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Menotti e Maradona al Barcellona (Ansa)

Menotti e Maradona al Barcellona (Ansa)

Maradona, parla 'El flaco' Menotti: "Gli hanno succhiato il sangue, temeva di non essere amato"

L'ex allenatore del Pibe ai tempi dei primi mondiali racconta di un Diego prima schiacciato dallo showbusiness e dai suoi compromessi, e poi sempre più stanco "di dover segnare ogni giorno un gol agli inglesi"

Cesar Luis Menotti, il "Flaco", nel 1978 portò l'Argentina al trionfo mondiale. Lasciò a casa un ragazzino che era già un fenomeno, ma che riteneva troppo giovane per quella competizione. Quel ragazzino era Maradona. Sarebbero diventati amici, col tempo. Ed ora il Flaco, 82 anni, lo piange come avesse perso un fratello minore. Maradona per Menotti, intervistato da Repubblica, "è appartenuto a noi argentini, ma anche a Barcellona e a Napoli. Perché era generoso, era una forza emotiva. Napoli e Buenos Aires sono anime gemelle. Lo so dai tempi di mio nonno che era fiorentino, si chiamava Cèsar come me ed era una specie di ingegnere, un costruttore. Anche Maradona è un cognome un po' italiano".

Diego il calciatore. "Non era un leader, era la squadra"

"Sono sommerso dal dolore, come se fossi coperto di merda – dice s – [Diego, ndR] era immortale ma non era dio, non era un modello morale e non voleva esserlo, non era neanche Pelè. Era un ragazzo che aveva sofferto e un uomo che voleva vivere a modo suo. Quando giocava, sì, è stato il più grande del mondo. La mia testa è piena delle nostre vite insieme. Sono stato con lui ovunque. Aiutava tutti. Non era un leader, questa parola non mi piace: era un compagno, era la squadra, con lui si giocava in dodici. Era il migliore. Pelè? La pantera è di un altro pianeta, lasciamolo fuori. Ma Diego col pallone ha fatto cose incredibili". E ancora, ricordi del 1982 quando invece gli costruì la nazionale intorno, poi sconfitta dall'Italia: "Senza le marcature criminali di Gentile e Tardelli, e senza quell'arbitro Rainea, forse ce l'avremmo fatta". Con la nazionale finì malissimo, ad Usa '94. "Dopo la squalifica per doping del '94, mi disse: 'Io devo essere infelice'. Era contento solo in campo", rivela Menotti.
Era "un ragazzo portentoso anche fisicamente, per esempio quando vincemmo il mondiale giovanile nel '79. Purtroppo nel tempo si è maltrattato e il corpo umano alla lunga non lo permette".

Lo spettacolo, i compromessi. "Gli hanno succhiato il sangue"

"In passato la sua morte non mi avrebbe sorpreso, ma non ora – spiega l'ex allenatore – La notizia mi ha sconvolto, sapevo che Diego aveva superato l'operazione alla testa, ero fiducioso nel suo ennesimo recupero". Gli ultimi giorni sono stati in una casa senza bagno. "Una follia, per me il dolore più grande. Gli hanno succhiato il sangue. Però mi feriva anche vedere come si era ridotto negli ultimi mesi. Andò ad allenare il Gimnasia e non si reggeva neppure in piedi". Il problema è stato anche lo showbusiness e chi lo ha circondato. "Ha pagato le leggi dello spettacolo, dover essere sempre sul palcoscenico. Diego a un certo punto era diventato un personaggio tv, aveva il suo programma, era anche bravo, ci sapeva fare, però nemmeno lì era felice. Credo fosse maledettamente difficile essere Maradona, me ne sono accorto negli anni che abbiamo trascorso insieme. Doveva accettare continui compromessi, era circondato da tanti, però credo che in pochissimi gli volessero bene".

"Pensava di dover segnare agli inglesi ogni giorno, una condanna"

Negli ultimi tempi era diverso. Diego "non voleva più vedere la gente e penso che anche in questo meritasse rispetto. Io non l'ho più disturbato. Era irraggiungibile". Ormai non si vedevano più da 10 anni. "Penso che avesse paura di non essere più amato e questo era impossibile. Gli dicevo: hai tutto, sei Maradona, hai figlie bellissime – prosegue Menotti – La sua ansia era ingovernabile. Qualcuno ha detto che era come se ogni giorno pensasse di dover segnare un gol agli inglesi. Una condanna". "Lui era leggendario già in vita, una cosa rara. E ogni suo anno ne valeva tre normali. Tutto era di un'intensità spaventosa, insostenibile. Se n'è andato tante di quelle volte da farci credere che la morte vera, alla fine, non sarebbe arrivata mai".

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