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Positiva al Covid con due figli piccoli: come si spiega ad un bimbo la positività e la distanza

La storia di Caterina: “Io guarita dal Covid dell'attesa e della solitudine”

Contagiata a ottobre, una psicoterapeuta napoletana parla della sua esperienza, raccontando come trattare l’argomento Covid con i bambini. “La paura di avere un virus che progressivamente potrebbe peggiorare determina molta ansia. È un timore comune che ho riscontrato anche in altre persone che sono risultate positive” racconta Caterina, la psicologa napoletana guarita dal Covid-19. Scopre a ottobre di essere positiva dopo essersi sottoposta ai test di controllo che, periodicamente, fa per lavoro essendo psicoterapeuta dell’età evolutiva in una struttura ospedaliera di Napoli. Lei è stata asintomatica, ma il panico che ci fosse un decorso non blando della malattia l’ha accompagnata in quei giorni che Caterina descrive con due parole precise: solitudine e attesa. Racconta di come ha vissuto da madre avere il Coronavirus ed essere lontana dai suoi piccoli figli; come sono scandite le ore in quelle giornate in isolamento fatti anche da gesti di solidarietà di amici e dirimpettai. Durante tutta la nostra telefonata ha un tono di voce dolce. Condivide senza esitazione l’esperienza
che ha vissuto e che, fortunatamente, non ha avuto dure conseguenze, dando anche il suo parere da psicologa su quanto la situazione delicata che stiamo vivendo stia incidendo su ogni aspetto della quotidianità.

Caterina, come hai scoperto di essere positiva? Ci racconti cosa è successo da quando ti hanno diagnosticato il virus?
“Sono risultata positiva, dopo un tampone effettuato come screening nell’ospedale dove lavoro. Non avendo manifestato sintomi, ho avuto un impatto molto forte quando ho appreso la notizia. Non mi aspettavo di averlo contratto, essendo stata sempre molto attenta. Due sensazioni mi hanno attraversato: paura e disorientamento. Per quanto sappiamo che gli asintomatici generalmente non peggiorano nel
tempo, ho avuto molta paura che nei giorni seguenti potessi presentare i sintomi. Nei giorni successivi ho avuto una forte astenia. Ho assunto alcune vitamine. Ho cercato di riposare ma purtroppo lo stress non ha aiutato. Inoltre, ho avuto molta paura di aver contagiato non solo le persone a me care ma anche quelle che ho fugacemente incontrato in settimana”.

Tu hai due bambini piccoli. Da un punto di vista pratico la gestione familiare sarà stata ardua.
“Sì è stata molto difficile sia su un piano organizzativo che psicologico. Siamo stati fortunati perché siamo riusciti a stare in due case separata che hanno reso la situazione per certi versi più facile. Per quanto dura e sofferta, essere fisicamente lontani da loro ha permesso di proteggerli dal virus e allo stesso tempo è stato per loro più facile accettare una distanza ‘fisica’. Diversa cosa sarebbe stata se fossi stata nella stessa casa con il divieto assoluto di entrare nella stanza. Durante la lontananza ci hanno aiutato le videochiamate. Un appuntamento fisso era l'ora del pranzo in cui si mangiava assieme”.

Come si spiega a un bimbo l’isolamento di un genitore a causa del virus?
“I bambini si sentono sollevati se riescono a esprimere i loro sentimenti inquietanti, angoscianti in un ambiente sicuro ed emotivamente solido. Pertanto io e il papà abbiamo cercato di aiutarli a comunicare le loro emozioni. Il padre è stato molto bravo perché utilizzando un linguaggio semplice ha spiegato cosa io avessi, dicendo che stavo bene ma che dovevo stare lontano da loro per proteggerli da un virus che facilmente ‘salta da una persona a un'altra’. È molto importante essere chiari e sinceri per evitare che il bambino possa amplificare ciò che percepisce. I ‘non detti’ creano un malessere psichico molto più dannoso che una sana verità detta in modo appropriato ed adatto al livello di sviluppo del bambino”.

Ci sono molti racconti discordanti riguardo la modalità nell’effettuare i tamponi e le relative attese alle risposte. Alcuni esprimono un malcontento. Qual è stata la tua esperienza in merito con la tua ASL di riferimento per quello di verifica?
“Sono stata da subito seguita dall'ASL. Io appartengo al distretto 24 dell’ASL NAPOLI 1 CENTRO. Mi hanno più volte contattata per accertarsi del mio stato di salute, per avere notizie dei tamponi dei miei familiari e in ultimo per prenotarmi il tampone di controllo. Il servizio nel mio caso è stato tempestivo; dopo 11 giorni sono venuti a casa per farmi il tampone e dopo un paio di giorni ho avuto la risposta”.

In quei giorni di isolamento, dove, per di più c’è anche la malattia, quali sono le riflessioni che si fanno?
“Solitudine e attesa. Solitudine perché nonostante sia stata inondata dall'affetto di moltissime persone, alcune inaspettate, c'è sempre la distanza con l'altro, la mancanza di contatto. Le video chiamate, il pranzo fuori la porta, chi ti fa recapitare un palloncino con sopra dei messaggi, gesti che ti restituiscono un po' di quel calore necessario per affrontare l'isolamento, non posso certo sostituire una visita, un
abbraccio; dall'altro lato l'attesa, l'attesa del risultato del tuo tampone, l'attesa del risultato del tampone dei tuoi cari, l'attesa del secondo tampone, l’attesa del risultato del secondo tampone. Insomma, questo virus mi sembra proprio il virus dell'attesa e della solitudine. Ci confrontiamo con queste due dimensioni ed è dura perché siamo in una società in cui non siamo più abituati ad attendere. Tutto lo abbiamo con un click”.

Le ore del giorno come sono scandite?
“Ho approfittato per utilizzare questo tempo sospeso per dedicarmi a tutto ciò che nella vita quotidiana, presa dal lavoro e dai figli, ho trascurato: lettura e tanti film in lingua originale. Mi sono detta: ‘così perfeziono il mio inglese!’”.

Quando sei guarita e sei ritornata alla vita di sempre cosa ti ha colpito di più?
“La possibilità di abbracciare i miei bambini, la libertà di camminare. Il mio primo desiderio è stato di vedere il mare. Avevo bisogno del contatto con l'acqua e così ho fatto lunghe passeggiate sulla spiaggia. Avevo bisogno di vedere l'orizzonte”.

Adesso, cosa ti spaventa di più?
“Proprio perché so di cosa si tratta e soprattutto della facilità con cui si può essere contagiati, ho molta paura di contrarlo di nuovo. Non è solo la paura della malattia ma anche di tutto quello che ruota attorno ad essa, la cornice in cui si connota”.

Invece, cosa apprezzi di più?
“Lo stare bene in tutte le sue forme”.

Per lavoro ti confronti con medici internisti che sono in prima linea alla lotta contro il Covid-19.Senza fare allarmismi, qual è la fotografia reale della situazione? Cosa preoccupa di più loro?
“L'opinione pubblica si è molto concentrata sulla carenza di posti letto nelle terapie intensive ma in verità il problema sono le sub-intensive. Purtroppo in Campania abbiamo anche una carenza di personale medico e paramedico che aggrava la situazione sanitaria.”

Come psicoterapeuta tu lavori principalmente con i bambini. Adesso che sono passati molti mesi, come la stanno percependo la pandemia?
“I bambini hanno bisogno di scandire la loro giornata da una routine ben stabilita. Attraverso tempi e spazi ben definiti garantiamo una cornice di certezza e sicurezza. La convivenza forzata, l'impossibilità di uscire, la mancanza della scuola (per noi cittadini campani) hanno avuto l'effetto di cambiare le abitudini dei bambini. La perdita di una organizzazione dei propri tempi e spazi, fisici e relazionali, li ha destabilizzati, disorientati. Dominante, quindi, è il forte senso di disorientamento, legato alla perdita di punti di riferimento sociali. Chiaramente, come avviene con tutte le esperienze che viviamo, ciascuno ha il suo modo di affrontarle che dipendono anche dal contesto familiare. Alcuni riescono per resilienza a vivere l'attuale condizione senza particolari difficoltà, altri, invece, sviluppano forme di malessere psichico manifestate sottoforma di sintomi ansiosi.”

In giro c’è uno spirito diverso dalla scorsa primavera. Incertezza e confusione sono stati d’animo un po’ condivisi da tutti. Le modalità con cui le istituzioni stanno gestendo l’emergenza e, anche, le opinioni diverse, a volte contrastanti, date dagli esperti, quanto stanno influenzando le persone?
“Credo che le istituzioni giochino un ruolo importante. L'essere umano ha bisogno dell'Istituzione ‘Padre’ che dia la regola, che lo guidi. Le istituzioni sono necessarie come contenitore delle nostre ansie. Nella prima ondata c'è stata, paradossalmente, più chiarezza e sicurezza da parte dello Stato, sebbene da un punto di vista medico-scientifico avevamo meno conoscenze. In questo momento avvertiamo rabbia,
tristezza e discordia. A mio avviso, questi sentimenti sono dettati anche dal doverci confrontare con la disillusione, ovvero con la difficoltà ad accettare che il virus è ancora presente e che limiterà la nostra vita. Siamo passati dall'idealizzazione anche verso le figure sanitarie alla svalutazione.”

Per ora, siamo ancora in zona rossa. Avendo già vissuto il Lockdown, quanto inciderà sul nostro umore anche dopo?
“In questa situazione, come in tutte le esperienze umane, è impossibile stabilire una causalità lineare tra il prima e il dopo, tenendo in considerazione le numerose variabili individuali, intra e inter personali. Sicuramente viviamo un momento di ristrutturazione delle convinzioni fondanti le nostre identità sociali e individuali. Guardiamo, per esempio, come si è modificato il concetto sociale dello stare insieme, modifiche che, probabilmente, non scompariranno.”

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