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Morì mentre correva a Capodimonte, il pm chiede tre condanne

Antonio Barbatelli, trovato senza vita il 26 agosto 2011 nel vallone Amendola, stava facendo jogging nei viali del parco quando precipitò in un burrone lungo un sentiero non chiuso al pubblico

Il pm Fabio De Cristofaro ha chiesto la condanna dell'ex soprintendente Stefano Gizzi e degli altri responsabili del bosco di Capodimonte Guido Gullo e Renzo Biagioni per la morte di Antonio Barbatelli, trovato morto il 26 agosto 2011 nel vallone Amendola del bosco di Capodimonte.

Il 20enne stava facendo jogging nei viali del parco quando precipitò in un burrone lungo un sentiero non chiuso al pubblico; morì dissanguato.

Il processo, si legge sul Corriere del Mezzogiorno, si sta svolgendo davanti al giudice monocratico Federico Somma. Alla presenza delle parti civili, rappresentate dagli avvocati Alfredo Sorge e Dario Bosco, il pubblico ministero ha chiesto la condanna di Gizzi e Biagioni alla pena di sei mesi di reclusione e di Gullo a quattro mesi. La sentenza è prevista per il 19 aprile.

LA VICENDA - Antonio Barbatelli cadde a causa di un baratro presente in prossimità del sentiero percorso quel giorno dal giovane. I familiari si allarmarono subito non vedendolo tornare a casa alla solita ora. Chiesero aiuto alle forze dell'ordine, scontrandosi contro difficoltà di ogni genere: era sera tardi e i cancelli del parco erano stati chiusi. I carabinieri, ipotizzando un allontanamento volontario, li invitarono ad attendere 24 ore prima di sporgere denuncia. Grazie alla loro insistenza, la madre, il padre e le sorelle di Antonio riuscirono a entrare nel parco, ma era buio e le torce dei carabinieri si scaricarono quasi subito. Non fu possibile cercare il ragazzo in modo adeguato. Il corpo fu trovato solo l'indomani.

LE PAROLE DELLA MADRE - Susy, sul blog "Fatti i fatti tuoi", ha scritto recentemente: "La zona dove è stato ritrovato il corpo di Antonio era già stata interdetta in precedenza dai Beni Culturali, perché considerata zona a rischio, ma non era chiusa al pubblico. C’era solo un cartello che segnalava la pericolosità di quel tratto. Le recinzioni, per impedire l’accesso in quel punto, sono state messe dopo la morte di mio figlio. Antonio conosceva bene i sentieri più battuti del Bosco, ma, forse, correndo, quel giorno ha deciso di fare un percorso diverso, senza accorgersi del cartello. Il sentiero era ricoperto da un tappeto di edera che non permetteva di vedere il vuoto del dirupo, proprio là sotto, e, magari passandoci sopra, mio figlio è caduto sotto il suo stesso peso. Ci domandiamo anche se era solo o magari qualcuno può averlo aggredito o spinto. Forse hanno provato a rapinarlo e lui ha tentato di difendersi e per questo è caduto. In effetti, quando è stato ritrovato, non aveva più né i soldi, né la collana che aveva sempre al collo. Ma queste sono solo le congetture e le supposizioni di chi non sa darsi pace: purtroppo non saprò mai come sono andate realmente le cose quel giorno. Io sono molto arrabbiata. Non so se Antonio si sarebbe salvato, se mi avessero dato ascolto quella notte, ma almeno lo avremmo soccorso. Avremmo provato a fare tutto il possibile e non sarebbe morto solo. Lo hanno ritrovato con le mani al petto e ancora le lacrime agli occhi. Ci avrà chiamato, in cerca di aiuto? Avrà avuto paura? Il dubbio che, se lo avessimo trovato subito, si sarebbe potuto salvare mi accompagna ogni istante della mia vita. Nessuno potrà mai restituirmi mio figlio, ma speriamo che la giustizia faccia il suo corso e punisca chi doveva vigilare sulla sicurezza dei luoghi dove si è consumata la tragedia di Antonio"

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