Nuovi napoletani

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Founeke, dalla fuga dai jihadisti in Mali fino ad arrivare a un bar nel cuore di Napoli

La guerra nel suo paese, i trafficanti di esseri umani in Libia e la sua nuova casa a via Foria

Quando arrivano i jihadisti in città, l'unica cosa che si può fare è scappare. Soprattutto se sei un giovane e sei arruolabile. È quello che racconta Founeke, 21 anni, da circa tre anni in Italia. La città di cui racconta è Bamako in Mali. Lì vive i primi 14 anni della sua vita, fino a quando alle porte della città non arrivano i jihadisti. Arrivano dal lato del Sahara, dalla Mauritania, dal Niger e perfino dall'Algeria, e controllano le strade d'accesso da nord ad alcune città dello stato africano confinante. Così guadagnano parte dei proventi che utilizzano per la “guerra santa”. Tutti i traffici che si sviluppano lungo quelle strade pagano loro un pedaggio che poi viene reinvestito nei combattimenti in quella che è una guerra civile che dura da anni in quelle zone.

Non è la prima volta che si “affacciano” in città portando con sé distruzione, solo che stavolta Founeke è abbastanza grande per essere preso a “lavorare”. Lavorare per i jihadisti significa una sola cosa: combattere fino alla morte in nome di Allah e della Sharia. La chiamata alle armi ha metodi piuttosto brutali. In particolare Founeke ne ricorda uno che si porta addosso in ogni racconto. Utilizzano la violenza sessuale per portare via gli uomini arruolabili dal villaggio. Violentano sia uomini che donne per incutere terrore nella popolazione e razziare ciò che gli serve, che siano beni materiali o persone. A finire sotto i colpi della loro brutalità sono anche degli amici di Founeke. Persone che conosce bene e di cui ha incrociato lo sguardo prima che venissero rapiti. Ad alcune violenze sessuali ha addirittura assistito perché venivano fatte alla luce del sole, a scopo dimostrativo.

In Mali la religione più praticata è proprio quella musulmana. I jihadisti lì non hanno nessuno da “convertire” eppure violentano i loro fratelli in nome della guerra e della Jihad. Le loro scorribande hanno convinto già i tre fratelli di Founeke a scappare via dal Mali anni prima e le immagini che gli rimangono stampate nella memoria convincono anche lui che è arrivato il momento di andare. Frequenta le superiori quando decide di scappare. Non ha più la madre e lascia in patria solo il padre anziano. Per lui non c'è pericolo di essere rapito dai jihadisti. A loro gli anziani non servono perché non possono combattere. Servono i ragazzi come Founeke, che ha l'età giusta per imbracciare un fucile e molti dei suoi amici li ha visti salire su un pick-up e non tornare più indietro.

Gli islamisti in quel periodo, a partire dal dicembre 2012, sono impegnati in un colpo di stato a cui hanno dato inizio i tuareg del Movimento di Liberazione dell'Azawad finanziati da Gheddafi. Si è determinato così un tutti contro tutti delle varie tribù per il controllo del territorio. Ad avere la meglio sono vari gruppi jihadisti con il sogno di stabilire una dura legge islamica nello stato. Alla battaglia a questo punto si uniscono i militari dell'Onu, protagonisti di una missione internazionale a guida francese denominata “Operazione Serval” e chiamati a ristabilire l'ordine nello stato e a contrapporsi ai jihadisti. Una guerra civile di cui, da qualunque parte si decida di combattere, difficilmente si vedrà la fine vivi. La capitale Bamako è il punto cardine del conflitto perché la sua conquista per l'una o l'altra fazione ha un forte valore simbolico. Viene prima occupata proprio dai jihadisti e poi oggetto dei raid aerei francesi e della riconquista da parte della coalizione che sostiene il presidente Traoré.

Siamo nel 2013, Founeke ha 14 anni ed è arrivato il momento per lui di andare via. La sua terra, la sua città sono diventate troppo pericolose. Comincia il suo viaggio verso la Libia. Dura un mese e attraversa il Burkina Faso, e il Niger prima di arrivare in Libia fino a Tripoli. Lì comincia a lavorare in un supermercato e rimane in città fino al 2016. In questi tre anni la Libia diventa completamente invivibile e la guerra civile assume dimensioni insostenibili. Ancora una volta la guerra decide per lui è stavolta lo costringe a una scelta ancora più radicale. Si trasferisce a Sabrata e lì, in realtà, ci sono dei criminali che decidono per lui. Sono dei trafficanti di esseri umani e quando finisci nelle loro mani non hai più il controllo del tuo destino. Gli prendono tutti i soldi e lo chiudono all'interno di una casa con altre 50 persone, tutti uomini. Di quell'edificio Founeke ricorda solo che era in ristrutturazione, che per giorni interni non gli veniva dato da mangiare e che venivano chiusi dentro in attesa del loro turno. Sì perché quei criminali hanno deciso che deve lasciare la Libia con una serie di altre persone solo che sono loro a decidere quando e a gestire il flusso delle partenze.

Passano tre o quattro mesi, difficile dire quanti in quelle condizioni di segregazione, fino a quando non arriva il suo turno. Viene messo in fila insieme ad altre persone. Ricorda che la maggior parte sono uomini e lui riesce a vedere solo una donna. Erano talmente ammassati l'uno sull'altro che non ha contezza di quello che succede sul resto dell'imbarcazione. Almeno 70 persone in uno spazio irrisorio. Durante il viaggio, per esempio si sentono male due persone, ma lui a oggi non sa che fine abbiano fatto quelle persone. La barca prende acqua ma riesce ad arrivare a Taranto. Il viaggio dura dalle 19 alle 11 del giorno successivo. “Non tanto tempo” dice Founeke, abituato alla tortura dell'attesa durata mesi. Ad accoglierlo per prima è un centro di Taranto per circa un mese poi viene spostato a Massafra per quattro mesi, poi torna a Taranto dove rimane per altri cinque mesi per poi essere ancora trasferito a Pozzallo.

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Infine arriva in un centro d'accoglienza a Casoria e poi a Napoli, la sua prima vera casa italiana. Trascorre molto tempo prima che riesce a trovare un lavoro e il primo appuntamento davanti alla commissione per i documenti arriva solo dopo sei mesi. Ottiene la protezione umanitaria per due anni. Il prossimo 17 marzo avrà una nuova udienza per conoscere il suo futuro. In questi due anni, però, sono cambiate tante cose. Ha studiato italiano all'Orientale e si è dato da fare per trovare un lavoro stabile. Ha lavorato prima in un bar al Vomero e poi, grazie alla Less Onlus, è riuscito a trovare un tirocinio all'interno di un bar a via Mezzocannone che lo ha poi assunto. Adesso vive da solo in una casa a via Foria e va a piedi a lavoro passando nel cuore di Napoli tutti i giorni. Qui ha molti amici, soprattutto napoletani e vive bene. Riesce a sentire il padre via telefono ma purtroppo non può portarlo in Italia perché è troppo vecchio per lasciare il suo Paese. Dei suoi tre fratelli, uno vive in Sicilia, gli altri due vivono a Lille e a Madrid. Quello che vive in Francia ha provato a convincerlo a raggiungerlo ma per ora Founeke vuole restare a Napoli e risolvere la questione dei documenti che, come per tutti i migranti, è quella che gli provoca più ansia. Una volta ottenuto il suo “diritto di cittadinanza” potrà decidere cosa fare.

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