La storia di Valeria, ginecologa napoletana a Bergamo dove le mamme positive non possono abbracciare i propri figli appena nati

Ha assistito anche mamme positive al Coronavirus costrette a partorire anzitempo per l'infezione polmonare. Questo il suo racconto

Foto Ansa

Mille chilometri lontano da casa per provare a far nascere bambini, anche in questo periodo in cui nella città del suo ospedale si vedono molte più bare che fiocchi rosa, a causa di un'epidemia che cambierà per sempre il volto dell'Italia. È la storia di Valeria Frega, ginecologa napoletana di Torre Annunziata, che da un anno e mezzo lavora a Bergamo e si è trovata, suo malgrado insieme ai colleghi, a fronteggiare l'epidemia di Coronavirus che vede nel bergamasco il principale focolaio italiano e la provincia che ha sacrificato più vittime. Questa la sua testimonianza:

Cosa significa lavorare in questo momento in un ospedale a Bergamo che è il centro dell'epidemia di Coronavirus in Italia? A noi qui arrivano immagini di una città sconvolta rappresentata da una fila di bare senza che i parenti delle vittime possano piangere i loro cari.

Bergamo è la città che mi ha accolta circa un anno e mezzo fa, quando la possibilità di lavorare nella mia terra secondo i miei criteri e i miei principi non c’era. È una città piena di fascino, ma ciò che più di tutto ho imparato ad apprezzare, è stato l’animo del popolo bergamasco, fiero, battagliero, pronto a rimboccarsi le maniche e a lavorare a testa bassa senza mai una lamentela . È per questo motivo che vedere una città così bella, viva , laboriosa, in ginocchio, è così triste. Perché è questo che ci ha fatto questo virus, ci ha tolto la vitalità e le nostre sicurezze, ci ha fatto sentire esposti come mai prima d’ora.

Purtroppo le immagini che arrivano di Bergamo, sono realistiche: qui le persone malate vengono portate via dalle proprie abitazioni in ambulanza, senza che i parenti abbiano idea di dove i propri cari vengano portati, poiché attualmente trovare un posto disponibile in un reparto di Medicina o di Terapia Intensiva è cosa ben lontana dall’essere semplice. A volte gli operatori sanitari sono così impegnati ad assistere i pazienti COVID19 positivi, che non hanno neanche il tempo di informare i loro parenti sulle condizioni cliniche dei loro congiunti, persino del loro decesso nei casi più estremi, per cui le persone rimangono per giorni, imprigionate nelle loro case, in attesa di notizie, che troppo spesso non sono buone.

Che turni fate? In che condizioni sta lavorando il personale medico? Immagino sia forte lo stress.

Attualmente lavoro in un reparto, quello di Ginecologia e Ostetricia dell’ASST Bergamo Est, in cui, fortunatamente, il numero dei medici e degli operatori sanitari in generale , è ancora superiore rispetto al numero dei positivi malati, ma ci stiamo preparando al rovescio di questa situazione, motivo per cui ci aspettiamo un notevole incremento delle ore di lavoro nei prossimi giorni. Sin da subito abbiamo preteso che ci venissero forniti gli strumenti necessari per ridurre al minimo la possibilità di contagio derivante dal contatto con pazienti infetti e attualmente stiamo cercando di centellinare i DPI da utilizzare (mascherine FFP2, FFP3, camici monouso, guanti ecc), per non rischiare di rimanerne sforniti più avanti.

Lo stress è forte, per mille motivi diversi. In primis perché ogni giorno arrivano disposizioni diverse relative alle misure necessarie per contenere il contagio all’interno degli ospedali; in secondo luogo perché anche i medici, gli infermieri, le ostetriche, gli OSS hanno paura , per se stessi, per i propri figli, per i propri genitori e alzarci ogni mattina sperando di fare il nostro dovere nel migliore dei modi, senza per questo voler rischiare di compromettere la propria salute, è dura.

Lei è un ginecologo, le sono capitati dei casi di donne incinte positive? Come vi state regolando in questi casi?

Purtroppo si, è capitato, e ci aspettiamo di avere sempre più spesso a che fare con situazioni del genere. Attualmente ci siamo attrezzati allestendo una sorta di “secondo pronto soccorso”, nel quale gestiamo le pazienti gravide che afferiscono all’ospedale per sintomatologia COVID compatibile. Laddove le condizioni materno-fetali lo consentano, abbiamo l’obbligo di trasferire queste donne presso l’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, che attualmente è il punto di riferimento provinciale per la gestione delle gravide COVID19 positive. Molto spesso, tuttavia, capita che la presenza dell’infezione determini una compromissione delle condizioni fetali, tale da non avere il tempo di trasferire la gestante: in questi casi cerchiamo di fornire alla paziente l’assistenza ostetrica che riceverebbe una donna qualsiasi, cercando di limitare al minimo la contaminazione delle sale parto.

Al momento avete delle evidenze che il virus possa creare problemi al feto?

Al momento non abbiamo evidenze che l’infezione da coronavirus determini un aumento del rischio di aborto durante il primo trimestre, o che ci siano casi di infezione fetale intrauterina da COVID 19 durante il II e il III trimestre. Sono descritti dei casi di parto pre- termine in donne infette in Cina, ma tuttavia il rapporto causa effetto tra il virus e l’outcome ostetrico non è stato ancora dimostrato. Bisogna tenere presente , tuttavia, che la presenza di complicanze polmonari materne , nonché di sintomi quali febbre persistentemente alta o ridotta saturazione dell’ossigeno, possono altresì determinare una compromissione delle condizioni fetali, tale da rendere necessario l’espletamento urgente del parto. È per questo motivo che le donne gravide, più di tutti , devono adottare pedissequamente tutte quelle misure (lavaggio frequente delle mani, distanziamento sociale, isolamento domiciliare ), volte a ridurre al minimo il rischio di contagio.

Le è capitato di dover far partorire delle donne perché le loro condizioni erano critiche? Cosa si prova a far nascere un bambino vedendo una donna sofferente per una patologia così sconosciuta? Le madri di cosa hanno paura?

Nel reparto nel quale lavoro, sono nati attualmente alcuni bambini da madri COVID 19 positive; aiutare un bambino a venire al mondo è sempre una esperienza unica, indipendentemente dal fatto che la madre possa essere o meno infetta e devo dire che a partire dal personale ostetrico, nessuno si è mai sognato di farsi influenzare dalla possibilità del contagio durante l’assistenza a una donna durante il travaglio. Tuttavia ci si rende conto che le donne che si apprestano ad affrontare un momento delicatissimo, come la nascita del proprio figlio, hanno una duplice paura, quella del parto in sé per sé, ma anche quella legata alla paura di poter arrecare un danno al proprio bimbo.

Ricordiamoci che le donne COVID positive che partoriscono, non possono avere vicino il proprio partner al momento della nascita, come invece accadrebbe in una situazione di normalità; queste donne non possono mettere in atto lo “skin to skin” (contatto pelle-a-pelle tra madre e neonato) ed è ancora in fase di discussione se sia preferibile isolare questi bambini dalle loro madri per 14 giorni, eliminando il rischio di contagio o se sia meglio far si che mamma e neonato stiano comunque vicini per favorire il bonding. Nessuno può immaginare cosa possa significare per una neomamma scegliere tra il coccolare il proprio bambino, con la paura di contagiarlo e il non toccarlo per ben due settimane.

Cosa significa lavorare lontano centinaia di chilometri da casa, avendo i propri affetti lontano e non potendo tornare da loro per la paura e le misure contro il contagio?

Lavorare lontano da casa è stata una scelta difficile, legata all’ahimè enorme discrepanza tra le possibilità di lavoro nel mio settore tra gli ospedali del Nord e quelli della Campania. Quando si lavora lontani dalla propria terra, si ha la sensazione di vivere in bilico tra due vite diverse: quella fatta di famiglia, amici d’infanzia, del proprio paese di origine e quella fatta di amici nuovi e di soddisfazioni lavorative, del paese di adozione. Tuttavia è in momenti come questi che si prova ancora più rabbia nel pensare agli anni di mal gestione della sanità in Campania che hanno portato tanti giovani medici come me ad espatriare: non sapere quando sarà la prossima volta che potrai abbracciare tuo marito, la tua famiglia, ti dà una sensazione di precarietà e di solitudine, associata ovviamente alla preoccupazione che anche i tuoi cari possano ammalarsi, ma a 800km di distanza da te. Purtroppo è la vita che ho scelto per lavorare secondo i miei principi, ma in tempi difficili come questi, viene da chiedersi quanto ne valga davvero la pena .

Come pensa reagirà Napoli e la sua sanità quando si avrà anche da noi il picco dei contagi?

Il fatto che il boom di contagi sia partito dalla Lombardia, ha dato modo, a mio parere agli ospedali della Campania, di potersi attrezzare in maniera adeguata alla gestione dell’emergenza, sebbene molti dei miei colleghi che lavorano ancora lì lamentino una preoccupante mancanza di DPI che spero veramente sia soltanto temporanea. Ho la sensazione che il popolo campano abbia preso seriamente coscienza degli enormi rischi legati all’espansione della pandemia e dell’importanza di rispettare le regolare volte alla limitazione del contagio. Certo, gli incoscienti ci sono e ci saranno sempre, non solo in Campania, ma si sa, è in periodi di crisi che i napoletani sono in grado di tirare fuori il meglio da loro stessi, motivo per cui sono fiduciosa del fatto che contribuiranno con tutte le proprie forze ad abbattere questo nemico invisibile nella maniera più definitiva possibile. In ogni caso, è solo dopo la fine dell’epidemia che avremo realmente la misura dell’impatto che questo virus avrà nel far prendere coscienza agli organi preposti, dell’enorme importanza che la sanità pubblica, per troppo tempo martoriata da una politica priva di lungimiranza, ha nei momenti di emergenza sanitaria.

Da medico, crede che questa epidemia continuerà a mietere vittime ancora per diversi mesi?

Da medico purtroppo, non posso fare a meno di pensare che l’epidemia continuerà a mietere vittime ancora per alcuni mesi. Di quanti mesi si tratta , dipenderà solo dalla collaborazione di tutti nel rispettare le regole che ormai conosciamo a memoria e dall’adozione di misure di contenimento fondamentali, quali l’esecuzione del tampone per la ricerca del virus su tutti gli operatori sanitari e soprattutto sui soggetti positivi asintomatici, principalmente responsabili della diffusione inconsapevole del contagio. Dal nostro canto, è certo che noi medici, ma anche tutti gli infermieri, le ostetriche, gli OSS, continueremo a garantire la migliore assistenza possibile ai nostri pazienti, perché è quello che abbiamo giurato di fare e perché è quello che amiamo fare. Voi però, aiutateci ad aiutarvi.

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