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Mercoledì, 17 Luglio 2024
Storie

Asprinio di Aversa. Il vitigno campano che cresce sui pioppi fino a 15 metri

La storia e le interpretazioni contemporanee di un vino dalla storia antica. Secco e agrumato, arriva da viti intrecciate ad alberi altissimi, da vendemmiare con lunghe scale

Vigneti che valgono il viaggio, museo naturale a cielo aperto, visione che spiazza e conquista, racconta tradizione, traduce storia, dona vino originalissimo e buono, riconducibile soltanto a questa terra: l’agro aversano, tra le province di Caserta e Napoli.

Parliamo delle monumentali vigne ad alberata dell’Asprinio, varietà a bacca bianca che qui ha messo radice per mano etrusca o per conto di Louis Pierrefeu, cantiniere di Roberto d’Angiò. Fu lui a individuare da queste parti i suoli ideali per garantire alla corte normanna un degno sostituto dello Champagne. 

Filari di viti di Asprinio intrecciate agli alberi, tenute Salvatore Martusciello

Le antiche vigne ad alberata dell’Asprinio

Ciò di cui siamo certi, oggi, è che si tratta di viti secolari, perlopiù a piede franco (ovvero non innestate), ceppi tarchiati e possenti con la pelle segnata dal tempo, i tralci quali lunghe braccia magre, nodose, a loro volta decennali, imparentati in maniera inestricabile con gli olmi e soprattutto con i pioppi, divenuti il loro naturale sostegno per puntare all’infinito. Li vedi salire su a formare pareti verdi, alte fino a quindici metri, fitte di foglie e trapuntate di luce, dove si celano gioielli scintillanti sotto forma di grappoli.

Le lunghe scale utilizzate per la vendemmia dell'Asprinio, tenute Salvatore Martusciello

Grappoli prima spargoli (cioè con acini distanti), poi più compatti e serrati, che chiamano la mano e le virtù dell’uomo per essere raccolti: la vendemmia è opera acrobatica di abilità e di tecnica, svolta con il supporto dello “scalillo”, una scala in legno che si addossa all’alberata (a conti fatti una versione mastodontica delle viti “maritate”, in passato diffuse anche in Toscana) per salire in alta quota con il cesto (anzi, con la fercina) che condurrà a terra il frutto da cui si ottiene l’Asprinio.

Il vino Asprinio, “il bianco più secco al mondo”

“Non c’è bianco al mondo così assolutamente secco come l’Asprinio: nessuno”, scriveva Mario Soldati; “Profuma appena, e quasi di limone: ma, in compenso, è di una secchezza totale, sostanziale, che non lo si può immaginare se non lo si gusta”. Esperienza e metodi di vinificazione hanno addomesticato quella secchezza e valorizzato i tenui, delicatissimi profumi di camomilla, in combutta con la nota agrumata che rimane il timbro della varietà. Varietà allevata anche con sistemi più moderni e redditizi ma che conserva nell’alberata il suo valore identitario, nonché un’espressività produttiva non riscontrabile altrimenti.

“Convertire a spalliera è più semplice, più redditizio”, racconta Salvatore Martusciello, uno dei produttori più rappresentativi della zona, “ma così facendo non si perde soltanto la storia: l’alberata è un metodo di coltivazione eccellente per la spumantizzazione, perché l’uva concentra meno zuccheri e conferisce meno alcol, più acidità”, specialmente quando il grappolo è nato molto distante da terra. 

Il territorio della Doc Asprinio, tra Caserta e Napoli

Oggi la superficie totale dell’intero comprensorio iscritta a Doc Asprinio (riconosciuta nel 1993 in area delimitata tra Caserta e Napoli) si aggira sui 32 ettari e le uve sono perlopiù destinate proprio agli spumanti. “Si pensi che i primi furono prodotti dalla mia famiglia oltre 35 anni fa”, ricorda Martusciello, e quella tradizione rivive oggi nel suo sublime Trentapioli, dove il nome è un omaggio ai circa trenta appoggi del suddetto scalillo. Vino e pratiche che vanno tutelati, raccontati, “comunicazione che sarebbe facile se non fosse ormai ardua. La monumentalità delle alberate suscita meraviglia, stupore: le caratteristiche del vino, le azioni gesti dei contadini e le grotte”, dove si vinifica da tempo immemore, “contribuiscono a creare un immaginario narrativo affascinante. Eppure i vigneti ad alberata stanno scomparendo e come aziende produttrici non siamo molte”. La difficoltà è acuita dall’isolamento, sostiene Salvatore Martusciello, “da un mercato che non ascolta voci flebili o suoni appena sussurrati. Eppure oggi c’è molta più attenzione verso questi vini ricchi di storia, fascino e grande personalità”.

Gilda e Salvatore Martusciello

L’allevamento ad Alberata, un patrimonio da tutelare

Cesare Avenia oltre che produttore (azienda vitivinicola Il Verro, promotrice di altri vitigni autoctoni in zona Monte Maggiore) è presidente di VITICA, il Consorzio Tutela Vini Caserta, e ricorda che “se da un lato il progresso mette a repentaglio le alberate aversane, dall’altro noi dobbiamo mirare a preservare quelle esistenti e fornire gli strumenti idonei per chi intende crearne di nuove: apprendere e tramandare la storia per rinverdirla, affinché sia anche uno stimolo per i giovani”. Non mancano i guardiani del faro, i produttori che si impegnano sulla strada della tradizione e della qualità, senza pregiudizi sull’innovazione ma avendo chiaro il percorso che li ha portati alla tutela di un patrimonio tanto prestigioso. 

La raccolta delle uve Asprinio in altezza, con lunghe scale e ceste

Si pensi alla cantina I Borboni della famiglia Numeroso, già tenutaria di vigne ad alberata nella seconda metà del Settecento e dedita al recupero delle citate grotte, scavate a 15 metri di profondità sotto le dimore padronali; Rivolta è il nome del loro Asprinio frizzante da metodo ancestrale, affiancato da uno spumante brut e dal Cripto, ottimo metodo classico millesimato. Si chiama invece Terramasca l’extra brut di Drengot “dal vitigno che tocca il cielo”, Hera è l’asprinio di Cavasete in omaggio alla dea del matrimonio (perché di vite maritata stiamo ancora parlando), le cantine Magliulo hanno semplicemente un Asprinio e un Asprì, mentre è proprio L’Alberata il nome del bianco vinificato in terracotta dalla Tenuta Fontana. Anche la Masseria Campito di Gricignano d’Aversa custodisce vigneti ad alberata, producendo esclusivamente vini da Asprinio provenienti dai 6 ettari vitati di proprietà.

Chiudiamo con un appunto scritto da Francesco De Angelis, ingegnere ritornato alla campagna dell’infanzia per riprendere la tradizione contadina di famiglia, “la più antica, la più identitaria”, affinché tutt’oggi possa rivivere nelle alberate, “che come giganti vestiti di verde sovrastano ancora i campi di queste terre fertili”.

Lunga vita all’Asprinio di Aversa e alle sue più autentiche interpretazioni.

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