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Concorsone, i borsisti: "Eliminare la prova scritta e assunzione immediata"

Protesta dei 1.800 vincitori del bando del 2019: "Il Governo ha semplificato i concorsi, perché per il nostro non vale? Veniamo testati ogni giorno sul campo e siamo diventati indispensabili"

Il Concorsone regionale è uno dei grandi cavalli di battaglia di Vincenzo De Luca. Oggi, i 1.800 vincitori, che da circa due anni sono impegnati in vari enti pubblici della Campania in percorsi di formazione-lavoro, sono finiti al centro di uno scontro politico-istituzionale. 

Il motivo del contendere, che ha portato i borsisti a scendere in piazza per protesta, è l'ulteriore prova scritta che dovrebbero sostenere per puntare all'assunzione definitiva. Una prova effettivamente prevista dal bando del 2019, da sostenere al termine del tirocinio. Poi è arrivato il Decreto legge 44/2021 che ha semplificato tutte le procedue concorsuali, riducendo le prove a una scritta e una orale. Un provvedimento, nato in ottica pandemica, per fornire agli enti pubblici il personale che manca da anni e come sostegno all'economia in crisi. 

I benefici del decreto non riguardano, però, i vincitori del concorsone campano. A prendere questa posizione così netta, senza fornire ulteriori motivazione è la Commissione interministeriale Ripam, con avallo del ministro Renato Brunetta. Dall'altro lato, la Regione Campania, nella persona del governatore, pretende l'assunzione immediata dei 1.800 borsisti. 

Una difficoltà aggiuntiva è rappresentata dal fatto che i tirocini termineranno a maggio, mentre la prova è prevista per giugno, con un mesetto circa di tempo per studiare un programma degno di una laurea breve. In mezzo ci sono loro e dientro le loro storie si nascondono tante storture di una procedura che ha fatto acqua da più punti. In primis, quelli che dovevano essere tirocinanti sono diventati lavoratori a tutti gli effetti, spesso fondamentali per le attività dei singoli uffici, mutuando il comportamento delle aziende private, che si nascondono dietro la formula dello stage per sotto-pagare i lavoratori. 

Come se non bastasse, in molti casi ci sono stati ritardi nei pagamenti della borsa lavoro di poco meno di 900 euro mensili. "Spesso dobbiamo attendere 3-4 mesi per poter avere una o due mensilità. Tra di noi ci sono persone che hanno famiglia" denuncia una giovane donna. 

Tra i paradossi più eclatanti c'è l'obbligo di presenza che molti uffici hanno imposto, come capitato al Comune di Napoli, in un'epoca in cui da ogni parte si invoglia allo smart working. Ma la vera beffa è rappresentata dal fatto che se un borsista contrae il Covid-19 a lavoro ed è costretto ad assentarsi rischia di essere escluso dall'iter formativo e di dover restituire tutti i soldi una volta raggiunto il tetto delle assenze consentite. 

Il caos avvolge tutti gli elementi di questa storia, con versione che cambiano giorno dopo giorno, con il rimpallo delle responsabilità tra Enti statali ed Enti locali. Nel mezzo, c'è la vita di 1.800 persone che chiedono a gran voce l'annullamento di un'ulteriore prova e l'immediata assunzione. 

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