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Sandro Ruotolo scrive a Saviano: "La nuova Napoli non è una bugia"

Il noto giornalista ha scritto una lettera aperta allo scrittore: "Napoli sta cambiando: è diventata un laboratorio straordinario di aggregazione, di democrazia dal basso"

Una lettera aperta a Roberto Saviano. Il mittente è il noto giornalista napoletano, Sandro Ruotolo, che attraverso le colonne del Corriere del Mezzogiorno ha replicato alle parole dello scrittore di Gomorra.

"Caro Roberto - scrive Ruotolo - mi piacerebbe tantissimo camminare con te per la nostra Napoli, farti vedere luoghi e situazioni, farti parlare con quelle persone che sono rimaste sul territorio e che, per appartenenza, bisogno di identità e di legalità, vogliono cambiare la loro città. Mi dirai: ma questo non è il mio mestiere. È vero, non è neanche il mio. Io sono un cronista e devo raccontare quello che vedo. L’aggravante per me è che addirittura sono un giornalista d’inchiesta. E tu sei uno scrittore che ha avuto il merito di porre all’attenzione dell’opinione pubblica italiana e non solo, la questione criminale napoletana: la camorra-Gomorra.

Ti scrivo questa lettera aperta dopo l’intervista pubblicata ieri dal Corriere del Mezzogiorno perché, come avrai capito, non sono d’accordo con te. Tu da dieci anni, io da più di un anno e mezzo, viviamo con la scorta. Tu per Gomorra e io per un’inchiesta sulla terra dei fuochi. Tu hai deciso di trascorrere buona parte del tuo tempo all’estero per poter vivere con un pizzico di tranquillità in più. Io invece ho scelto di continuare insieme agli altri: mi piace molto il «noi», la battaglia per la legalità.

Caro Roberto, ho bisogno del tuo punto di vista critico, del tuo pensiero libero e capisco che per te sia fondamentale l’indipendenza. Non ti chiedo di cambiare ma di comprendere che Napoli invece sta cambiando: è diventata un laboratorio straordinario di aggregazione, di democrazia dal basso. Quando negli anni ‘80 ho lavorato alla Rai di Napoli, lo scrittore Luigi Compagnone era un mio collega. Luigi amava descrivere la nostra città come un arcipelago dove, però, mancavano i ponti necessari a collegare le varie isole. Quando nel 1997 fu uccisa mia cugina Silvia Ruotolo, io me la presi con quella borghesia che faceva finta di nulla. Oggi non è più così. Segmenti della società civile sono andati oltre la pura indignazione.

Lo so, ti arrabbierai se dico che Napoli non è solo Gomorra. Sai quante volte lo hanno detto anche a me: «Ma perché parlate soltanto delle cose brutte?». Ebbene, ho sempre dato la stessa risposta: un ricordo pescato fra i tanti che hanno scandito la mia lunga avventura professionale e che ancora mi accompagna. Nel pieno della mattanza criminale di Scampia, dodici anni fa, realizzai il reportage «La guerra nel golfo» e intervistai un’imprenditrice napoletana che fece arrestare una trentina di camorristi. Ecco, quella per me era la Napoli di cui andare orgogliosi. Quella era la risposta migliore alla domanda che mi perseguitava.

Le piazze a Scampia ci sono ancora, ma si sono ridotte. Alcune sono addirittura diventate piazze della legalità. Lo spaccio di droga si è trasferito altrove. Nessuno si sogna di dire che Napoli è diventata un Eldorado. Sarebbe una presa in giro. Ma sai bene, caro Roberto, che se alle stese organizzate dalle paranze dei guaglioni si risponde esclusivamente inviando duecento soldatini a presidiare qualche strada, il problema non si risolve. Se sottrai risorse e investimenti, se non affronti la questione sociale, l’emergenza criminale è destinata ad affondare ulteriormente le sue radici. Con il rischio, poi, di vederle diventare inestirpabili. Dunque, non bariamo: il sindaco di una città non decide sulla sicurezza e sull’ordine pubblico. Può fare altro ma non questo. La responsabilità istituzionale appartiene al governo nazionale.

Hai ragione «la parola è già azione». In me, in tanti di noi, c’è la consapevolezza dell’importanza delle parole e dei gesti, della fatica quotidiana. Cronisti minacciati, testimoni, familiari delle vittime innocenti, giovani che si danno da fare. Io sono stato minacciato perché ero solo. Perché stare per strada è difficile, è faticoso. E così deve essere. Per tutti noi".

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