procurarmi una bombola di ossigeno da tenere in casa, in caso di necessità. Non so in quante farmacie sono stata, ma la risposta è stata sempre la stessa: “Mi dispiace, ma sono terminate!”. Torno a casa esausta, con l’augurio che le condizioni di Mario non peggiorino. Venerdì mi chiama il medico dell’ASL per conoscere lo stato di mio marito. Sabato mattina viene a casa per visitarlo, come da protocollo: gli misura la frequenza cardiaca, la saturazione dell’ossigeno nel sangue, e gli fa un prelievo. Per l’affanno e il dolore allo sterno, gli prescrive, oltre al Cortisone e allo Zitromax, anche l’Eparina. Nel pomeriggio dello stesso giorno la situazione di Mario si aggrava ulteriormente, così decido di chiamare il 118: gli operatori sanitari arrivano a casa insieme al medico di base, che visita Mario e ci dice che gli ospedali sono pieni. Ci consiglia, così, di proseguire con la cura domiciliare. In più ai farmaci prescritti, aggiunge il Fluimucil per Aerosol. Non sappiamo se per l’utilizzo di questo fluidificante, ma la situazione di Mario si aggrava. Chiamo nuovamente l’ASL: il medico mi dice di sospendere immediatamente con il Fluimucil. A quel punto non ci vedo più e mi sfogo: “Ditemi voi a chi devo stare a sentire. E’ assurdo che un medico prescriva farmaci sbagliati”. Sospendiamo immediatamente il farmaco, ma le condizioni di Mario non migliorano. Lunedì 2 chiamo ben tre volte il 118 per richiedere un ricovero ospedaliero. Dopo l’ultima chiamata arriva l’ambulanza, nel giro di un’ora e mezza. Gli operatori sanitari non volevano portare Mario in ospedale, per il sovraffollamento dei pronto soccorso. “Meglio se rimane a casa” mi continuavano a ripetere. Alla fine, dopo grande insistenza, lo portano all’Ospedale del Mare. In ambulanza, attaccato a una bombola di ossigeno, attende più di 5 ore. Lo ricoverano, finalmente, al pronto soccorso dove però trova una situazione surreale: malati Covid e non Covid vengono assistiti nello stesso ambiente. Dopo due giorni viene trasferito in terapia subintensiva per una polmonite interstiziale bilaterale. Per fortuna ora è uscito e sta in reparto”. il tracciamento? “Il tracciamento non esiste. Essendo moglie e convivente di Mario, avrei dovuto ricevere una chiamata dall’ASL. Nessuno mi ha chiesto informazioni sul mio stato, né se presento sintomi. Per coscienza, mi sono messa in autoisolamento in attesa dell’esito del tampone, che ho fatto privatamente. Qualche giorno fa ho saputo di essere anche io positiva al Covid, ma per fortuna sono asintomatica. Le bombole di ossigeno in farmacia sono finite, il 118 invoglia a proseguire con la cura domiciliare, anche se il paziente ha difficoltà respiratorie, perchè gli ospedali sono pieni. Ci sono file di ambulanze che attendono fuori i pronto soccorso dei presidi ospedalieri. Il sistema sanitario è ai limiti del collasso. Questa non è una situazione da zona gialla!”.

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