Nuovi napoletani

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PaBoy il giovane artigiano che aiuta i fratelli migranti durante il Coronavirus

Rischia di perdere il lavoro definitivamente a causa dell'epidemia ma distribuisce spese nel quartiere a chi ha bisogno

Esiste un momento della vita di PaBoy che è completamente scomparso dalla sua memoria. Fatti che possono essere durati giorni ma che chissà quando riaffioreranno tra i suoi ricordi. Al momento fanno troppo male e il cervello umano è progettato per difendersi dal dolore e sopravvivere. Come l'essere umano d'altronde. Rimuove quello che non può sopportare pur di continuare a vivere. L'istinto di conservazione del cervello reagisce così, cancella le informazioni che fanno troppo male al resto del corpo. Forse sono quelle le ferite dell'anima che noi occidentali crediamo di conoscere ma che forse solo chi ha vissuto la guerra sa realmente di cosa si tratta.

A 28 anni PaBoy ha già ferite indelebili da cancellare per andare avanti eppure ha ancora voglia di aiutare gli altri. Lui che al momento non lavora ma che ha deciso di raccogliere alimenti per i suoi fratelli migranti bloccati in casa dal Coronavirus. Ultimo tra gli ultimi ha deciso di dare una mano come può qui a Napoli, la città che lo ha accolto. Il suo viaggio verso l'Italia è iniziato sei anni fa dal Gambia. La terra dove è nato e dove vive ancora tutta la sua famiglia. La terra che lo ha cresciuto e che non gli ha permesso di completare gli studi perché era necessario che cominciasse a lavorare. Li ha imparato il mestiere di sarto, l'arte che gli ha dato anche quel poco di lavoro quando era ancora in patria. Troppo poco per riuscire a costruirsi un futuro. Così la scelta di andare via è stata obbligata, come per migliaia e migliaia di suoi compatrioti.

I viaggi di chi cerca lavoro sono fatti di tappe, a qualsiasi latitudine si viva. Quella più naturale per chi vive in Gambia è il Senegal che praticamente avvolge la nazione lasciando un piccolo spazio sull'Atlantico. Il primo tentativo non va a buon fine ma PaBoy non vuole tornare in Gambia così comincia a tagliare l'Africa in orizzontale. Si sposta in Mali dove però scopre che la situazione è ancora peggiore rispetto al suo Paese d'origine. Si allunga in Burkina Faso dove qualcosa riesce a trovare. Comincia a lavorare anche se la vita lì e molto dura ed è difficile inserirsi per uno straniero a causa della lingua. Deve però continuare a lavorare perché non ha soldi e continua fino a quando riesce a metterne abbastanza da parte per andare via. La tappa successiva del suo viaggio è il Niger e infine la Libia. Non sarebbe voluto andare lì ma non ha altra scelta. Della regione sembra essere il posto con maggiori opportunità. Bisogna però attraversare il deserto per arrivare a Tripoli, la capitale dove ci sono maggiori occasioni lavorative.

Si mette in viaggio ma nel deserto viene rapito da un gruppo di miliziani. Si trova a Sabha quando il commando lo porta via con la forza, una città praticamente al centro del deserto e crocevia di diverse direttrici che portano in varie zone della nazione. Lì è praticamente impossibile trovarlo. I miliziani lo rinchiudono in una prigione che ricorda essere non più grande di una casa con tante persone all'interno, impossibile contarle. Senza cibo, in quelle stanze succedono cose disgustose. L'unica possibilità che ha per salvarsi è quella di chiamare qualcuno che paghi per il suo rilascio. Nei giorni che rimane prigioniero vede uccidere quattro o cinque persone. Dopo due settimane, di notte, riesce a scappare insieme a un'altra persona e si rimette in viaggio verso Tripoli. Il suo obiettivo adesso non è più rimanere in Libia. Prova allora la traversata verso l'Italia. Tutto pur di andare via da quell'inferno.

Riesce a pagarsi il viaggio su un barcone ed è pronto a partire quando succede qualcosa che nessuno può ricordargli. È sulla barca quando arriva la polizia. Con lui altre persone pronte a partire. Da questo momento in poi non ricorda più cosa sia successo. Il suo cervello decide di difenderlo cancellando quello che accade in quei momenti. Decide di ricominciare a riattivare i ricordi solamente dal momento in cui si trova in prigione, arrestato. Intorno a lui, alcuni tra quelli che sarebbero dovuti essere i suoi compagni di viaggio. Tutti gli altri probabilmente sono morti. La polizia è riuscita a impedire che salpassero. Ancora una volta riesce a scappare dai suoi nuovi carcerieri. Molti tra quelli che scappano con lui non sono così fortunati da rimanere vivi sotto i colpi delle armi degli agenti di frontiera. Lascia Tripoli e vuole tornare in Gambia.

Non ne può più, forse non è quello il suo destino. Tornare indietro però non è così facile, anzi forse impossibile. Un amico riesce a trovare un contatto per un altro viaggio. Dopo pochi mesi torna a Tripoli e stavolta riesce a imbarcarsi. Sul suo barcone ci sono 120 persone. Vengono salvati al largo di Lampedusa dopo un viaggio spaventoso. È il luglio del 2015. Sono passati quasi due anni da quando ha lasciato il Gambia e finalmente è arrivato in Italia. Dopo Lampedusa, viene mandato in un centro d'accoglienza a Napoli. In uno dei quartieri più belli della città: Mergellina. Si innamora dei vicoli della Marina e della città. Qui può cominciare la sua nuova vita. I primi due anni non sono facili. Durante il percorso d'accoglienza riceve la protezione umanitaria ma non riesce a trovare lavoro. Fino a quando non incontra la famiglia Stingo.

Si tratta di una famiglia di artigiani eredi di una tradizione nata in epoca borbonica. Da allora realizzano ceramiche e maioliche e con le loro creazioni sono state ornate le più ville del Golfo, su tutte villa Rosebery, la residenza estiva del Presidente della Repubblica. Imma e Simona Stingo prendono a cuore questo giovane e lo mettono a lavorare nella loro fabbrica di Gianturco. Gli insegnano un mestiere prezioso e antichissimo e PaBoy si dimostra essere un artigiano dotato. Quello che molti ragazzi napoletani non vogliono più fare adesso viene amato da un giovane che arriva dall'altra parte del Mediterraneo. Per tre anni lavora lì fino a quando non arriva novembre 2019, data in cui scade il suo permesso. Inizia la pratica per rinnovarlo ma nel frattempo non può avere un contratto di lavoro. Poi arriva il Coronavirus che blocca l'attività amministrativa dell'ufficio immigrazione.

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PaBoy è in un limbo, proprio come milioni di italiani. Come migliaia di migranti è senza lavoro ma nonostante questo decide di dare una mano a chi sta peggio di lui. In molti aspettavano questo periodo per lavorare come stagionale nelle campagne e provare a sopravvivere. L'epidemia ha bloccato anche i raccolti ma soprattutto molti di loro lavorano in nero e non possono spostarsi dalla città in cui vivono. In molti non possono nemmeno uscire di casa visto che ci sono controlli serrati e senza un motivo valido non si può stare in strada. È a queste persone che PaBoy pensa e così si rende protagonista di una raccolta fondi. Poi con i soldi raccolti compra generi alimentari e insieme ad amici gambiani e nigeriani le porta ai migranti maggiormente in difficoltà. Questa catena di solidarietà parte da Forcella e arriva a piazza Garibaldi passando per via Cavour e via Carbonara. Quando questa emergenza sarà finita non sa se potrà tornare al suo lavoro e potrà continuare a vivere a Napoli ma magari tutto il bene che sta facendo, in qualche modo, farà un giro grande e gli tornerà indietro.

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