Don Giuseppe Diana, il sacerdote che sfidò i casalesi

"Per amore del mio popolo non tacerò"

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di NapoliToday

Chi è don Peppino? “Sono io”. Furono queste le sue ultime parole. Il 19 marzo 1994, giorno del suo onomastico, fu barbaramente assassinato dalla camorra dei casalesi. Era nel corridoio che dalla sacrestia porta all’altare ed era pronto a celebrare la Santa Messa. “Dal seme che muore, fiorisce una messe nuova di giustizia e di pace”. Un pensiero positivo di un sacerdote coraggioso che ha compiuto fino in fondo la sua missione, contrastando con la forza dell’amore, della legalità e della ragione, la violenza di chi imponeva un modo di vita che imbarbarisce il genere umano. Per mia sfortuna non ebbi l’occasione di poterlo conoscere, ma aver letto della sua pur breve vita mi ha colpito profondamente. È una di quelle storie che una volta conosciuta, ti resta dentro. Una storia che ti fa venire il nodo alla gola fino ad arrivare al tuo cuore. Una storia, purtroppo, rara ed estranea ancora a tanti. Mi ha entusiasmato il suo pensiero e il suo modo di combattere la criminalità organizzata. “La camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche é caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi”. Questa è una frase ancora oggi attuale. “Le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili”. E’ un altro frammento dei suoi pensieri che mi porta a riflettere sull’impegno civile di ogni singolo cittadino nella lotta al crimine organizzato. E’ un’esortazione forte rivolta a una classe politica irrimediabilmente corrotta. Mi piacque tanto anche quando evidenziò le mancanze dell’azione pastorale incitando tutta la Chiesa a essere più incisiva e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio verso i più deboli. Augusto Di Meo, testimone oculare dell’omicidio di don Peppe, mi racconta sempre come lui non amasse le “passerelle delle autorità”, era una persona umile e amica di tutti. Negli anni più bui di Casal di Principe la camorra dei Casalesi lo tenne sotto stretto controllo perché capì subito che sarebbe stato un vero combattente. Spero che dal sangue di un uomo onesto, coraggioso e leale come lui possano nascere tanti altri gesti di coraggio e di solidarietà per chi lotta le mafie in prima linea. Il suo sacrificio richiama alla memoria quello di tanti servitori dello Stato, il sacrificio di tutti quelli che hanno perso la vita per cercare di fare del nostro Paese una terra libera dalla paura delle mafie: una terra più sana, all’insegna della verità, della giustizia e della legalità. Vincenzo Musacchio, Presidente della Scuola di Legalità “don Peppe Diana” di Roma e del Molise

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