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Bomba al Centro Igea, i pentiti: "Piazzata perché i Cesaro non pagavano più"

Dall'ordinanza del gip si apprende che il polo diagnostico sarebbe stato cogestito con il clan Puca. Per gli inquirenti, Antimo Cesaro sarebbe stato il mediatore tra la famiglia e il sodalizio criminale

 

Il 7 giugno 2014 una bomba carta esplose a Sant’Antimo danneggiando il centro diagnostico Igea. Una struttura di proprietà della famiglia Cesaro e gestita da Antimo Cesaro, uno dei fratelli di Luigi, ex presidente della provincia di Napoli e senatore di Forza Italia. L’inchiesta Antemio della Procura di Napoli, sviluppata dai pm Giuseppina Loreto e Antonella Serio, ha portato all’esecuzione di 59misure di custodia cautelare. Tra queste, tre erano dirette ai fratelli Antimo, Aniello e Raffaele Cesaro. Secondo gli investigatori, la famiglia sarebbe in stretti rapporti d’affari con il clan Puca e Antimo, nelle intercettazioni chiamato “O Penniell” sarebbe il mediatore tra le due parti. L’ordigno al Centro Igea sarebbe stato piazzato perché i fratelli avrebbero smesso di versare denaro al sodalizio criminale.

Andando per ordine, secondo quanto riportato da alcuni collaboratori di giustizia, il polo diagnostico sarebbe stato, negli anni, co-gestito insieme ai Puca. Nella sua deposizione, Fernando Puca afferma che i Cesaro sarebbero "i prestanome di Pasquale Puca in alcuni affari, come, per il Centro Igea". Sempre leggendo le testimonianze dei pentiti, si apprende che i Cesaro avrebbero versato soldi nelle tasche dei Puca, per pagare l’acquisto del Molino, a Giugliano, dove è sorto l’omonimo centro commerciale. Claudio Lamino dichiara che “...dal 2009 al 2011, i Cesaro hanno versato alla famiglia Puca 400mila euro, a titolo di quote spettanti a Pasquale Puca”. Soldi che sarebbero parte di un investimento più grande, circa 7 milioni di euro, messi nel centro commerciale il Molino.

Il collaboratore Giuliano Pirozzi sostiene che Pasquale fosse socio della struttura al 20-30 per cento. Addirittura, Antimo Puca arriverà a dichiarare in un’intercettazione “Vai a dirglielo a Penniello (Antimo Cesaro, ndr), che io sono il padrone la dentro, io sono socio dell’Igea”. Nel 2011, però, qualcosa si rompe. I fratelli Cesaro avrebbero smesso di versare denaro, cercando di allentare i rapporti con il clan. Il motivo sarebbe la preoccupazione delle indagini in atto. Un’informazione che, secondo gli inquirenti, Antimo avrebbe carpito dalle confessioni di un carabiniere traditore.

Una scelta che i Puca non hanno gradito. Dall’ordinanza si legge “La causa scatenante dell’atto intimidatorio è da ricercare nell’interruzione, dal 2012, delle somme di denaro elargite dai Cesaro in virtù della finta intestazione del Centro Il Molino”. L’insofferenza del clan appare chiara in alcune intercettazioni. Come quella tra Francesco Di Lorenzo, già consigliere comunale, e Teresa Pappadia, con il primo come O Penniell, cioè Antimo Cesaro, avrebbe perso la testa. Ed è la seconda a ribaire “Quelli non vogliono cacciare niente più”.

Ed ecco che arriviamo al 7 giugno 2014 e all’esplosione della bomba. E’ ancora Lamino a dichiarare che la bomba sarebbe stata messa "...dopo che i Cesaro avrebbero rifiutato di pagare altri 70mila euro chiesti da Luigi Puca per sostenere le spese legali del padre Pasquale". Il collaboratore di giustizia spiega come l’attacco avrebbe sortito, almeno in parte, l’effetto sperato, dichiarando che "...50mila euro sarebbero stati consegnati da Antimo Cesaro a Luigi Puca, proprio al Centro Igea".

L’episodio del Centro polispecialistico è solo una piccola parte di un fascicolo di circa 1.500 pagine. Il quadro dipinto, qualora fosse confermato in sede processuale, sarebbe desolante. Dall’ordinanza del gip si legge “Le complicità tra le due parti conduceva all’inevitabile condizionamento e inquinamento di più ambiti economici, politici, sociali, della comunità santantimara”.

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