L'avventura di Ciro Di Maio: "Mio padre ha lasciato il clan, ora io sono un imprenditore di successo"

Pizzaiuolo in quel di Brescia (dove è emigrato per un lavoro e ora dà lavoro a 15 persone), Ciro deve la sua verve imprenditoriale anche a un gesto molto importante fatto dal padre

Il giovane pizzaiolo Ciro Di Maio, trentenne nativo di Frattamaggiore, ha deciso di raccontare la sua storia, che parte dai sobborghi di Napoli e - dopo una difficile emigrazione al Nord - arriva a essere quella di un imprenditore di successo. Il padre è un ex camorrista che ha deciso di abbandonare il clan, arrangiandosi fra diversi lavoretti pur di restare onesto. "Nel 2015 la svolta della mia vita. Trovo per caso un lavoretto a Brescia da pizzaiolo per la catena “Rossopomodoro” a Brescia", spiega Ciro.  L’inizio di un’avventura che non immagina: "La catena decide di lasciare la gestione in mano a sei soci, tra i sei ci sono io. A poco a poco compro le quote degli altri, aiutato anche da un manager che di nome fa Eugenio, come mio padre. E riesco poi a riassumere tutti i colleghi di lavoro che rischiavano di rimanere a casa".

È così che è iniziata l’avventura “Pizza Madre”, il locale di Ciro che oggi a Brescia impiega una quindicina di persone ed è noto per la veracità delle sue pizze, ma anche per il suo menù alla carta di alta cucina. “Ci amano perché rappresentiamo la tradizione napoletana della buona cucina”, dice Ciro. In menù ha la pizza verace, ma anche il “battilocchio”, la pizza fatta da un impasto fritto nell’olio bollente e subito servito avvolto in carta paglia. “Utilizziamo ingredienti semplici, ma tutti freschi e selezionati. Anche per questo abbiamo ottenuto la fiducia di alcuni calciatori del Brescia Calcio, che mi chiedono dopo le partite o in certe occasioni speciali di cucinare per loro”.

Il passaparola è la miglior arma, tra le altre anche Eva Henger è stata da lui e per una sera si è messa a cucinare pizze.  Alla fine, però, l’elemento premiante è sempre la pasta. “Scegliamo ogni giorno il livello esatto di idratazione, in base all’umidità di giornata”, spiega. “Ne esce un impasto molto lievitato, morbido, idratato. Seguiamo la tradizione anche nelle forme. Odio le pizze rotonde e realizzate come fossero un programma di un computer. Le pizze devono avere le orecchie e se c’è più pomodoro da una parte è perché usiamo pomodori veri, non salsine che si spalmano omogeneamente. Siamo veraci, anche le nostre pizze devono esserlo”.

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