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Camorra: arrestato legale Santonastaso, attaccò Saviano

Durante il processo di appello Spartacus l'uomo lesse un proclama contro lo scrittore. Finiti in manette anche Michele Bidognetti, fratello del boss, e il capoclan Luigi Cimmino. Almeno dieci gli indagati

È stato arrestato questa mattina Michele Santonastaso, l'avvocato che durante il processo di appello Spartacus lesse il proclama contro Roberto Saviano, Rosaria Capacchione ed il giudice Raffaele Cantone.

A partecipare all'operazione, gli agenti della Dia di Napoli che hanno fermato anche Michele Bidognetti, fratello del boss Francesco, e il capoclan del quartiere Vomero Luigi Cimmino.

In quell'occasione, Santonastaso avanzò istanza di ricusazione del Collegio giudicante leggendo una lettera, a nome dei suoi assistiti, capi del clan dei Casalesi e imputati nel processo, secondo la quale la Corte si lasciava influenzare dalle opinioni dello scrittore, della giornalista e del magistrato.

La lettera fu interpretata però come minatoria e da allora sono state intensificate le misure a tutela dei tre. I tre arrestati di questa mattina sono ora accusati di corruzione, falsa testimonianza e falsa perizia nell'ambito di un'inchiesta che verte sugli espedienti adoperati per agevolare affiliati alle organizzazioni criminali Bidognetti, Cimmino e La Torre.

Gli ultimi aggiornamenti parlano di dieci persone indagate nell'ambito dell'operazione Urania. Tra loro, anche i due periti fonici Alessandro Berretta ed Alberto Fichera, i quali, secondo l'accusa, attestarono falsamente che le voci intercettate in alcune conversazioni non appartenessero a Vincenzo Tammaro (affiliato al clan del quartiere Vomero capeggiato da Luigi Cimmino) ed Aniello Bidognetti, figlio del boss Francesco. Gesto che permise la loro assoluzione e il guadagno, da parte dei periti, di 120.000 euro.

L'avvocato Santonastaso, dunque, sarebbe stato l'organizzatore di questo e di un altro tentativo di "aggiustare" un processo, quello in cui il boss Augusto La Torre era imputato di un altro duplice omicidio. A coprilo in quel caso, l'alibi dell'imprenditore caseario Giuseppe Mandara che raccontò di essere andato a casa del boss nel giorno dell'omicidio per consegnargli una tangente. Tutto ovviamente falso.

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