Nuovi napoletani

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Sophia, la regista inglese innamorata di Napoli che racconta le storie dei migranti

Vive in città da quattro anni e ha deciso di raccontare la storia di Fata e Yankuba nel documentario “Teranga”

Ascoltarla parlare in italiano con l'accento “british” ti mette subito di buon umore così come il sorriso che non lesina mai a chiunque incontri. Bastano poi pochi minuti per capire che è innamorata persa di Napoli come solo un amante dell'arte e della letteratura può fare. Sophia non è stata costretta a venire a vivere a Napoli, l'ha scelta. Quando tutti le dicevano “ma dove vai, lì è pericoloso” in lei invece cresceva la voglia di scoprire la città. Questo mondo diverso da tutte le altre città europee che per una curiosa dalla nascita rappresenta un'occasione da non perdere. Così quando all'università è arrivato il momento di scegliere dove andare a studiare per l'anno sabbatico non ha avuto dubbi. Lei londinese che studiava italiano e storia dell'arte sceglie immediatamente la città partenopea che di “storia e letteratura è piena”.

Qui inizia la sua seconda vita. “A Napoli ho trovato la mia anima. Quando sono arrivata a piazza San Domenico e ho visto un raggio di sole cadere sull'obelisco mi sono innamorata. Questa città è come me. Le persone sono socievoli e amano stare per strada”. Sophia capisce subito che quella con Napoli non sarà una storia che durerà lo spazio di un anno di studio. Passa il tempo e in lei cresce una voglia: aiutare chi è nelle sue stesse condizioni, straniero in una città che non conosce. Lo fa partendo dai più bisognosi, dai migranti che qui sono capitati per caso e non per scelta. Così comincia a frequentare dei centri d'accoglienza e aiuta i medici come traduttrice. Lì scopre una realtà che fino a quel momento ha potuto solo immaginare. Le storie raccontate da chi arriva in quei centri la dilaniano.

“Chiunque sia passato per la Libia ha vissuto cose che noi europei non possiamo nemmeno immaginare. Sei stato o venduto come schiavo o sei sicuramente passato per le carceri libiche. Che sia stato un giorno o due anni, sei stato detenuto in celle all'oscurità. Hai visto morire un tuo parente o il tuo più caro amico con cui hai deciso di partire e tentare di salvarti. Ti hanno caricato su un camioncino stracolmo di persone e se qualcuno cade non si ferma, continua, e tu rimani lì a guardare un tuo amico per l'ultima volta, consapevole che morirà nel deserto. Lo stesso ti può accadere a mare, su un barcone. Io vorrei che le persone conoscessero queste cose e capissero di quanto aiuto hanno bisogno queste persone”. Sophia non riesce però a rimanere ferma alle pratiche dei centri d'accoglienza italiani. Non può essere complice di un sistema che lascia delle persone in attesa dei documenti per anni. Che lascia le loro vite in stand by, in una “metaforica sala d'aspetto”. Qualcosa che i migranti vivono come una prigione e nella quale combattono con quello che diventa il loro più grande nemico: il tempo. Nessuno si occupa della loro salute mentale e di offrire un supporto psicologico per le sofferenze e i traumi che hanno subito.

Così decide di lasciare la vita dei centri d'accoglienza e di buttarsi nella vita vera, di diventare amica di molti migranti e di ospitare a casa sua anche coloro che hanno più bisogno. Nascono amicizie profonde che le fanno scoprire un posto che diventa per lei magico. Si chiama Teranga ed è un locale che si trova in una traversa di piazza Bellini dove si suona musica dal vivo e dove si esibiscono musicista provenienti per lo più dall'Africa. È il posto perfetto per lei. Prima degli studi in letteratura ha lavorato per anni nel mondo della musica come manager e addetta alla comunicazione della casa di produzione inglese Island Records. Il suo orecchio per i nuovi artisti la porta a conoscere una vera e propria comunità da cui nasce un'idea.

Sophia decide di raccontare la storia di due richiedenti asilo: Fata e Yankuba. Ne nasce un documentario con protagonisti questi due giovani uomini e la loro vita a Napoli. La loro voglia di avere una vita normale e seguire i propri sogni. Il lavoro dura due anni insieme ad altre due registe, Lou Marillier e Daisy Squires e riceve l'appoggio del The Guardian che decide di produrlo e caricarlo sulla propria piattaforma online dedicata. “È stata un'esperienza unica che mi ha permesso di capire quanto queste persone siano forti. Nonostante tutto quello che hanno passato, sono gioiosi e calmi. Direi che sono quasi filosofici. Anzi, riescono a sopportare tutto quello che gli capita proprio perché hanno un approccio proprio filosofico con la vita. Li aiuta la loro cultura, noi non riusciremmo a sopportare tutte quelle sofferenze. Loro le accettano e cercano sempre di andare avanti. E poi si affidano a dio. L'importante per loro, però, è vivere la vita che hanno il diritto di avere, che sentono di meritare”. Sophia sabato presenterà il documentario a Napoli e sarà uno dei suoi grandi passi fatti in città. Vive a Montesanto ed è in città da quattro anni e mezzo e, probabilmente, ci resterà per sempre.

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