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Cronaca

Suicidio Diana Biondi, appello dalla Federico II agli studenti: "Segnalateci i vostri disagi"

"Noi non siamo solo erogatori di didattica, noi vogliamo coccolare e aiutare i nostri figli più deboli, più fragili": così Matteo Lorito, il rettore dell'ateneo cui era iscritta la 27enne di Somma Vesuviana che si è tolta la vita

"Il primo pensiero naturalmente va alla famiglia di Diana, per esprimere tutta la nostra vicinanza a familiari e ad amici che come noi si interrogano sul suo gesto estremo, disperato". Così, sulla tragedia di Diana Biondi, la studentessa universitaria 27enne di Somma Vesuviana che si è tolta la vita, sono intervenuti oggi Matteo Lorito, rettore dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, e Andrea Mazzucchi, direttore del Dipartimento di Studi Umanistici.

"È una perdita enorme. Un dramma per tutti. Perdere una giovane vita è sempre terribile, ma perdere una nostra studentessa che, peraltro, aveva già fatto una parte significativa della sua carriera, è tremendo, pensi che avrebbe avuto un altro epilogo se si fosse riuscita a intercettare in tempo attraverso la famiglia, gli amici", dichiara Lorito.
"E il nostro appello è sempre lo stesso, a loro e agli studenti stessi - prosegue il rettore - se vi accorgete di malesseri forti segnalateceli. Noi non siamo solo erogatori di didattica, noi vogliamo coccolare e aiutare i nostri figli più deboli, più fragili. Gli strumenti ci sono. Abbiamo le persone che si occupano a tempo pieno proprio di questo. Abbiamo un centro, il Sinapsi. Io chiedo a tutti di essere attenti perché può capitare a uno studente di una grande università come la nostra, in cui si lavora molto, di vivere momenti di grande stress e di difficoltà. Però quando ci sono malesseri, disagi, noi abbiamo gli strumenti per aiutare a superarli. Ne abbiamo intercettati e aiutati tanti. E invece in questi casi ci sentiamo impotenti. Bisogna che i ragazzi capiscano che impegnarsi in un percorso universitario è importante ma bisogna avere piani diversi. Se uno ha difficoltà deve chiedere aiuto, ci può riuscire o non riuscire, anche se noi puntiamo sul fatto che ci riescano tutti noi, ma bisogna sempre relativizzare e noi in questo li aiutiamo. Anche nei rapporti che hanno con i docenti. I ragazzi non vengono messi nelle condizioni di dire 'Se non ci riesci sei un fallito' perché non è questo lo spirito del nostro Ateneo. Da noi si cresce tutti insieme tenendo conto delle specificità e delle individualità dei singoli".

"Non si può che restare attoniti davanti a un gesto che è difficilissimo da spiegare, indecifrabile - sono invece le parole del professor Mazzucchi - Non credo ci siano parole che possano restituire la complessità di una scelta di questo tipo. Come Ateneo e come Dipartimento abbiamo messo in campo tutti gli strumenti per accogliere e intercettare il disagio. La Federico II ha da sempre il Sinapsi che è una struttura che si occupa proprio di intercettare e di contrastare malesseri legati anche alla difficoltà di andare avanti con gli studi, di aiutare gli studenti che chiedono supporto, ed è molto attiva. Nel nostro Dipartimento, in cui sono presenti un corso di laurea triennale e uno di laurea magistrale in psicologia, c’è una grande attenzione a cogliere i disagi degli studenti".
"È evidente che purtroppo alcuni sfuggono - aggiunge ancora il docente - e sfuggono proprio quelli che chiedono meno facilmente aiuto che, quindi, sono quelli più difficili da intercettare. Peraltro, il nostro è un Ateneo che richiede uno sforzo e un lavoro considerevole senza però la volontà di accrescere insane competizioni, tensioni, riconoscendo anche il valore della fragilità e la possibilità che i tempi dei nostri studenti possano essere diversi. Abbiamo messo in atto tutta una serie di strumenti di recupero proprio per consentire a chiunque dei nostri studenti di ragionare su tempi differenti senza un'ottica competitiva e di ricerca di primati".
"Quello di cui come docenti dobbiamo farci carico è di continuare in questo sforzo di accoglienza - conclude Mazzucchi - Quello che mi sento di dire ai nostri studenti è di frequentare i nostri luoghi. Questi episodi accadono spesso con studenti che hanno ritmi di frequenza non costanti, invece frequentare i luoghi significa sentirsi parte di una comunità e una comunità rafforza molto le fragilità, consente di riconoscerle".

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