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Uccise convivente e bruciò il corpo: pizzaiolo condannato a 24 anni

Nella notte tra il 7 e l'8 settembre del 1999 Giuseppe Cervice ammazzò la 25enne Katiuscia Gabrielli, sua compagna e madre di due figli. Il corpo fu poi fatto sparire in un forno a legna. Indagini durate dieci anni

A undici anni dal fatto è stato arrestato Giuseppe Cervice dopo che la Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere, accogliendo la richiesta del pm Ilaria Sasso del Verme, ha emesso nei suoi confronti un'ordinanza di custodia cautelare. L'uomo è stato condannato dalla Corte di Assise a ventiquattro anni di reclusione per aver ucciso e bruciato nel 1999 in un forno la compagna, Katiuscia Gabrielli.

Si attende ora che il Tribunale minorile decida sull'affido dei due figli, che finora hanno vissuto con lui: l'uomo, infatti, è stato anche dichiarato decaduto dalla potestà genitoriale.

Cervice, pizzaiolo originario di Pozzuoli, uccise la compagna 25enne a conclusione di una violenta lite. Della donna non si ebbero più notizie tra il 7 e l'8 settembre del 1999. I legali dell'uomo avevano chiesto l'assoluzione del loro assistito mentre il pubblico ministero, Ilaria Sasso Del Verme, la condanna all'ergastolo per omicidio volontario ed occultamento di cadavere. Il processo è durato quasi un anno. Le indagini dei carabinieri della compagnia di Mondragone e del Nucleo Investigativo di Caserta, coordinate dalla Procura della Repubblica di S.Maria Capua Vetere, scattarono dopo la denuncia della scomparsa della donna da parte del convivente e si sono sviluppate sulla base di accertamenti e rilievi effettuati da militari del Ris di Roma, nonché sulle testimonianze, tra gli altri, della baby sitter dei due figli della coppia ed anche di alcuni pentiti legati al clan dei Casalesi.

Punto di partenza delle indagini il denso fumo nero sprigionato dall'impianto della pizzeria, l'odore di carne bruciata avvertito nella zona la sera della scomparsa della donna e confermata da numerosi testimoni. In un primo tempo erano stati indagati anche il padre di Cervice, Leonardo, e un carabiniere originario di Livorno, all'epoca in servizio a Castel Volturno, quest'ultimo con l'accusa di aver insabbiato l'indagine.

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