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Saeid, l'iraniano arrivato in Italia in un container a cui il Coronavirus ha tolto il bar

Partito da zero ha aperto un locale a via Bellini e uno a Castellammare ma per l'emergenza rischia di dover chiudere per sempre

Quando viaggi chiuso in un container perdi completamente la cognizione del tempo e dello spazio. Intorno a te vedi solo buio per giorni interi. Riesci però ad accorgerti se stai viaggiando su strada o sul mare. È l'unica cosa di cui puoi avere contezza nel tuo itinerario mentale sperando che il tempo trascorso chiuso nel buio si tramuti nel posto che hai sempre desiderato. Così fa Saeid durante il suo viaggio per raggiungere l'Europa. Un viaggio che non avrebbe mai voluto fare. Voleva solo vivere libero nel suo Paese, l'Iran, insieme ai suoi tre fratelli e tre sorelle. Membro di una famiglia ricca e rispettata da oltre un secolo, voleva solo che l'Iran tornasse a essere quella che era ai tempi dello Scià. Un paese libero, ricco, alla moda, che anticipava le tendenze che arrivavano in Europa. Voleva che la sua Shiraz fosse ancora quella città da favola conosciuta grazie alla letteratura.

La realtà che si trova a vivere però è completamente diversa. Le bellissime spiagge del Golfo non possono essere vissute in libertà. Le donne da una parte e gli uomini dall'altra. Così come in discoteca, dove non si può ballare tutti insieme e non bisogna farsi trovare in compagnia di una ragazza che non sia la propria sposa. Non puoi conoscere semplicemente una ragazza, cominciare a frequentarla e decidere insieme di vivere una storia d'amore. Non si può bere alcolici se non in luoghi strettamente privati. Le donne non possono tenere in vista nulla del proprio corpo, nemmeno un capello. Guardarle è ad appannaggio esclusivo dei loro familiari e del marito. In Iran il governo sa tutto di tutti e se vieni beccato dalla polizia, la tua vita può essere rovinata da un momento all'altro. Non che tutto questo, nel 2020, non accada. Tutte le restrizioni vengono aggirate dai giovani che si vedono in clandestinità. Organizzano gruppi di 40-50 persone e si danno appuntamento in una villa fuori città. Lì organizzano feste e vivono, per quello che è possibile, la loro età con spensieratezza. Sempre attenti e con la consapevolezza di essere tutti sotto controllo.

Una vita che Saeid non riesce a sopportare. A 22 anni ha voglia di essere libero. Come lui, il fratello Hamid con cui condivide tutto. Nel 2009 Mahmud Ahmadinejad viene rieletto presidente con elezioni che non hanno nemmeno la minima parvenza di libertà e regolarità. Anche all'estero arriva forte e chiaro il grido di dolore del popolo iraniano costretto a rieleggere un tiranno. Dal momento della rielezione però parte un movimento di protesta che dura fino al 2010 e che il presidente rieletto si premura di soffocare. A queste proteste partecipano anche Saeid e Hamid. Lo fanno con tutta la veemenza che la gioventù può dimostrare contro chi cerca di imbrigliarne le ali. Una veemenza che il regime non gradisce e che costa loro caro. Dopo l'ennesima manifestazione nel 2010 sono entrambi costretti a scappare. Per loro non c'è più spazio in Iran. Saeid vorrebbe andare in Inghilterra e il fratello lo segue. C'è da organizzare il viaggio. Nonostante potessero permetterselo non possono prendere semplicemente un aereo e sbarcare in uno degli aeroporti londinesi. I loro documenti sono ormai su tutti i terminali governativi. Appena metterebbero piede in aeroporto per il check in, verrebbero arrestati. Ormai i loro documenti sono carta straccia. Così devono architettare il viaggio via terra. Un viaggio che costa 15mila euro a testa. Un viaggio organizzato da trafficanti di esseri umani.

Il primo obiettivo del viaggio è raggiungere Instabul. Per farlo dalla loro città, devono tagliare a metà il Medio Oriente. Un lungo tragitto che devono fare in parte in auto e in parte a piedi. Un pellegrinaggio verso la capitale della Turchia che dura giorni ma questa traversata non è certo la parte più difficile del loro viaggio. Una volta arrivati a Instabul, comincia il vero incubo. Vengono caricati in un container. Insieme ad altre cinque sei persone inizia il viaggio nell'oscurità. Si perché rimangono chiusi dentro per cinque o sei giorni. Difficile da dire. Quando si è chiusi in un container non passa luce ed è impossibile scandire il trascorrere dei giorni. Saied e Hamid vengono fatti salire, vengono dati loro dei biscotti e dell'acqua e il portellone viene chiuso. Lì devono provare a respirare bene, mangiare, dormire e tutto il resto insieme a degli sconosciuti. In quella camera a gas può succedere di tutto ma quel portellone rimane chiuso fino a destinazione, a qualsiasi costo. Chiusi dentro, completano il tratto di strada via terra andando da Istanbul alla Grecia. Lì si imbarcano per l'Italia. Per Bari per la precisione. Solo che scoprono dopo l'esatto percorso.

Durante si accorgono solo che è cambiato il mezzo di locomozione e si è passati dalla terraferma al mare. Se ne accorgono quando il container viene trainato sull'imbarcazione e comincia la navigazione. La sensazione che si prova è diversa e così capiscono la variazione. Arrivano a Bari e continuano la loro marcia fino al nord Italia. Fino a quando il portellone non si apre improvvisamente. Entra una luce fortissima che fa male agli occhi. Un dolore che solo chi è stato al buio per giorni può capire. Una luce che non ti permette di distinguere chi hai di fronte. Chi ti sta parlando o urlando contro qualcosa. Come quelli che vengono a prendere Saeid e il fratello e li fanno scendere dal camion e li fanno salire in un'auto. Dopo un breve viaggio lasciano entrambi nei pressi della stazione di Milano. Quello è il capolinea del loro viaggio. Non certo quello per cui avevano pagato ma quello che i trafficanti avevano deciso per loro prima di lasciarli al freddo per strada. È inverno, si gela e Saeid dice ingenuamente al fratello: «Scusami ma Milano che parte dell'Inghilterra è? Saeid, ci hanno fottuto» risponde Hamid. Così si trovano senza documenti, senza soldi, completamente persi e costretti a dormire per strada per quattro giorni prima di riuscire a organizzarsi.

Grazie alla famiglia riescono a farsi mandare i soldi per pagare il viaggio verso Berlino. L'ennesimo viaggio clandestino che costa 2200 euro. L'ennesimo furto che sono costretti a subire perché senza documenti. Salgono sul treno convinti di riuscire ad arrivare a destinazione ma a Bolzano si verifica l'ennesimo imprevisto. C'è la neve ovunque fuori quando si presentano ai loro posti due agenti della polizia ferroviaria. Chiedono loro i documenti che non hanno e li costringono a scendere. Vengono identificati in Italia e ufficialmente in questo momento comincia il loro percorso d'accoglienza nel nostro Paese. Dopo settimane di viaggio vengono accolti in campo per rifugiati a Gorizia. Dopo tre mesi vengono spostati a Napoli. A entrambi viene riconosciuto l'asilo politico e vengono inseriti in un progetto. Dopo sei, sette mesi, però non ottengono risultati e decidono di cominciare a lavorare. Saeid comincia a fare il lavapiatti e contemporaneamente va a lezione d'italiano. Ma ciò che riesce a imparare lo deve soprattutto al lavoro durante il quale si lancia tra le persone. Nonostante non dice una parola d'italiano, chiede di avere una possibilità come cameriere e si fa anche degli amici da cui continua a imparare. Dopo qualche mese diventa cuoco.

Passano gli anni e la ristorazione diventa il suo mondo e il suo lavoro. Anche Hamid si dedica alla ristorazione diventando pizzaiolo. Dopo quattro anni e un lavoro stabile in Italia, la nostalgia dell'Iran si fa sentire. Approfitta del fatto che ha dei documenti regolari adesso e così prova a rientrare in patria. Appena mette piede all'aeroporto di Teheran però viene fermato. Gli viene sequestrato il passaporto e viene tenuto costantemente sotto controllo. Viene passato al setaccio dal governo la sua vita in Italia e anche nella sua città viene controllato a vista e non può allontanarsi. Ci vuole un anno per riuscire a ottenere il documento e tornare a Napoli dal fratello. È costretto a ripartire da zero ma ancora una volta riesce a costruirsi una nuova vita. Si specializza nel settore del catering e dopo qualche anno fa il grande salto: decide di aprire dei locali. Si tratta del Meikane-Mafalda a via Bellini a Napoli e del Mafalda-Meikane a Castellammare di Stabia. Meikane in persiano significa osteria mentre Mafalda è il nome della principessa a cui è intitolata la strada dove sorge il locale stabiese. Le aperture sono possibili anche grazie alla cooperativa sociale Less con cui condivide il progetto. Apre prima quello di Castellammare e poi quello di Napoli, dove lavora materialmente Saeid come barman insieme ad altre due persone. Offre cucina persiana e bevande tipiche. Il 28 ottobre 2019 è il giorno dell'inaugurazione e sin dal primo momento il locale sembra andare molto bene. Ha una clientela fedele e diventa un importante ritrovo interculturale.

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Poi arriva il Coronavirus e ancora una volta la vita di Saeid subisce una battuta d'arresto. L'11 marzo 2020 chiude definitivamente il locale in osservanza del lockdown imposto dal governo. Le conseguenze sulla neonata attività sono devastanti. Alcuni dipendenti delle due attività vengono messi in cassa integrazione, altri vengono licenziati. Probabilmente anche coloro che sono in cassa, perderanno successivamente il lavoro. Come Saeid che al 99% sarà costretto a chiudere se la situazione non si sbloccherà rapidamente. Se dovesse riaprire con le normative attuali che impongono un serrato distanziamento sociale, potrebbe avere solo un paio di tavoli e una decina di coperti a sera. Troppo poco per tenere in vita l'attività. Pesano i debiti contratti con la banca e le spese a cui nessuno ancora ha fatto fronte a livello istituzionale, tra cui anche degli stipendi arretrati dei dipendenti. Una ferita mortale così come per l'attività di tanti concittadini italiani. Chissà se dovrà ripartire ancora da zero, l'unica sua certezza è che potrà contare su suo fratello Hamid, che ancora una volta sarà al suo fianco.

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