Ecco come il carabiniere “infedele” passava le informazioni al clan

Tutte le accuse a Vincenzo Di Marino, il maresciallo maggiore della tenenza di Sant'Antimo accusato di aver passato informazioni a uomini dei Puca

Incontrava membri di spicco del clan Puca. Passava loro informazioni su indagini e si adoperava addirittura per sviarne una. È quello di cui era capace, secondo la Dda, il maresciallo maggiore Vincenzo Di Marino, in servizio presso la tenenza di Sant'Antimo. Il carabiniere è al centro dell'indagine sui tre clan cittadini e l'Antimafia sta cercando di provare il suo coinvolgimento negli affari in particolare del clan Puca. Dall'inchiesta emergono le “aderenze” che Francesco Di Lorenzo, e prima di lui suo padre Stefano, hanno all'interno delle forze dell'ordine. A dare un quadro iniziale della situazione sono i collaboratori di giustizia. Nel corso dell'interrogatorio del 16 dicembre 2013, il pentito Giuseppe Perfetto parla genericamente del rapporto che Stefano Di Lorenzo ha con i carabinieri di Sant'Antimo, tanto da riuscire a sapere in anticipo di indagini a loro carico. A confidarglielo sarebbe stato il capoclan Pasquale Puca. “'O minorenne” si lamentava con lui del fatto di non avere nessuno all'interno della compagnia di Castello di Cisterna e che il capitano Fabio Cagnazzo volesse arrestarlo. Nell'interrogatorio del 17 dicembre 2017 diventa più preciso raccontando sempre le parole di Puca che si lamentava del fatto che fosse stato amico d'infanzia del figlio del generale Antonio Cagnazzo ma che nonostante questo gli dessero la caccia. Nemmeno il rapporto con i Cesaro riusciva a garantirgli una qualche “protezione” dall'azione delle forze dell'ordine. Il pentito Ferdinando Puca, invece, il 27 aprile 2017 riconosce in foto Francesco Di Lorenzo insieme al maresciallo Di Marino. Un altro collaboratore, Claudio Lamino, negli interrogatori del 16 maggio e del 28 luglio 2017, spiega che Francesco Di Lorenzo, il figlio di Stefano, ha rapporti con le forze dell'ordine e per questo è rispettato anche dai clan Verde e Ranucci. Lo stesso dice del padre Stefano.

Le 300 schede elettorali trovate a casa di un “galoppino”

Le dichiarazioni dei pentiti fanno solo da cornice ai fatti specifici che vengono attribuiti a Di Marino. Il primo si riferisce al giugno 2017. L'11 giugno vengono arrestati Luigi Chiariello, Angelo D'Andrea e Giuliano Di Giuseppe. A casa di Chiariello vengono trovate 300 tessere elettorali che sarebbero servite per vendere i voti nel corso delle consultazioni comunali dello stesso giorno. Nell'abitazione c'era anche materiale elettorale di due candidati nella lista “Vivi Sant'Antimo”, Antimo Alfe e Antimina Liguori, che sostenevano il candidato sindaco voluto da Luigi e Antimo Cesaro, Corrado Chiariello. Un nome voluto anche da Di Lorenzo, candidato capace di acquistare voti per la coalizione al prezzo di 50 euro e riferimento elettorale del clan Puca. Il 15 giugno avviene il primo contatto documentato tra Di Lorenzo e il maresciallo Di Marino. Il carabiniere invita Di Lorenzo nella sua casa di servizio e dopo l'incontro, lo stesso Di Lorenzo si incontra con Corrado Chiariello prima e poi con Luigi Puca, detto “'o pulliere”, omonimo del figlio di Pasquale Puca e prestanome in alcuni affari illeciti del clan. I due si vedono all'interno del mobilificio di Di Lorenzo, dove sono piazzate le microspie, e quest'ultimo confida il fatto che il maresciallo gli aveva svelato che era partita l'indagine a seguito degli arresti e che anche Chiariello, in quanto candidato sindaco, sarebbe stato intercettato.

Paura delle indagini: per questo i Cesaro “ruppero” con il clan Puca

L'estorsione ai danni dell'imprenditore D'Ambrosio

Un altro episodio che vede coinvolto il carabiniere riguarda la denuncia presentata dall'imprenditore Raffaello D'Ambrosio il 9 dicembre 2017 con la quale accusa Lorenzo Puca, figlio del capoclan, e l'affiliato Vincenzo D'Aponte, di aver tentato un'estorsione ai suoi danni. Ancora una volta Di Lorenzo viene a sapere dell'attività di indagine e del fatto che era stata attivata la vigilanza per la famiglia delle vittime dell'estorsione. Sempre parlando con Luigi Puca, Di Lorenzo racconta che il maresciallo Di Marino gli avrebbe passato anche una fotocopia della denuncia, che sarebbe stata trafugata sfruttando il fatto che il comandante della tenenza fosse in ferie a partire dal 20 dicembre. I militari del Ros riescono a provare che i giorni precedenti Di Marino era andato al mobilificio di Di Lorenzo e tra dicembre 2017 e gennaio 2018 tra i due c'erano stati diversi incontri. Il 17 gennaio 2018, in un'altra intercettazione registrata tra Di Lorenzo e Puca, si capisce che Di Lorenzo aveva una copia della denuncia con sé e che la passa a Puca con la promessa che l'avrebbe fatta sparire dopo averla letta.

Il pentimento di Domenico Esposito

L'“attività” del carabiniere, che gli investigatori ritengono a servizio del clan, si palesa anche a seguito del pentimento di Domenico Esposito. Si tratta del compagno dell'epoca di Rosa Puca, madre del collaboratore di giustizia Ferdinando Puca. Esposito comincia a parlare a partire dal maggio 2017. Il 29 giugno 2017, il maresciallo Di Marino incontra Camillo Petito, uomo ritenuto vicino al clan Verde. Dopo l'incontro, viene intercettata una chiamata tra Petito e Francesco Di Lorenzo. Petito avverte Di Lorenzo che deve parlargli di una cosa ma che è troppo delicata per farlo a telefono. Si incontrano Camillo Petito, Antimo Petito e Di Lorenzo. “Si è pentito un altro, si è pentito. Sta raccontando 2011, 2012”. La microspia ambientale raccoglie queste frasi con cui Petito avvisa Di Lorenzo del pentimento di Esposito. Secondo gli investigatori, Petito aveva potuto sapere questa circostanza solo dal carabiniere. A confermare il proprio coinvolgimento nella vicenda ci pensa lo stesso maresciallo Di Marino che circa un anno dopo, il 23 maggio 2018 confida a Di Lorenzo che Rosa Puca e il compagno Domenico Esposito erano tornati in città e che avevano rinunciato al programma di protezione. Un fatto gravissimo che espone a ritorsioni il collaboratore di giustizia.

La finta lettera minatoria all'ingegnere Valentino

L'ultimo episodio che vede protagonista il militare riguarda la finta lettera minatoria spedita al capo dell'ufficio tecnico del Comune di Sant'Antimo, l'ingegnere Claudio Valentino. A spedirla in ufficio fu Francesco Di Lorenzo, dopo aver avvertito lo stesso Valentino che era d'accordo. L'obiettivo era quello di fingere di minacciare l'ingegnere e far saltare gli appalti assegnati dalla giunta di centrosinistra. Il 13 luglio 2018 Valentino si reca alla tenenza dei carabinieri di Sant'Antimo e denuncia l'arrivo di una busta con una lettera minatoria e due proiettili di fucile calibro 12. I militari cominciano l'inchiesta e scoprono una leggerezza fatta da Di Lorenzo. Insieme al nipote Pietro Giordano viene ripreso dalle telecamere della posta con in mano un plico simile a quello spedito all'ingegnere. Tutto il gruppo è già sotto il controllo anche dei carabinieri del Ros che cominciano a tracciare gli spostamenti dei protagonisti della vicenda. Il 19 luglio, gli investigatori scoprono che il maresciallo Di Marino va da Di Lorenzo per avvertirlo che era stato scoperto.

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Lo rivela lo stesso Di Lorenzo in una conversazione con il padre Stefano e Nello Cappuccio, altro uomo vicino al clan e candidato alle elezioni nella lista voluta dai Cesaro. Di Marino lo avrebbe avvisato anche del fatto che sarebbe stato intercettato e per questo motivo Di Lorenzo si premura di “educare” i suoi interlocutori abituali a non dire frasi compromettenti al telefono. Il 27 agosto 2018 in una conversazione intercettata con Luigi Puca, Di Lorenzo fa capire che gli è stata consegnata anche la delega che i carabinieri di Sant'Antimo hanno avuto dalla Dda a svolgere alcune attività d'indagine. Il 17 ottobre 2018, il maresciallo Di Marino incontra Di Lorenzo e in questa occasione, come gli investigatori desumono dalle intercettazioni ambientali, gli fa leggere il verbale di sommarie informazioni redatto nel corso delle indagini e gli spiega come deve rispondere Pietro Giordano quando verrà convocato dai carabinieri per effettuare il riconoscimento di Di Lorenzo. Il militare spiega che Giordano deve dire di riconoscere lo zio nel frame del video e di averlo incontrato casualmente alle Poste. Inoltre si premura di dirgli di non parlare nella sala d'attesa del comando perché anche lì sarebbe stato intercettato. Quando Giordano viene convocato fa quello che era stato suggerito dal maresciallo allo zio e i militari sono costretti a sottoscrivere una relazione che dà esito negativo. L'indagine è tutt'altro che saltata però visto che i carabinieri del Ros stanno seguendo e intercettando tutti e hanno raccolti gli elementi da consegnare alla Dda per richiedere la misura cautelare ai danni del collega considerato “infedele”.

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