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L'inchiesta / Melito di napoli

Così il clan ha costretto una candidata a fare campagna elettorale contro se stessa

La storia di Antonietta Liuzzi, candidata a Melito con Mottola contro le volontà del clan Amato-Pagano

Prima volevano costringerla a non candidarsi ma quando poi si rese protagonista dell'“affronto” di candidarsi con il sindaco opposto allo schieramento del clan, la costrinsero a fare campagna elettorale contro se stessa. C'è anche questa vicenda nell'inchiesta che ha portato all'arresto del sindaco di Melito di Napoli, Luciano Mottola, e ha fatto luce sulla tornata elettorale che l'ha portato a diventare primo cittadino. Una campagna elettorale fatta di accordi ma soprattutto di pressioni e minacce lì dove i “piaceri” e i soldi non riuscivano ad arrivare. Al centro di questo specifico episodio di violenza c'è la figura di Antonietta Liuzzi, candidata al consiglio comunale. Liuzzi si candidò nella lista di Stefano D'Alterio a sostegno del sindaco Mottola. Una candidatura che però provocò l'ira del clan “Amato-Pagano”. In particolare del luogotenente a Melito, Vincenzo Nappi, alias “'o pittore”, che ereditò il comando dopo l'arresto di Salvatore Chiariello.

Nappi in realtà aveva stretto un accordo con Vincenzo Marrone per sostenere il figlio Nunzio come candidato di riferimento del clan. In un primo momento era convinto che Liuzzi si sarebbe candidata a sostegno di Marrone, ritenendo un “sgarro” il fatto di aver scelto il candidato rivale. Liuzzi è titolare di un bar insieme al fratello e questo la faceva ritenere un'ottima candidata. La presenza dell'esercizio commerciale venne utilizzata subito come arma di ricatto da parte del clan per esercitare le pressioni ai suoi danni. Liuzzi provò anche a contattare Nappi per avvisarlo della candidatura senza però evitare le sue ire. A farsene portavoce fu Luigi Ruggiero, anche lui candidato al consiglio comunale e con la sua roccaforte nelle palazzine della 219. In diverse intercettazioni telefoniche è lo stesso Ruggiero a restituire il quadro delle minacce messe in atto contro Liuzzi. L'obiettivo del clan era quello di farle fare campagna elettorale per lo stesso Ruggiero e non ottenere nemmeno un voto nonostante la candidatura.

Ruggiero in una conversazione faceva notare come lei non “pagasse per il bar” e questo non era un caso. Nel caso in cui avesse portato voti a Mottola, una delle possibili conseguenze sarebbe potuta essere la chiusura del bar. Parlando con Rosario Martinelli, cugino di Liuzzi, Ruggiero ricorda: “Diglielo a tua cugina, adesso di prende le conseguenze”. Il tenore delle minacce finì per peggiorare in altre conversazioni. “Se esce il nome tuo con un solo voto ti pigli le conseguenze. Deve uscire il nome tuo a zero voti” dice Ruggiero. Con la madre e il padre in due differenti conversazioni conferma: “Se esce pure con un solo voto tiene il problema” alla madre mentre al padre: “Gli succede qualcosa al bar bello e buono, devono buttarsi in braccio alle guardie per risolvere sta situazione”. Minacce che non potevano essere equivocate perché la candidatura della Liuzzi venne vista come una provocazione al clan.

Lo stesso Ruggiero che aveva raggiunto un accordo con Vincenzo Marrone per portare i suoi voti al figlio Nunzio in cambio di tremila euro. Le minacce di Ruggiero alla Liuzzi continuano con frasi tipo: “Poi vedi se all'improvviso non si trova una bomba sotto al bar, adesso non glielo possono fare perché è candidata”. Una pressione continua per costringerla a dare i suoi voti a Ruggiero. In particolare non solo a lui ma anche a Carla Mingacci che era candidata con lui in tandem. Tanto da farle portare i loro manifesti da parte di Vincenzo Nappi e Giuseppe Siviero. Anche Francesco, alias “Franchetiello”, si mosse per favorire la campagna elettorale dei candidati del clan. C'è anche un'evoluzione rispetto alle pressioni esercitate alla Liuzzi.

Nappi valuta la possibilità che una candidata con zero voti potesse attirare “l'attenzione delle guardie di Marano”. A quel punto si pensa di farle prendere solo “sei voti e non deve obiettare più”. Tutti gli altri voti sarebbero dovuti andare a Ruggiero che pretendeva anche le foto della scheda elettorale come prova del voto. La sua necessità principale era quella di imporre il suo predominio nelle “palazzine” e dimostrare a Marrone di aver lavorato bene. L'intera vicenda si concluse con Liuzzi che ottiene 33 voti di preferenza ma solo 10 nella 219 con soddisfazione di Ruggiero che così non perse voti da una candidata che doveva essere una freccia all'arco del clan e che aveva avuto l'ardire di scegliere il candidato sindaco opposto.

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