Nuovi napoletani

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Rachelle, storia di un amore spezzato dai lager libici

Partita dalla Costa d'Avorio con l'amore della sua vita non ha più sue notizie dal giorno in cui sono stati divisi

Rachelle ha un amore. Un amore grande. Lei cristiana, lui musulmano. Non fa nessuna differenza per loro. Non per le persone in Costa d'Avorio. Lì ogni giorno qualcuno ammazza un proprio fratello perché di religione diversa. Eppure lei è riuscita a trovare qualcuno con cui condividere tutta la vita. Qualcuno con cui anche attraversare il deserto e affrontare il mar Mediterraneo con un barcone può essere qualcosa di possibile. Perlomeno per il loro amore vale la pena di rischiare. Rachelle crede nell'amore anche se l'amore con lei fino al momento in cui ha incontrato la sua metà non è stato generoso. Vive ad Abidjian, la città più importante del Paese nonostante la capitale amministrativa sia Yamoussoukro.

Lì incontra colui che diventa il padre dei suoi figli. Dalla loro unione nascono quattro bambini. Conducono una vita normale fino a quando non scoppia la guerra. Siamo tra il 2010 e il 2011. Con la sconfitta di Laurent Gbagbo inizia una guerra civile che dilania il Paese. In molti perdono il lavoro e tra loro anche il marito di Rachelle. Comincia a bere e diventa violento e il loro rapporto diventa un incubo per lei. Durante la guerra Rachelle perde i genitori e non sa a chi chiedere aiuto. Decide di lasciare la sua casa e di andare dalla zia. Porta con sé i suoi quattro figli. La guerra non ha risparmiato nemmeno lei. Ha perso il marito e i cinque figli. Vivono insieme un anno, ai limiti della povertà. Non è una vita che meritano i suoi piccoli e così prende una decisione dolorosa. La più dolorosa per una madre. Divide i suoi figli: due vengono affidati alle cure della famiglia dell'ex marito. La zia si fa carico degli altri due, non poteva tenerli tutti.

Rachelle, invece, decide che è arrivato il momento di lasciare la Costa d'Avorio. Trova la forza in un'altra persona. Incontra il suo amore che è di religione musulmana. Lei invece è cristiana e in questo preciso momento storico in Costa d'Avorio rappresenta un problema insormontabile. Si uccide per questo. A loro non interessa ma alla famiglia del suo uomo sì. La minaccia ed è pronta a anche a farle del male. È arrivato il momento di partire. Insieme decidono di lasciare la loro terra. Rachelle, di lasciare i suoi figli. Deve prima raggiungere l'Europa e poi cercherà un modo per farli arrivare. È troppo rischioso il viaggio.

Insieme riescono nell'impresa di raggiungere la Libia. In realtà stanno andando incontro alle porte dell'inferno. Lì esistono dei campi di detenzione, dei veri e propri lager dove vengono detenuti i migranti. Siamo all'inizio del 2017 e la Libia sta provando a “contenere” le partenze per effetto di un accordo siglato con l'Italia. In pochi riescono a partire. Appena arrivati Rachelle e il suo amore vengono divisi. I maschi da una parte, le donne da un'altra. Esattamente come nei campi di concentramento. Da questo momento in poi non rivedrà più il grande amore della sua vita. Colui che le aveva dato la forza di mettersi in viaggio e affrontare l'inferno dei lager libici. Trascorre due mesi in Libia ma non ha più sue notizie. Non ne avrà mai più. Tuttora non sa quale sia stato il suo destino. Quello che doveva essere il loro destino adesso è solo una flebile speranza di riabbracciarlo un giorno, in questa vita o nell'altra.

Sola, affronta il viaggio nel Mediterraneo. Arriva a Lampedusa, poi viene trasferita a Napoli. Il suo primo centro d'accoglienza è nel popoloso quartiere di Materdei. Questo è il suo primo, vero contatto con l'Italia e una strada del quartiere le darà una speranza. La sta percorrendo quando da una vetrina spunta una macchina per cucire. Lei rimane incantata, non a caso. In Costa d'Avorio era una sarta. Tutte le traversie della vita quasi gliel'hanno fatto dimenticare. Sarebbe bello poter tornare a farlo. Entra nel negozio e chiede il prezzo. «Cento euro mi hanno detto. Io ne avevo solo 60, ma quando il proprietario ha sentito che ero un migrante mi ha detto “vanno bene 60”. Così sono tornata al centro con la macchina e tutti gli operatori si sono incuriositi. Nessuno di loro sapeva che ero una sarta. Una di loro, l'infermiera Roberta, mi ha chiesto se sapevo cucire abiti con tessuti africani. Io le ho risposto di sì e lei mi ha detto che potevo trovarne alcuni a piazza Garibaldi e se potevo realizzarle un vestito. Ho ricominciato così a cucire».

I responsabili del campo quando vedono di cosa sia capace con quelle stoffe pregiate pensano a una sfilata con gli abiti creati da lei. Inizia così la sua nuova vita. La sua nuova vita napoletana. Ha già cominciato a imparare l'italiano seguendo un corso alla Scuola di Pace. Alla sfilata partecipa anche la sua insegnante, Claudia che le chiede di replicarla anche a scuola. Tutti erano vestiti con i suoi abiti. Ha continuato a crearli sia per gli africani che per gli italiani. Passano i mesi e riesce a ottenere anche l'asilo politico e viene trasferita in uno Sprar a Mugnano. Lì lavora come domestica in alcune case e il resto del tempo lo passa a cucire. Claudia non vuole che il suo talento vada sprecato e la coinvolge nel progetto Nakupenda, la sartoria sociale di Inclusione Alternativa. Rachelle in poco tempo diventa l'anima del progetto.

«Ho avuto la grazia di dio di trovare buone persone qui». Adesso sta mettendo insieme i documenti per far finalmente arrivare in Italia anche i suoi quattro figli. Hanno 18 anni il primo, 16 la seconda, 14 e sei il terzo e il quarto. Grazie a un accordo tra Italia e Costa d'Avorio, non appena i documenti arriveranno all'ambasciata italiana nel paese africano, i ragazzini potrebbero riabbracciare la propria madre, dopo quasi tre anni. E poi c'è una speranza. Una speranza più forte dei lager libici e o del mar Mediterraneo: quella di riabbracciare il suo amore, il suo amore grande.

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