Mercoledì, 16 Giugno 2021
Paese, città e coscienza

Opinioni

Paese, città e coscienza

A cura di architetto Mariano Lebro

The Urban Flowers Power nella città di Napoli che "maltratta" il verde urbano

L‘interruzione del ritmo frenetico che scandisce le nostre vite –colmo di ingannevoli luccichii– ci ha permesso di riconsiderare quali fossero per noi le cose davvero importanti.

Le esperienze della vita, e quindi anche il Covid-19, devono  necessariamente insegnarci qualcosa, altrimenti la nostra stessa esistenza perderebbe di molto il suo senso. L‘interruzione del ritmo frenetico che scandisce le nostre vite –colmo di ingannevoli luccichii– ci ha permesso di riconsiderare quali fossero per noi le cose davvero importanti. Aprendo la finestra al mattino ci siamo accorti di un mondo che ignoravamo, meraviglioso e grato della sua stessa esistenza. La bellezza, quella autentica, si è mostrata in tutta la sua potente dinamicità. Una lezione importante che non possiamo ignorare o, ancora peggio, dimenticare. In realtà sono molti i motivi di riflessione che i nostri “nuovi occhi” ci hanno permesso di vedere oe/o distinguere: oggi, tra i tanti parleremo di una visione fantastica, altamente educativa che  amo definire come the urban flowers power (il potere dei fiori urbani).  Tutti abbiamo notato di come la vita si spingesse a riconquistare gli spazi lasciati “vuoti” da un uomo impaurito. La nostra visione green, autenticamente green potrebbe partire da ciò e da come noi stessi possiamo convivere con chi è immensamente più saggia e vitale, rispondente ad una logica inclusiva e non distruttiva, senz’altro rigenerativa.

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Il potere dei fiori urbani

Se il tempo seguisse un ritmo diverso da quello che normalmente siamo costretti a considerare (quello misurato dall’orologio), ed invece seguisse quello del cuore, si potrebbe anche dire che solo qualche anno fa un grande maestro della fotografia europea fu visionario come solo pochi artisti di rango sanno essere. Ad alcuni studenti (tra cui il sottoscritto) chiese se avessero voluto contribuire all’organizzazione di una mostra fotografica che vedeva quali principali attori gli studenti di architettura e dell’Accademia di Belle Arti. Erano anni in cui la cultura era assai più viva e innovativa di oggi e tentava sempre nuove vie di espressione intellettuale e coinvolgimento sociale. Quel maestro vigoroso era Mimmo Jodice e il tema di quel progetto di narrazione fotografica era : il verde e la città: Napoli. L’idea, tanto semplice da essere disarmante mi piacque così tanto che volli parteciparvi anch’io come aspirante fotografo, e così più che a dare una mano organizzativa, mi lanciai alla ricerca del “mio” verde. Tutti cercammo di evitare le immagini iconografiche stereotipate, perché pensammo che il maestro mai avrebbe potuto accettarsi di un bel “balcone fiorito” o dell’abusato pino che si staglia sul Vesuvio. Va detto che la banalità fortunatamente non contraddistingue i grandi artisti, ma.. complica la vita degli altri! Una sfida difficile ma forse anche per questo particolarmente avvincente in una metropoli devastata dal cemento ed incline al “saccheggio” del suo stesso territorio. I miei risultati probabilmente non furono eccezionali, ma se più generosamente potete considerare le esperienze come semi piantati nel fertile terreno del nostro divenire, ebbene quel “seme” ha attecchito così profondamente da spingere in me una precisa volontà analitica e da quei giorni non ho mai smesso di cercare il “mio” verde. Con il tempo, come è bene che sia, molti pensieri si sono fusi in un’unica e più complessa idea : il concetto dell’errore “consapevole”, la ricerca della bellezza, la materia quale espressione sfuggente ma tangibile di un progetto di consapevolezza. È così che da qualche anno ho imparato a riconoscere la bellezza “fugace” e “spontanea”. Per questo vi invito ad apprezzare quanto ci viene offerto gratuitamente dal creato: come non apprezzare la bellezza delle aiuole incolte,  o meglio “governate” dalla forza irrefrenabile della vita? A Napoli dove il verde è continuamente maltrattato, le aiuole non sono incolte, sono “negate” e spesso i giardinieri… lavorano in “smart working”. Comunque e nonostante tutto, madre natura compie il suo miracolo ogni primavera. Un’esplosione di colori offerti dalla presenza di essenze autoctone che, a guardar bene, gareggiano con la tavolozza dei colori con la stessa maestria dei più grandi pittori! Impariamo a vedere e distinguere perché in una società dove tutto ha un prezzo, la bellezza ci ricorda di essere patrimonio di tutti e di... non aver prezzo. Quando tutto sembra voler affermare che le cose per essere importanti devono avere obbligatoriamente un prezzo alto, perché solo a questo viene associato il concetto di “valore”, la natura afferma il suo modo di vedere il mondo, e lo fa con una forza indomabile, senza riserve e limiti. Ogni angolo lasciato libero dalle frenetiche attività antropiche è un’occasione da non sprecare per gridare una apparentemente silente ribellione al governo dispotico dell’uomo. Sono passati almeno 20 anni “banali”–quelli del calendario– dal contest  proposto da Mimmo Jodice, e quella “goccia” –insieme ad altre¬– è riuscita ad incidere la mia rigidità mentale consegnandomi ad un mondo di nuove possibilità. È ormai da qualche anno che seguo le aiuole “ribelli”: ne ho viste davvero di meravigliose, degne dei più grandi giardinieri e paesaggisti. Le avreste dovute vedere anche voi: non erano per me, erano per tutti. Anche la pandemia, ho scritto prima, ha forse  contribuito a regalarci nuove visuali della vita: facciamone uso. La riscoperta possibilità di godere di ciò che è spontaneo, ma non per questo privo di valore e autentica bellezza, è un immenso dono. La bellezza è nei nostri occhi, nella nostra capacità di leggere la sinfonia della vita. Le aiuole spontanee che vorrei battezzare “ribelli” sopperiscono all’incuria del verde, alla negazione del bello quale spirito della perfezione del creato. Non ha importanza quale sia il vostro credo, un essere divino o un “entità razionale”, la natura grida una perfezione non determinata dal sapere umano. Ovunque riesce a conquistare un po’ di terriccio ci dona la magia della bellezza e la rinascita della vita. Lo fa senza curarsi di noi, lo fa senza stancarsi e senza mai arrendersi. Impariamo a rispettarla, non riempiamo quegli autentici capolavori di cartacce ed immondizia di ogni genere. Proviamo invece ad assecondarla, guidare qualche guizzo e principalmente... non rasiamole appena fioriscono. Sì, perché a Napoli, fateci caso, le aiuole restano sporche e spoglie tutto l’anno senza che davvero nessuno se ne prenda cura per poi, appena esplode la fioritura destare l’attenzione di qualcuno che solo in questa situazione si ricorda dei propri doveri e le taglia rasoterra: max 5 cm di erba, di prato “all’inglese”... Nessuna nuova essenza, nessun bordo di fiori “pregiati”, “nobili” perché prezzati, nessuna occasione di autentica bellezza: solo erba tagliata impietosamente e che dopo pochi giorni è inesorabilmente secca, lasciando il sottostante terreno quale polveroso e triste spettacolo...  Ma, parafrasando il grande poeta musicale  Pino Daniele potremmo ben dire:...Napule è na' carta sporca
E nisciuno se ne importa E ognuno aspetta a' sciorta...

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