Mare inquinato, tutte le falle che mettono a rischio la salute dei cittadini

Il divieto di balneazione nel mare di Napoli dal 23 luglio al 5 agosto ha svelato una serie di malfunzionamenti e incomprensioni nel sistema di controllo delle acque che coinvolgono Comune di Napoli, Abc e Arpac

Per 15 giorni i cittadini napoletani e i turisti hanno fatto il bagno in un mare inquinato, sottoponendosi a un rischio sanitario. Il giorno 23 luglio 2021, il Comune di Napoli ha diramato un divieto di balneazione per quasi tutto il suo litorale, comprese le zone di maggior pregio, come Marechiaro e Gaiola. Provvedimento, revocato definitavamente il 5 agosto, reso necessario perché dalle analisi dell'Arpac è emersa una abnorme presenza di batteri fecali nell'acqua. Questo episodio ha svelato tutte le falle nella tutela della salute pubblica in relazione al mare.

Secondo gli esperti, l'inquinamento sarebbe stato provocato da un fenomeno temporalesco: "Le piogge abbondanti del 18 e 19 luglio - spiega Francesca Menna, assessore comunale alla Salute con delega al Mare - hanno fatto scattare il sistema di troppo pieno della rete fognaria e i collettori hanno scaricato in mare. In seguito alle analisi effettuate dall'Arpac il giorno 20, il 23 luglio abbiamo disposto il divieto di balneazione".

A spiegare che cosa è stato trovato in acqua è Lucio Di Maio, responsabile dell'Unità operativa Mare di Arpa Campania: "C'era una concentrazione oltre la norma di indicatori, escherichia coli ed enterococchi intestinali, che rappresentano il campanello d'allarme per la presenza di agenti patogeni e, quindi, pericolosi. Può capitare anche in acque qualitativamente buone quando si verifica il troppo pieno".

Ma che cos'è il troppo pieno? Non è un malfunzionamento, bensì un sistema di allarme che evita che la rete collassi: "Le condotte sono realizzate per una certa portata d'acqua - afferma Giancarlo Chiavazzo, responsabile scientifico di Legambiente Campania - Quando il limite viene superato, allora per non andare incontro a un intasamento, i collettori scaricano direttamente a mare, senza passare per il depuratore"

I conti, però, non tornano. Se il temporale è datato 18 luglio e il divieto di balneazione è del 23, è presumibile pensare che per quasi sei giorni cittadini e turisti abbiano fatto il bagno in un'acqua altamente inquinata. "Si, è molto probabile - conferma Lucio Di Maio dell'Arpac - che i cittadini abbiano fatto il bagno in acque inquinate, quindi non sicure"

Si tratta di un'eventualità di cui anche il Comune di Napoli sembra essere a conoscenza: "E' ovvio che accada questo. - precisa la Menna - Noi abbiamo sollecitato l'Arpac a svolgere le analisi nel più breve tempo possibile".

E' del tutto casuale che l'Arpac abbia effettuato le analisi il 20 luglio. La data non è stata scelta perché successiva allo scarico in acqua di liquami, ma perché già fissata in calendario da mesi: "Il nostro calendario - informa Di Maio - viene stilato prima della stagione balneare e prevede, in ogni punto, un prelievo ogni 28 giorni".

Quanto sia stato casuale aver scoperto l'inquinamento del mare napoletano, lo dimostra un altro dato. Le aree di Nisida e Trentaremi sono le uniche a non essere state toccate dal divieto di balneazione. Sul sito dell'Arpac, però, scopriamo che gli ultimi prelievi in quelle due zone risalgono al 14 luglio, ben quattro giorni prima il temporale che ha causato lo scarico in acqua. Ciò vuol dire, che dopo lo sversamento dei liquami nessuno si è preoccupato di capire se anche in quei punti l'acqua fosse sicura o meno.

"Se anche in quei punti è scattato il troppo pieno allora è molto probabile che fossero inquinati. Noi abbiamo effettuato i controllo la settimana precedente, così come impone la legge" ammette il dirigente dell'Arpac.  Uno scenario che mette i cittadini a rischio di contrarre pericolose infezioni. Per Giancarlo Chiavazzo di Legambiente "...il rischio sanitario è evidente e riguarda le infezioni che può contrarre chi ha fatto il bagno. Per esempio, infezioni di tipo gastrointestinale".  

Di chi è la responsabilità per un divieto di balneazione giunto con oltre 5 giorni di ritardo? Di chi è la responsabilità per non aver controllato zone quasi certamente inquinate come Nisida e Trentaremi dove, peraltro, si trova uno degli allevamenti di cozze più grande del Napoletano?

"E' da tempo che sostengo la necessità di un protocollo di emergenza che scatti in situazioni del genere" sostiene l'assessore Menna. Peccato che quel protocollo esiste già ed è datato 2011, come ricorda Maurizio Simeone, direttore del Parco di Gaiola: "Fu firmato dal Comune, dall'Asl e dall'Arpac. Prevedeva che, in caso di sversamenti a mare l'ente gestore, in questo caso Abc, lo segnalasse alle autorità comunali per la predisposizione di un divieto di balneazione preventivo". 

Dopo un anno, però, quel protocollo non fu rinnovato: "Oggi sarebbe anacronistico - ammonisce Lucio Di Maio - perché quanto previsto da quel documento è contenuto nella legge regionale. All'articolo 10 è previsto che, in caso di emergenza, il Comune possa diramare un divieto prudenziale e allertare l'Arpac per controlli anche fuori dal calendario"

Era compito del Comune, quindi, predisporre il divieto di balneazione al primo segnale di pericolo. Segnale che sarebbe dovuto arrivare dalla partecipata Abc, che gestisce i collettori fognari. Purtroppo, l'Ente guidato da Alessandra Sardu, ex assessore ai cimiteri rispolverata per questo ultimo scampolo di legislatura, ha rifiutato di rispondere alle nostre domande e non possiamo sapere se l'alert sia partito oppure no. "I divieti li firmano sindaco e vicesindaco" si è limitata a dire l'assessore al Mare Francesca Menna.

Ciò che è chiaro, invece, è che il sistema, così strutturato, non può tutelare la salute dei cittadini, né le ambizioni turistiche della città. Senza considerare che, nel 2021, immaginare di avere uno scarico fognario che scarica in prossimità dell'area marina protetta di Gaiola ha il sapore di un sadico autogol.

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