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Il dramma Montefibre, i lavoratori: "Siamo 200, da 16 anni tra cassa integrazione e mobilità"

Nel 2004, dopo ingenti investimenti pubblici, l'azienda di Acerra chiudeva, ufficialmente, per lavori di ammodernamento. Non ha più riaperto. Da allora, i dipendenti vivono di ammortizzatori sociali e promesse non mantenute: "Da 8 mesi non riceviamo più l'assegno. I corsi della Regione sono inutili"

 

Sono duecento, hanno tra i 40 e i 55 anni, e da 16 anni vivono di promesse non mantenute e ammortizzatori sociali. Sono i lavoratori dell'ex Montefibre di Acerra, uno stabilimento industriale chiuso nel 2004. La motivazione ufficiale fu che erano necessari lavori di ammodernamento per il rilancio aziendale.

In effetti, in quel polo sono stati investiti circa 150 milioni di euro tra fondi pubblici e privati. Peccato, però, che la Montefibre, negli anni smembrata in diverse aziende, non ha più riaperto. Anzi, è stata smantellata e venduta ai turchi per meno di 4 milioni di euro. "Da 16 anni - spiega Aldo Barbati - passiamo da cassa integrazione a mobilità. Ogni anno, dobbiamo presentare di nuovo tutti i documenti, attendere che il nostro assegno venga rinnovato. Per avere i soldi dobbiamo aspettare fino a dodici mesi. Per esempio, adesso non vediamo un euro da 8 mesi. E' mortificante. Noi non vorremmo vivere di ammortizzatori sociali. Dal 2004, la Regione parla di politiche attive, di reinserimento. Ma quando poi si fanno assunzioni, la nostra vertenza viene sempre dimenticata. E anche i corsi di formazione regionale non sono mai serviti a nulla. Quando presentiamo un curriculum ci ridono in faccia perché siamo troppo vecchi per essere assunti. Allo stesso tempo, siamo troppo giovani per la pensione". 

Al momento della chiusura, le ditte ex Montefibre contavano 500 dipendenti circa e altre 500 unità facevano parte dell'indotto. A questi lavoratori era stato promesso un futuro diverso: "Mi dissero che chiudevano per lavori - racconta Ferdinando Laezza, uno dei veterani - mi promisero che poi ci avrebbero reintegrato. Da 16 anni non fanno altro che prometterci cose che non mantengono. Siamo sul lastrico. Hanno speso 150 milioni e noi oggi non possiamo nemmeno mangiare".

La fine della storia dell'azienda di Acerra non è mai stata chiarita dalle Istituzioni: "Sarebbe bastato un solo milione per far ripartire la produzione - ricorda Barbati - Il piano iniziale prevedeva la riassunzione di 80 unità. Sarebbe stato in punto di partenza per ricreare l'indotto intorno. Poi, è finito tutto e nessuno ci ha spiegato perché". I duecento lavoratori che ancora rimbalzano da un ammortizzatore sociale all'altro, oggi sono inseriti nell'area complessa di crisi, che in tutta la regione comprende circa 1.200 persone. Da 8 mesi, però, l'assegno di mobilità non arriva più: "Mi vergogno a tornare a casa - afferma Ciro D'Antò - ogni anno l'assegno è più basso. Adesso siamo sotto i 700 euro. Io devo mantenere una famiglia di 5 persone. Come faccio? Io voglio lavorare, non voglio chiedere la carità. L'assessore regionale al Lavoro Sonia Palmeri ha parole per tutti, Whirlpool, Jabil, ma non per noi. Siamo dimenticati da tutti, compresi Regione e sindacati". 

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