Come funzionano le onoranze funebri a Castellammare: le parole dei pentiti

I collaboratori di giustizia del clan D'Alessandro svelano il ruolo di Alfonso Cesarano

Su 6136 trasporti funerari solo 140 non sono stati effettuati dalla ditta Cesarano. Il 97% dei lavori sono stati ad appannaggio della ditta finita nel ciclone giudiziario con l'arresto di questa mattina del dominus Alfonso Cesarano e dei suoi soci. Lo studio è stato fatto dal nucleo investigativo dei carabinieri di Torre Annunziata è restituisce il quadro esatto della situazione del settore in città attraverso i dati forniti dal comune stabiese. Un vero e proprio monopolio confermato anche dalle parole dei pentiti del clan D'Alessandro e del clan Polverino che in maniera diretta o indiretta sono venuti a contatto con Alfonso Cesarano. C'è chi come Renato Cavaliere, personaggio di spicco del clan D'Alessandro, collaboratore di giustizia e condannato per l'omicidio del consigliere comunale Gino Tommasino, lo conosceva bene e ha fornito alla Dda gli elementi per inquadrare al meglio il personaggio Cesarano.

Le parole dei pentiti 

Secondo Cavaliere, i Cesarano erano persone oneste che lavoravano e non volevano avere fastidi. Per stessa ammissione del pentito, si mettevano a disposizione del clan e in occasione di funerali che afferivano alla cosca non si facevano pagare. Era capitato anche in occasione di affiliati rimasti uccisi come Giuseppe Verdoliva o Antonio Martone, entrambi uccisi nel 2004 e per i quali il clan aveva ricevuto un trattamento di favore. Cavaliere aveva un rapporto privilegiato con Cesarano visto che era riuscito a ottenere anche un'assunzione su un cantiere a Sigliano, inquadrato con il ruolo di custode ma con uno stipendio da 2800 euro. Lavoro durato poco ma Cesarano ha avuto occasione di mettersi a sua disposizione anche in altre occasioni. Come quando ha chiesto il cambio di alcuni assegni postdatati senza chiedere interessi in cambio o quando aveva garantito in banca per uno scoperto di 10mila euro accumulato dal pregiudicato. All'interno dell'albergo di Cesarano, l'Europa venivano ospitato alcuni esponenti del clan anche se il proprietario mostrò il suo disappunto quando venne fatto entrare un latitante al suo interno. Secondo Cavaliere, Cesarano aveva sempre mostrato rispetto per i D'Alessandro e per questo motivo le sue attività non erano sottoposte ad alcun tipo di estorsione.

Di Cesarano parla anche un altro collaboratore di giustizia ed elemento di punta del clan di Scanzano. Si tratta di Salvatore Belviso, anche lui condannato per l'omicidio di Tommasino. Secondo il pentito a Castellammare è impossibile aprire altre società funebri è tutto sotto il controllo di Cesarano. Inoltre ad avere i rapporti con Cesarano era Cavaliere ma l'albergo era a disposizione del clan per riunioni e per ospitare alcuni affiliati. In un'occasione venne a sapere da Vincenzo D'Alessandro che Cesarano gli aveva prestato 60mila euro. In linea con le dichiarazioni di Belviso sono quelle di Raffaele Polito, altro pentito del clan D'Alessandro che pure ha parlato dell'albergo Europa come un posto utilizzato dal clan. Non solo collaboratori di giustizia stabiesi hanno reso dichiarazioni agli investigatori riguardo Cesarano e la sua ditta di onoranze funebri.

A parlare è stato anche Roberto Perrone del clan Polverino di Marano. A quanto era venuto a conoscenza in carcere, in un periodo di detenzione insieme a Ferdinando Cesarano nel 1994 e a Renato Cavaliere tra il 2003 e il 2006, Cesarano aveva il monopolio sulle pompe funebri. Inoltre l'informazione più importante per il suo territorio riguardava il fatto che Alfonso Cesarano fosse il cugino di Attilio Cesarano, anch'egli impegnato nel settore delle onoranze funebri e ritenuto legato al clan Polverino. Legame che gli è valso l'arresto per la sua attività svolta in regime di monopolio nelle città di Marano e Calvizzano grazie all'appoggio del clan. Perrone ha poi parlato all'Antimafia anche della possibilità della costruzione di un forno crematorio a Quarto in cui voleva entrare anche la famiglia Cesarano. Un affare che doveva essere fatto lontano da Castellammare perché l'allora sindaco era l'ex pm antimafia Luigi Bobbio.

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