Camorra Capitale, cancellato l'impero romano dei Moccia

Sequestrati 14 ristoranti nei luoghi più in vista di Roma, tutti collegati al clan di Afragola. Le conseguenze dell'indagine, sviluppatasi tra gennaio 2017 e ottobre 2018

I carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma

Quattordici ristoranti, dislocati nei luoghi più prestigiosi del centro di Roma, sono finiti sotto sequestro nell'ambito dell'indagine della Dda sul clan camorristico partenopeo dei Moccia, che ha portato a 13 misure cautelari per i reati di estorsione e fittizia intestazione di beni, aggravati dal metodo mafioso, nonché esercizio abusivo del credito. Tra i destinatari dell'ordinanza anche Angelo e Luigi Moccia, capi dell'organizzazione criminale egemone ad Afragola.

Il clan Moccia di Afragola è una storica organizzazione camorristica, protagonista di accese faide tra la fine degli anni '80 e i primi anni '90. Tuttora è operante tra Afragola, Casoria, Arzano, Caivano, Cardito, Crispano, Frattamaggiore e Frattaminore nonché, negli ultimi anni, anche sul territorio romano.

Tredici misure cautelari, scacco ai Moccia

La storia dei Moccia fino alla "dissociazione" del boss

A capo c'era Gennaro Moccia, ucciso il 31 maggio del '76 in un agguato dovuto ai contrasti tra la sua egemonia e il contrapposto clan Giuliano che, all'epoca, controllava il territorio di Afragola. In seguito la famiglia fu retta dall'odierno indagato Angelo Moccia che, al termine della prima e della seconda guerra di camorra, dopo gravi vicende di sangue, fu destinatario di una condanna all'ergastolo per i procedimenti penali che ne scaturirono. Si costituì nel 1992, presso la Casa Circondariale de L'Aquila, affermando di essere intenzionato a troncare il proprio passato criminale ed intraprendere la strada della cosiddetta "dissociazione". In tale occasione dichiarò che non avrebbe accusato nessuno, ma soltanto riconosciuto le proprie responsabilità.

A partire dal 2010, i nuclei familiari di Angelo Moccia e del fratello Luigi si trasferirono a Roma; dal 2016, a seguito della sua scarcerazione, Angelo Moccia si riunì ai propri familiari nella Capitale, ai Parioli.

La conquista di Roma

La misura cautelare eseguita oggi si basa – spiegano gli inquirenti – sulle risultanze acquisite dai carabinieri del Nucleo Investigativo di via in Selci, nell'ambito dell'indagine sviluppata tra gennaio 2017 e ottobre 2018, che ha permesso di accertare diversi illeciti.

La Procura avrebbe accertato il reinvestimento di capitali illeciti nel campo della ristorazione romana da parte del sodalizio, documentato le fasi della richiesta estorsiva e della riscossione di 300.000 euro posta in essere da esponenti di spicco del clan ai danni di imprenditori inseriti nel settore della ristorazione, i quali avevano ottenuto dal Tribunale di Roma - Sezione Misure Patrimoniali - la gestione di quattro locali dislocati nel centro della Capitale tra Castel Sant'Angelo, Quirinale e Piazza Navona, oggetto di un precedente sequestro di prevenzione operato per evasione fiscale nei confronti di un noto manager romano del settore, riconducibile, all'esito della presente indagine, al capoclan Angelo Moccia; individuato una rete di imprenditori e faccendieri che, al fine di favorire il clan camorristico e di eludere le investigazioni patrimoniali, si intestavano fittiziamente società nel campo della ristorazione, beni mobili e immobili riconducibili ai sodali; accertato l'abusiva attività finanziaria svolta dagli esponenti apicali del clan Moccia tramite prestiti di ingenti somme di denaro contante in favore di 3 imprenditori, uno dei quali figlio di un noto personaggio dello spettacolo.

Le attività investigative dei carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma, avviate nel 2017, poco tempo dopo la scarcerazione di Angelo Moccia, hanno documentato l'operatività di questo e del fratello Luigi nella commissione dei reati oggetto di misura cautelare, confermandone l'invariata condotta criminale. In particolare, da un canto è emerso come la forza intimidatrice del clan Moccia sia riuscita a far breccia nel tessuto imprenditoriale e commerciale della Capitale, riuscendo ad assoggettare onesti imprenditori, dall'altro è stato rilevato come diversi insospettabili professionisti siano entrati in "affari" con il sodalizio mafioso de quo e si siano messi a disposizione del capo indiscusso Angelo Moccia, vincolandosi a rispettare le regole e le riverenze imposte dal sodalizio.

L'imponente liquidità in possesso del clan veniva reinvestita dai Moccia, oltre che nelle attività commerciali, anche esercitando un'attività abusiva di esercizio del credito. Venivano, infatti, concessi prestiti a una serie di soggetti pretendendo dagli stessi interessi variabili, allo stato non ancora determinati.

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Sequestro di beni

Le risultanze investigative hanno consentito di ricostruire e individuare parte del patrimonio del clan, del valore complessivo di circa 4 milioni di euro, consentendo al Gip di emettere un decreto di sequestro preventivo, anche ai fini di confisca, dei seguenti beni, in quanto corpo, prezzo o prodotto del reato: una società con sede legale a Roma, in zona Pantheon, che all'epoca dei fatti gestiva un ristorante sul posto, fittiziamente intestata a persona compiacente; una società, con sede legale a Roma, in zona Castel Sant'Angelo, che all'epoca dei fatti gestiva un ristorante nelle vicinanze, fittiziamente intestata a persona compiacente; immobile di lusso ubicato a Roma, in via Filippo Civinini, riconducibile ad Angelo Moccia; tre auto riconducibili ad alcuni degli indagati.

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