Cronaca Parco Verde

“Una delle piazze di spaccio più grandi d'Europa dove si poteva morire squagliati nell'acido”: l'inferno del Parco Verde

I dettagli dell'operazione di questa mattina. Il capoclan riceveva i capi-piazza su una terrazza e lì prendeva le decisioni. Come nelle serie tv

Un posto dove viene smerciata droga 24 ore su 24 a cielo aperto. Ogni tipo di droga. Un posto dove si può morire bruciati in una vasca piena d'acido per questioni d'affari. Questo è diventato il Parco Verde di Caivano, una delle più importanti piazze di spaccio d'Europa. Questo è lo scenario che si sono trovati ad affrontare i carabinieri del nucleo investigativo di Castello di Cisterna che hanno condotto l'operazione che questa mattina ha portato all'esecuzione di 51 ordinanze cautelari. Il risultato di anni di indagini condotte dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, sotto la guida del procuratore aggiunto Rosa Volpe e dei sostituti Liana Esposito e Ivana Fulco.

Indagini partite nel 2016 che hanno portato già ad altre operazioni di cui quest'ultima, effettuata dagli uomini del colonnello Nicola De Tullio, è stata la naturale prosecuzione. In totale sono state 47 le persone finite in carcere, una ai domiciliari e tre sono state colpite da un divieto di dimora. In alcuni casi gli arresti sono stati effettuati in varie province d'Italia, coinvolgendo 300 carabinieri, e le posizioni di molti indagati sono aggravate dal metodo mafioso per aver agevolato il clan Sautto-Ciccarelli.

Una delle piazze di spaccio più grandi d'Europa

C'entra, infatti, la camorra nell'organizzazione di un mercato che ha pochi eguali nel resto dell'Europa occidentale ed è il frutto di un sistema ben collaudato che fruttava una quantità impressionante di denaro liquido. In totale erano 14 le piazze di spaccio attive all'interno del Parco Verde. Tutte facenti capo a Nicola Sautto e al suo clan, già colpito da una precedente operazione effettuata nel novembre del 2019, frutto sempre della stessa indagine. Le piazze funzionavano in maniera autonoma ma dovevano chiedere tutte l'autorizzazione a funzionare a Sautto e dovevano versare alle casse del clan una tangente. In alcuni casi si trattava di una percentuale sulle vendite, in altri di una quota fissa di 60mila euro al mese come nel caso di Pasquale Fucito che versava i soldi direttamente a Sautto. Anche l'approvvigionamento della droga doveva avvenire passando per il clan.

I “capi-piazza-imprenditori”

La gestione della piazza era poi demandata ai singoli “capi-piazza-imprenditori” che si assumevano il rischio d'impresa ed erano costretti a pagare il clan anche in caso di perdite o di spese dovute ad arresti. Nell'ordinanza di custodia cautelare è riportato, per esempio, il caso di Antonio Cocci, affiliato del clan Ciccarelli, costretto a pagare la cocaina 36mila euro al chilo. Una spesa diventata un debito maturato con Sautto che è stato costretto a pagare nonostante il suo clan fosse stato decimato dal blitz di fine 2019 e i “carcerati” avevano bisogno di assistenza legale. In ogni caso tutti i contrasti venivano sedati da Nicola Sautto che incontrava i capi-piazza sul lastrico del suo palazzo e mediava come nelle scene dei più diffusi gangster movie. Il suo più importante atto di mediazione è stato quello di far “firmare” la pace tra il clan Ciccarelli e il gruppo di Massimo Gallo. L'accordo era che fuori Caivano, gli uomini di Gallo potessero continuare a spacciare senza mettere piede nella cittadina a nord di Napoli.

Il “capo-mediatore” Sautto 

L'influenza e la capacità “diplomatica” di Sautto aveva portato a una ferrea organizzazione delle varie piazze di spaccio presenti sul territorio. Il clan decideva anche gli orari di attività di ognuno di loro e i singoli capi-piazza avevano scelto di aderire a questa organizzazione ottenendo in cambio la protezione del clan. Un sistema perfetto e consolidato di cui il clan, e Sautto in particolare, si poneva come arbitro tra liberi imprenditori che si spartivano il territorio. Esercitava una sorta di “giurisdizione camorristica” non solo sul Parco Verde ma si poneva come arbitro dei contrasti che insorgevano nel caso in cui cittadini di Caivano avessero delle controversie in altri territori, stabilendo con precisione i ruoli e le competenze. Tutti avevano come unico obiettivo quello di rendere il Parco Verde un vero e proprio punto di riferimento nazionale per lo spaccio di stupefacenti.

Un killer nascosto per giorni in una scuola 

Laddove la diplomazia e l'organizzazione ferrea non arrivavano si faceva ricorso alle maniere forti per la soluzione dei conflitti. Nel testo dell'ordinanza viene richiamato alla memoria, come fatto esemplificativo, un episodio risalente al 2013 che vede come protagonista Carlo Oliva. Si ricorda come sia rimasto nascosto per giorni all'interno di una scuola media di Caivano per effettuare un omicidio. Nonostante le intemperie, è rimasto all'interno dell'istituto armato di kalashnikov in attesa di colpire Ciccarelli. Un omicidio che era appoggiato anche da alcuni membri della Vannella Grassi e che in cambio avrebbero ricevuto appoggio per colpire alcuni elementi degli scissionisti. Un intreccio criminale che non fa parte delle contestazioni mosse con l'ordinanza eseguita oggi ma che fa capire il clima di violenza in cui è avvolto il Parco Verde da anni. Un vero e proprio inferno in cui c'erano anche dei neonati nelle case utilizzate come veri e propri opifici per imbustare la droga.

Nessuno poteva ribellarsi 

Tutti i tipi di droghe come è stato specificato dagli investigatori che hanno nel periodo delle indagini anche eseguito diversi sequestri e 10 arresti in flagranza di reato. Un sistema a cui non era impossibile ribellarsi. Chi ci provava diventava un bersaglio. È il caso di uno degli inquilini dei palazzi di edilizia popolare ai cui danni doveva essere eseguita una sentenza di morte perché sospettato di aver denunciato qualcosa alle forze dell'ordine. Prima una serie di avvertimenti, come l'aggressione ai danni del genero, o l'incendio di due automobili. Poi la decisione di ucciderlo, nonostante nella sua abitazione vivesse un bambino, proposito che venne bloccato dall'intervento dei carabinieri.

Le microspie 

Gli investigatori potevano contare su una fitta rete di intercettazioni telefoniche e ambientali con le quali sono riusciti a ricostruire diversi episodi criminosi. In particolare, anche la loggia dove Sautto incontrava i capi-piazza per sedarne i contrasti era sotto intercettazioni ambientali. Le microspie hanno captato, tra gli altri episodi, anche uno esemplificativo della forza intimidatoria del clan. Un piccolo ladro di Nola venne portato al cospetto del capoclan per sapere se fosse stato lui l'autore di un furto all'interno dell'ufficio corpi di reato del tribunale di Nola. Una sorta di riconoscimento della sua bravura criminale nonostante fosse avvenuto al di fuori del territorio di Caivano. L'imponente quadro probatorio, così è stato definito dal Gip, è stato poi completato dall'importante apporto dato dai collaboratori di giustizia.

Le parole dei pentiti 

È il caso di Vincenzo Iorio, braccio destro del capoclan, che ha permesso agli investigatori di arrivare a provare l'attività di spaccio, organizzata in questo modo, fino all'aprile del 2020. Un'attività andata avanti con la stessa organizzazione, nonostante l'arresto dei vertici del clan Sautto-Ciccarelli. I boss riuscivano a continuare a gestire l'attività del traffico di stupefacenti dal carcere. Avevano a disposizione dei telefoni cellulari in carcere, dispositivi ritrovati poi nelle loro celle. Così continuavano a comandare tenendosi in contatto con gli affiliati al clan, come raccontato dal pentito Iorio, e ciò ha reso necessaria una seconda ondata di arresti.

Una vasca d'acido pronta per un omicidio 

C'è poi chi, come Gennaro Masi, ha deciso di collaborare con la giustizia mentre era ancora libero. Questo ha permesso di ricostruire la dinamica del traffico di stupefacenti prima e dello spaccio poi, mentre era ancora in corso. A convincerlo a collaborare con la giustizia c'era la “voce” secondo cui si stava organizzando un omicidio il cui corpo della vittima sarebbe stato squagliato all'interno di una vasca piena d'acido. Nel 2016 il coraggio di una madre permise di evitare un altro delitto tanto che la donna ne fece le spese rimanendo ferita. Proprio in questo blitz sono stati coinvolti anche due elementi coinvolti in quel tentativo omicidiario. Si tratta dei fratelli Mario ed Emilio Russo, già finiti a processo per il tentato omicidio di Amalia Sepe, la madre ferita, e di suo figlio Giuseppe Telese.

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