Giovedì, 23 Settembre 2021

Mare negato: i sei giorni trascorsi dallo scarico di liquami al divieto di balneazione

Un temporale del 18 luglio ha causato l'inquinamento, ma il provvedimento è scattato solo il 23: cittadini e turisti hanno fatto il bagno in acqua sporca. Restano molti dubbi sul funzionamento del sistema fognario.

L'inquinamento del mare napoletano e il conseguente divieto di balneazione ha lasciato molti dubbi sul funzionamento dell'impianto fognario. In primo luogo, sulle tempistiche che potrebbero non aver garantito al meglio la salute pubblica. Ancora oggi, 31 luglio, restano due zone interdette ai bagnanti: via Partenope e, soprattutto, l'Area marina protetta della Gaiola.

Secondo quando riportato dagli esperti, lo scarico a mare sarebbe stato conseguenza dell'abbondante pioggia caduta il giorno 18 luglio. Il divieto di balneazione, però, risale al giorno 23, ben sei giorni dopo. Ciò potrebbe significare che cittadini e turisti, in questo lasso di tempo, hanno fatto il bagno nell'acqua inquinata senza esserne consapevoli.

"E' molto probabile che sia accaduto - spiega Maurizio Simeone direttore del Parco sommerso di Gaiola - perché non esiste un protocollo di emergenza in queste situazioni. L'Arpac esegue rilievi calendarizzati da tempo, a prescindere dagli eventi piovosi. In questo caso, i campionamenti sul lungomare e nella nostra zona erano fissati per il 20, due giorni dopo la violenta pioggia e lo scarico a mare. Solo quando l'Ente ha avuto i risultati delle analisi è partito l'iter per il divieto di balneazione". In sei giorni, quindi, i napoletani sono stati sottoposti a un elevato rischio sanitario, come ha spiegato a Napolitoday anche Maurizio Chiavazzo di Legambiente

L'idea di un protocollo di emergenza per salvaguardare la salute dei cittadini è sul tavolo delle istituzioni da almeno dieci anni: "Nel 2011 - prosegue Simeone - siglammo un documento con il Comune, l'Aprac e il servizio fognature, affinché scattasse il divieto al primo segnale di scarichi a mare, così da dare modo ai tecnici di effettuare analisi in tempi rapidi. Purtroppo, è durato solo un anno e non è stato rinnovato". 

Lascia perplessi che l'interdizione ai bagnanti abbia riguardato tutta la costa tranne Trentaremi e Nisida. "Anche questo - specifica il direttore - può avere una spiegazione semplice. I prelievi in queste due zone sono stati effettuati il 14 luglio, quattro giorni prima del temporale e dello sversamento a Napoli, e non sono stati ripetuti dopo il fenomeno. Quindi, è presumibile che anche le aree di Nisida e Trentaremi fossero inquinate dopo il 18, ma nessuno lo ha accertato". 

Il molti si sono chiesti quale sia il nesso tra la pioggia e lo sversamento di liquami a mare. Non è stato un guasto a causare lo sversamento di liquami in acqua mare di Napoli e il conseguente divieto di balneazione. In realtà, si tratta di una specie di sistema di sicurezza del collettore di Coroglio. Quando la portata di acqua supera un certo livello, per evitare un collasso del sistema fognario, scatta un sistema che evita gli impianti di depurazione e sversa tutto in acqua senza alcun tipo di trattamento. Per i non addetti ai lavori, appare difficile credere che ciò possa avvenire in una delle aree di maggior pregio dell'intera regione.

"Bisogna rendersi conto del periodo storico in cui è stato realizzato - racconta Simeone - Quando fu inaugurato nel 2003 fu una manna dal cielo, perché prima l'acqua era marrone e inquinata tutti i giorni. Certo, oggi la prospettiva è cambiata. Napoli punta a essere una città turistica e non è possibile immaginare che dopo una pioggia abbondante ci sia un divieto così lungo. La nostra proposta è che nella riqualificazione di Bagnoli ci si occupi anche di ripensare questo sistema. Sarebbe assurdo non farlo e non sfruttare quei fondi". 

Il divieto dovrebbe essere revocato nei prossimi giorni anche per la Gaiola. L'episodio, però, potrebbe ripetersi e ciò rende necessaria una discussione istituzionale, che coinvolga Comune, Arpac e Abc, per ripensare al sistema fognario della città. 

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