Cronaca

Un anno fa moriva Lino Romano, vittima innocente della camorra

Un tragico scambio di persona: questa la ragione per cui, il 15 ottobre di un anno fa, venne ucciso dal killer degli Abbinante Salvatore Baldassarre

Lino Romano

Lino Romano è morto un anno fa. Fu ucciso da un sicario della camorra a sangue freddo, sotto casa sua in corso Marianella. Un saluto alla ragazza che avrebbe dovuto sposare, gli amici che lo aspettavano per una partita di calcetto: il killer gli svuotò addosso un caricatore intero, 14 colpi, mentre, inconsapevole di quanto gli sarebbe da lì a poco accaduto, metteva in moto la sua auto.

Lino Romano, 30 anni, con la camorra non aveva nulla a che vedere. La sua vita si è interrotta per uno scambio di persona, un errore banale quanto irrimediabile. Nel mirino del killer, degli Abbinante, ci sarebbe dovuto essere Domenico Gargiulo detto “sicc 'e penniell”, un “girato”, un “traditore”, la cui buona sorte è l'altra faccia della medaglia dell'assurda morte di Romano: scamperà alla condanna a morte dei clan altre due volte prima di finire in galera: bersagli sbagliati, pistole inceppate. Adesso, in carcere, porta tatuata la data della scampata fine, 15 ottobre 2012, il giorno in cui la camorra prese la vita di un innocente al posto suo.

Il sicario che uccise Lino Romano si chiama Salvatore Baldassarre, 30 anni anch'egli. Tutti quelli che gli restano probabilmente li trascorrerà in carcere. Una pena esemplare che non restituirà Pasquale Romano ai suoi familiari, come non renderà giustizia alle centinaia di vittime incolpevoli che la camorra miete ogni anno a Napoli. I complici del killer, divenuti collaboratori di giustizia, rischiano condanne più lievi, dai 14 ai 16 anni. Saranno probabilmente di più per Giuseppe Montanera, ritenuto il mandante del regolamento di conti finito in tragedia.

Mentre si sprecano parole per un calciatore che rifiuta di farsi considerare testimonial anti-camorra, le parole vere, quelle che dovrebbero davvero restare nella memoria in un anniversario triste quale quello di oggi, appartengono a Giuseppe Romano, il padre di Pasquale, appartengono alla sua rabbia. “Gli assassini di mio figlio sono belve che non perdonerò mai – disse l'anno scorso – Ho sempre creduto e sempre crederò nella giustizia, ma non ci sono termini per definire quegli assassini. Anche chiamarli belve è troppo poco”.

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