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"Petrolmafie Spa", le mani dei Moccia nel business dei carburanti

La maxi inchiesta con filoni anche a Roma e in Calabria: 71 misure cautelari e sequestri per quasi un miliardo di euro

Si chiama "Petrolmafie Spa" l'operazione della Guardia di Finanza che ha portato tra Napoli, Roma, Catanzaro e Reggio Calabria all'esecuzione di 71 misure cautelari e al sequestro di beni per quasi un miliardo di euro. Gli inquirenti hanno fatto emergere quella che definiscono una "gigantesca convergenza di strutture e pianificazioni mafiose originariamente diverse nel business della illecita commercializzazione di carburanti e del riciclaggio di centinaia di milioni di euro in società petrolifere intestate a soggetti insospettabili, meri prestanome".

Un business enorme, una spirale di malaffare con intrecciati esponenti di camorra, 'ndrangheta e colletti bianchi. Sul fronte camorristico le indagini hanno fatto emergere la centralità del clan Moccia, mentre sul versante della ‘ndrangheta le famiglie coinvolte sono quelle dei Piromalli, Cataldo, Labate, Pelle e Italiano nel reggino e dei Bonavota, gruppo di San Gregorio, Anello di Filadelfia e Piscopisani a Catanzaro.

Le prime notizie sull'inchiesta

I Moccia e l'ex impero petrolifero di Di Cesare

Secondo gli inquirenti, il clan Moccia sarebbe entrato attraverso una serie di operazioni societarie in rapporti con la Max Petroli Srl, ora Made Petrol Italia Srl di Anna Bettozzi, che aveva ereditato l’impero di Sergio Di Cesare. La donna – per la quale è oggi scattato il carcere nel filone romano della stessa "Petrolmafie Spa" – trovandosi a gestire una società in grave crisi finanziaria, sarebbe riuscita a ottenere forti iniezioni di liquidità da parte di vari clan di camorra, tra cui quelli dei Moccia e dei casalesi, facendo lievitare il volume d’affari dell'azienda 9 milioni di euro a 370 milioni di euro in tre anni.
Bettozzi avrebbe sfruttato - spiegano gli inquirenti - non solo il riciclaggio di denaro della camorra, ma anche i "classici sistemi di frode nel settore degli oli minerali, attraverso la costituzione di 20 società “cartiere” per effettuare compravendite puramente cartolari in modo tale eludere con la Made Petrol le pretese erariali, potendo così rifornire i network delle cosiddette “pompe bianche” a prezzi ancor più concorrenziali".

Nel frattempo da parte di Moccia sarebbe andato avanti, nelle ipotesi degli inquirenti, un "vorticoso giro di fatturazioni per operazioni inesistenti" e movimenti finanziari online. Avvalendosi, per raccogliere le somme liquide derivanti dalle frodi, di "una vera e propria organizzazione parallela, autonoma e strutturata, atta al riciclaggio di elevate risorse finanziarie, gestita da 'colletti bianchi', attiva sia sul territorio partenopeo che su quello romano". In pratica, le società “cartiere” una volta introitate le somme a seguito delle forniture di prodotto petrolifero, effettuavano con regolarità ingenti bonifici a società terze, simulando pagamenti di forniture mai avvenute.

Il meccanismo

Si trattava insomma di soldi provenienti dalle attività illecite dei clan reinvestiti in un settore economico legale, quello dei petroli, per produrre altri proventi illeciti attraverso le frodi fiscali: un effetto moltiplicatore dell’Illecito che avrebbe annichilito la concorrenza, sia per i prezzi alla pompa troppo bassi per gli operatori onesti, sia per la paura di questi ultimi nel comprendere che di fronte hanno imprenditori collusi.

Le reazioni degli altri clan e la pace

Come emerso dalle indagini napoletane, la rilevanza del business dei Moccia nel settore degli oli minerali, nel quale quel clan era diventato egemone proprio grazie ai prezzi super-competitivi ottenuti grazie alle frodi, ha provocato reazioni anche violente da parte di altri clan della camorra. Alberto Coppola (imprenditore secondo gli inquirenti coinvolto nella vicenda) subisce due attentati con esplosione di colpi di pistola, a seguito dei quali avrebbe chiesto aiuto al suo referente e parente Antonio Moccia. Questi avrebbe quindi stabilito "una pax mafiosa, imposta dai Moccia e suggellata con la cessione di una quota dell’impianto di carburanti al clan Mazzarella".

Gli arresti ed i sequestri

Nell'ambito del filone partenopeo dell'inchiesta sono scattate misure cautelari personali nei confronti di 10 persone (6 arresti in carcere, 4 arresti domiciliari) e sequestri per circa 4,5 milioni di euro.

Reati ipotizzati a vario titolo: artt. 416 bis (associazione di tipo mafioso), 416 bis 1. (circostanza aggravante per reati connessi ad attività mafiose), 512 bis (trasferimento fraudolento di valori), 513 bis (illecita concorrenza con minaccia o violenza), 629 (estorsione) in relazione al 628 comma nn.1 e 3, 648 bis (riciclaggio), 648 ter (impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita), 648 ter.1 (auto-riciclaggio), 240 bis (confisca per sproporzione), 110 (concorso nel reato), 56 (tentativo) e 81 c.p.v. c.p. e artt. 10, 12 e 14 L. 497/74 (detenzione e porto illegale di armi).

In carcere sono finiti Gabriele Coppeta, Alberto Coppola, Salvatore "'o pirata" D’Amico, Domenico Liberti, Francesco Mazzarella, Giuseppe Vivese. Ai domiciliari invece Claudio Abbondandolo, Silvia Coppola, Maria Luisa Di Blasio, Aldo Fiandra.

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