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Foto Ansa

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Chi era Mario Fabbrocino: nella sua auto il giuramento della Nuova Famiglia

Fu il mandante dell'omicidio del figlio di Cutolo dopo che gli aveva ucciso il fratello Francesco. Venne rinchiuso nella cella dove era stato Maradona

Una rivalità durata per anni con il boss della Nuova Camorra Organizzata, Raffaele Cutolo. Un lutto in famiglia da lavare, come per la legge del taglione, col sangue di un familiare del rivale. Per farlo ha aspettato dieci anni durante i quali ha segnato alcuni tra i capitoli più efferati della storia della criminalità mondiale. Con la morte di Mario Fabbrocino si spegne un pezzo della camorra che ha segnato la storia degli anni '80, '90 e 2000. Detto “o' gravunaro”, la sua storia comincia il 3 gennaio 1943 a San Gennarello, una frazione di Ottaviano, città all'ombra del Vesuvio.

Ufficialmente è un commerciante di carne e ha una macelleria a Pomigliano d'Arco ma in realtà con il fratello Francesco riesce a prendere il controllo della città, di Ottaviano, San Giuseppe Vesuviano, Palma Campania e Terzigno. La sua storia criminale affonda le radici in quella che viene chiamata in un primo momento la “Onorata fratellanza”, il gruppo nato per fronteggiare Cutolo e la sua Nco. Quando venne arrestato il 6 maggio 1981 nella sua auto venne trovata la formula pronunciata il giorno della nascita dell'alleanza fatta risalire all'8 dicembre 1978.

Il giuramento 

«In questa sacra giornata d'umiltà, giuro da uomo di tenere fede a questo patto di sangue e di fratellanza e che il sangue di questa vena d'onore esce per entrare in un'altra vena d'onore. Giuro di dividere centesimo per centesimo, millesimo per millesimo, con questo mio fratello di sangue nel bene e nel male fino alla tomba. Se la lontananza ci dividerà, il sangue ci unirà e ci chiamerà fino alla morte che ci separa. Faccio fede di questo patto di fratellanza e di questo lungo abbraccio che ci porterà con umiltà fino alla tomba». Ma i fatti che scatenano la sua ira contro Cutolo si verificano a settembre e ottobre 1980. Il boss della Nco ha intenzione di espandersi sul suo territorio e sa che l'unico modo che ha per farlo è quello di eliminare i fratelli Fabbrocino.

L'uccisione del fratello 

Organizza prima un attentato a Mario, che però fallisce, il 23 settembre 1980. Due settimane dopo, il 7 ottobre, invece riesce a uccidere il fratello Francesco. Da quel momento è guerra aperta tra i due e la sua vendetta si consumerà dopo 10 anni. Contemporaneamente la carriera criminale di Fabbrocino decolla tanto da riuscire a staccarsi da Michele Zaza, suo padrino in un primo momento, e guadagnarsi le simpatie di Luciano Liggio, mafioso di alto profilo in Cosa Nostra. Cugino di Carmine Alfieri, non aveva, però con lui un gran rapporto pur essendo nello stesso cartello criminale sia nella Nuova Famiglia contro Cutolo e poi contro i Nuvoletta e i Gionta. Alfieri ne traccia un profilo nel corso di un interrogatorio del 6 febbraio 1995, dopo essere diventato collaboratore di giustizia.

Le parole di Carmine Alfieri 

«Tra me e Fabbrocino non c’è mai stata una vera alleanza, ma un rapporto di reciproco rispetto e di sostanziale non belligeranza. Il fattore che ci accomunava era l’odio per Raffaele Cutolo. … D’altra parte io ho sempre diffidato profondamente del Fabbrocino e sono stato sempre convinto che se egli avesse potuto, non avrebbe esitato ad uccidermi». All'indomani della strage di Sant'Alessandro a Torre Annunziata nell'84 viene arrestato ma quel delitto non subirà mai una condanna definitiva visto che la sentenza di secondo grado venne comprata da Alfieri, come da lui stesso confessato successivamente. Dopo tre anni di reclusione il 22 settembre 1987 riesce a ottenere gli arresti domiciliari in una clinica per curarsi ma un mese dopo il 14 novembre scappa e si dà alla fuga in Sud America. Scappa prima in Francia e poi in Argentina da dove si sposta anche qualche volta in Paraguay. Durante la sua latitanza si consuma la vendetta meditata per anni ai danni di Cutolo.

La vendetta sul figlio di Cutolo e l'arresto

Ordina l'omicidio dell'unico figlio del “professore”, Roberto, ucciso in provincia di Varese il 19 dicembre 1990 insieme a Salvatore Batti. Per questo duplice omicidio verrà condannato all'ergastolo, pena che ha scontato fino al giorno della sua morte. Dopo dieci anni di latitanza viene arrestato il 3 settembre 1997 in un appartamento a San Martin, a 30 chilometri da Buenos Aires. Viene detenuto nella stessa cella che aveva ospitato Diego Armando Maradona in una delle sue avventure. Per riuscire ad arrestarlo vengono messi sotto controllo 400 telefoni pubblici che venivano utilizzati dai parenti per contattarlo. Viene estradato nel 2001 ma nel luglio 2002 viene scarcerato per decorrenza dei termini di custodia cautelare e viene sottoposto all'obbligo di presentazione all'autorità di polizia giudiziaria. Dopo quattro giorni viene ancora arrestato ma riesce a ottenere di nuovo l'obbligo di firma ad agosto. Ritenuto irreperibile nel 2004 viene di nuovo arrestato il 14 agosto del 2005. Da lì poi verrà sottoposto al regime del 41 bis passando il resto dei suoi giorni nel carcere di massima sicurezza di Parma.

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