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Mercoledì, 21 Febbraio 2024
Paese, città e coscienza

Paese, città e coscienza

A cura di architetto Mariano Lebro

La festa della Liberazione da coniugare al femminile

È notte tarda e non riesco a dormire. Ho da poco concluso una telefonata con un caro amico con il quale mi piace intrattenermi in ragionamenti sui “massimi sistemi” sociali e culturali, forse anche esistenziali. Felice Raso Costabile, questo il nome del mio amico, è quello che sicuramente possiamo considerare un uomo colto con la passione per la filosofia. Sarà perché proviene da una regione che era parte di una terra che ne era “portatrice sana”: la magna Grecia. Sappiamo anche che “l’amore della sapienza” ha quale effetto secondario il lubrificare la mente senza aumentare il livello del colesterolo. Così, dopo aver discusso dei tempi andati e delle sfide di oggi, la discussione con l’amico erudito mi lascia con uno strano e inaspettato desiderio: fare un po’ il punto sula mia vita. Non riesco a spostare l’attenzione su null’altro. Ci provo e riprovo ma non vi riesco se prima non risolvo un dubbio amletico: l’ho spesa bene? Non passa un attimo che rincaro il tormento con una domanda ancora più banale, se possibile: più delusioni o soddisfazioni? Sono troppo su di giri. La mente fa pirolette incredibili e mi porta in un attimo a fare “passi da gigante” sullo spartito del tempo. Poi torna una leggera lucidità, ma non troppa perché potrebbe far male. Rifletto e penso che non devo lamentarmi perché sono stato fortunato. Solo qualche decennio prima della mia nascita i miei genitori hanno dovuto affrontare situazioni che a me, oggi, terrorizzano perché mi appaiono quasi insormontabili. Da piccoli hanno vissuto l’orrore della guerra e da acerbi adulti hanno dovuto ricostruire un Paese e la sua coscienza sociale. Non deve essere stato facile. Per nulla. Tra la guerra e la ricostruzione c’è stato poi qualcosa di inaspettato che ha spinto i più coraggiosi a ribellarsi: la presa di coscienza che si era sui binari della storia nel verso sbagliato. Non si potevano tollerare violenze e tormenti da uomini che chiedevano di essere divinità. La disperazione ha poi compiuto un miracolo rianimando la coscienza dei “morti viventi”. Sappiamo anche che la disperazione può far chiudere gli occhi nella rassegnazione più deprecabile, ma anche spingere verso una disperata ribellione: a costo della vita.  Così mentre cerco di dare un ordine decente ai tanti pensieri che mi affollano la mente, penso che ieri è stato l’anniversario della Liberazione. Una festa che quest’anno qualcuno vuole avvelenare con polemiche che, mi si voglia perdonare, sono utili solo a porsi alla ribalta. Ma è vero… oggi non sfugge che la visibilità mediatica sia un valore sociale. Tutto accade nel vuoto delle proposte politiche, nella totale incapacità di coinvolgere la gente o, come si amava dire un tempo, la “base” del partito perché assente o delusa.  Ai leaders di “plastica biologica” a veloce degradazione e sicuramente ever green, non resta che cercare di strumentalizzare qualsiasi cosa abbia un “potenziale” elettorale. Che delusione… crollano finanche i miti sotto il peso dell’attualità. Questi fragili leaders hanno partecipato in “costume” con le associazioni più onestamente impiegate a mantener vivi ricordi e principi, mobilitate per il timore di sfilare con i soli familiari e spacciando ciò come pluralità della società. Siamo davvero alla frutta. Il vuoto ideologico e culturale costringe le stelle nere del giornalismo ad adeguarsi, forse per non scontentare lo sponsor, e con loro un bel pezzo di società (poco) civile. Molte testate video giornalistiche propongono quesiti e approfondimenti assolutamente inutili e anacronistici. In un talk show televisivo dell’altro ieri, la conduttrice (di cui non faccio il nome per non farle pubblicità) ha chiesto ad ospiti illustri se la Costituzione fosse antifascista. Mi strappa un sorriso che confesso è in realtà più un ghigno di rabbia, o un suo parente stretto. Mi andrebbe quasi di rassicurare la poverina in tal senso. Faccio finta di cadere nel tranello mediatico e torno anch’io a ribadire ancora una volta che la costituzione è antifascista, antifascista, antifascista…  Il primo reale problema è che forse non tutti gli italiani sono antifascisti e democratici. Il secondo è che si confonde il partito nazionale fascista con il fascismo inteso come “categoria etica e morale”. Se dunque si intendesse questo, non mi andrebbe di rassicurare nessuno, giornalista televisiva compresa. Questi anni di pandemia ci hanno mostrato un Paese culturalmente in profonda crisi, dove molti hanno mostrato posizioni politiche “fasciste” indipendentemente dalla “casacca” da loro indossata. Un’ Italia insicura e facilmente condizionabile, convertita al consumismo più bieco e “denaro dipendente”. “Fascista” è un termine di cui si è fatto abuso strumentale per gettare fumo negli occhi e nascondere la propria pochezza intellettuale e la puzza nauseante dell’ipocrisia.  Un termine il cui significato nella lingua parlata dovrebbe essere letto in valore assoluto. Un termine dispregiativo indipendente che non indica una collocazione politica di destra o di sinistra precisa, ma un atteggiamento totalitaristico, antidemocratico e disgregativo. Lo stesso Partito Comunista italiano nell’immediato dopoguerra, nonostante fosse stato sin dal principio convinta espressione antifascista, non strumentalizzò la ricorrenza del 25 aprile. Altra gente, diverso spessore intellettuale… 
Enrico Mattei, oggi utilizzato da Giorgia Meloni per rivendicare la necessità di ribadire una via italiana alle politiche economiche ed energetiche, era un convinto antifascista. L’antifascismo è trasversale e i partigiani hanno convissuto con altri patrioti svolgendo un’azione legittima basata per lo più sulla difesa dei diritti umani, civili e politici. Ammettere poi che vi siano stati degli abusi nelle sue schiere non inficia il valore di questo fenomeno politico/sociale che ha restituito dignità al Paese, semmai aggiungere valore assoluto e creare i presupposti per la reale assimilazione dei cardini della nostra democrazia. Oggi se volessimo esprimere dei valori antifascisti utili, dovremmo esaltare il ruolo delle donne nelle brigate. In un paradosso umano e sociale, possiamo affermare che il fascismo si nascondeva anche nell’antifascismo. Dopo la caduta del regime fascista, nei processi contro quei fascisti rei di aver torturato e fatto violenza alle partigiane catturate, si è scelto un atteggiamento vergognoso. Difatti si è arrivati a tacere e ipocritamente ad insabbiare tali crimini. Molti giudici ne hanno sminuito la gravità asserendo addirittura che fossero donne di “facili” costumi avendo convissuto con gruppi partigiani maschili in ambienti isolati. In pratica prostitute della soldataglia. Al di là che la violenza è sempre violenza, questa versione è spiegabile solo se si considera che la democrazia reale non evita il “fascismo” in termini etici e morali. Gli atteggiamenti fascisti persistono anche oggi in situazioni e modalità diverse. Un esempio può essere l’espressione “gestire i profughi” in luogo della più meritevole espressione “accogliere i profughi”: si gestiscono le situazioni non le persone, e non è questione di lana caprina…
Celebriamo il giorno dedicato alla Liberazione all’unisono, rispettando la memoria di chi lo ha fatto donando il bene più prezioso: la vita. Facciamolo però nel modo più corretto e inclusivo, magari iniziando a riconoscere l’impegno delle partigiane italiane e restituendo loro l’onore e la dignità di donne e di patriote, nonché riconoscendo quella nobiltà d’animo che le ha rese eroica espressione della società italiana. Liberiamoci delle barriere e dei pregiudizi. Convogliamo le energie spese per cercare i difetti altrui per abbattere tutti i “fascismi”. Dopotutto non è mai troppo tardi…

Mariano Lebro

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