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Venerdì, 14 Giugno 2024
L'inchiesta

Le accuse mosse a D'Alema&Co: “Corruzione internazionale. Affare da quattro miliardi di euro”

La tangente che sarebbe dovuta essere corrisposta alle parti, italiana e colombiana, era del 2% pari a 80 milioni di euro

Corruzione ​internazionale "con l'aggravante di aver commesso il reato attraverso il contributo di un gruppo criminale organizzato in più di uno Stato quali Italia, Usa, Colombia ed altri Stati in via di accertamento". Fa tremare i polsi l'ipotesi di reato su cui sta lavorando la procura di Napoli e che è alla base del decreto di perquisizione eseguito oggi dalla Digos partenopea. I soggetti indagati vengono ritenuti "a vario titolo adoperati quali promotori dell'iniziativa economica commerciale di vendita al Governo della Colombia di prodotti delle aziende italiane a partecipazione pubblica Leonardo (in particolare aerei M 346) e Fincantieri (in particolare corvette, piccoli sommergibili e allestimento cantieri navali), al fine di favorire ed ottenere da parte delle Autorità colombiane, la conclusione degli accordi formali e definitivi aventi ad oggetto le descritte forniture ed il cui complessivo valore economico ammontava a oltre quattro miliardi di euro". Sono otto in totale gli indagati che devono rispondere di ipotesi di reato gravissime. Si tratta dell'ex presidente del Consiglio, Massimo D'Alema, dell'ex ad di Leonardo, Alessandro Profumo, dei due broker pugliesi Francesco Amato, 39 anni, ed Emanuele Caruso, 44 anni, dell'ex responsabile della Divisione Navi militari di Fincantieri, Giuseppe Giordo, 58 anni, del commercialista Gherardo Gardo, 52 anni, di Giancarlo Mazzotta, 53 anni, e di Umberto Claudio Bonavita, 50 anni. Stando alla ricostruzione avanzata dai sostituti procuratori titolari dell'inchiesta e firmatari del decreto, l'obiettivo era quello di proporsi come mediatori per la vendita alla Colombia di navi, sommergibili e aerei militari.

L'affare saltato da quattro miliardi di euro 

Un affare da quattro miliardi di euro, non andato in porto, che il decreto ricostruisce e delinea negli indagati vari ruoli. I broker dell'operazione sarebbero stati Francesco Amato ed Emanuele Caruso. Il loro ruolo era quello di consulenti per la cooperazione internazionale del ministero degli Esteri della Colombia. I due, attraverso Giancarlo Mazzotta, avrebbero stabilito il contatto con Massimo D'Alema. L'ex presidente del Consiglio e ministro degli Esteri aveva il curriculum giusto per fare da “mediatore informale”, così lo definisce la procura, con elementi di vertice delle principali società italiane del settore. D'Alema avrebbe fatto da legame con Profumo, ad di Leonardo, e Gordo, direttore generale della divisione Navi militari di Fincantieri. Due pezzi da novanta delle due principali aziende italiane per quanto riguarda l'aerospaziale e la nautica. L'affare doveva portare benefici economici illeciti a quelle che la procura chiama la “parte italiana” e la “parte colombiana” attraverso un meccanismo che viene ricostruito all'interno del decreto di perquisizione. I magistrati scrivono testualmente: "offrivano (i due broker) e comunque promettevano ad altre persone, che svolgevano funzioni e attività corrispondenti a quelle dei pubblici ufficiali e degli incaricati di pubblico servizio presso le autorità politiche, amministrative e militari della Colombia, il corrispettivo illecito della somma di 40 milioni di euro, corrispondenti al 50% della complessiva provvigione di 80 milioni di euro prevista quale 'success fee', determinata nella misura del 2% del complessivo valore di 4 miliardi di euro delle due commesse in gioco e da corrispondersi in modo occulto".

La tangente del 2% da 80 milioni di euro 

La somma complessiva di 80 milioni di euro "era in concreto da ripartirsi tra la 'parte colombiana' e la 'parte italiana' attraverso il ricorso allo studio legale associato americano Robert Allen Law, con sede in Miami (segnalato ed introdotto dal D'Alema quale agent e formale intermediario commerciale presso Fincantieri e Leonardo) rappresentato in Italia e per la specifica trattativa da Umberto Bonavita e Gherardo Gardo". Lo studio legale si sarebbe adoperato "per la predisposizione e la sottoscrizione della contrattualistica simulatoria e formalmente giustificativa della transazione finanziaria e dei veicoli societari, bancari e finanziari in concreto predisposti per il transito, la ripartizione e la finale distribuzione della somma, a cui non faceva infine seguito la formalizzazione dei contratti per l'intervenuta interruzione delle trattative a causa della mancata intesa sulla ulteriore distribuzione della predetta somma tra le singole persone fisiche costituenti la 'parte italiana' e la 'parte colombiana'". Di fatto, quindi, la procura ipotizza che sia stata stabilita una tangente del 2% sui quattro miliardi complessivi pari a 80 milioni di euro da dividere a metà tra i colombiani e gli intermediari italiani. Due maxi-tangenti di cui viene delineato l'eventuale percorso ma non la possibile divisione tra gli otto indagati. Anche perché l'affare è poi saltato non configurando mai materialmente l'arrivo dei soldi alle parti in causa.

La difesa 

È su questo che sicuramente punterà la difesa degli indagati tra cui si è espresso l'avvocato di Massimo D'Alema, Gianluca Luongo. Nel commentare la perquisizione informatica eseguita ai danni del suo cliente, Luongo ha dichiarato alle agenzie di stampa che ''il presidente D'Alema ha fornito la massima collaborazione all'autorità giudiziaria. Siamo certi che sarà dimostrata la più assoluta infondatezza dell'ipotesi di reato a suo carico''. Sulla stessa lunghezza d'onda Cesare Placanica. 'Il mio assistito Giuseppe Giordo è assolutamente tranquillo. Anche perché siamo in presenza di una costruzione giuridica assolutamente ardita. Resa, inoltre, in virtù di una competenza territoriale a procedere che si fatica a comprendere. Stupisce peraltro, in relazione a tale problematica, che malgrado il clamore della vicenda ci sia stato una sola procura della Repubblica su tutto il territorio nazionale che abbia ritenuto sussistente profili di rilevanza penale - sottolinea il penalista -. Così seri da meritare, addirittura, un atto di perquisizione, inevitabilmente destinato a finire nel circuito mediatico''.

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