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San Giovanni a Mare, storia dell'antica chiesetta napoletana e delle origini della festa

Chiesa e festeggiamenti furono abbandonati per decenni e solo negli ultimi anni, dopo lunghi interventi di restauro, il luogo di culto è stato riportato all’antico splendore

Nel XII sec., in via San Giovanni a Mare (zona portuale nei pressi del Carmine a Napoli) esisteva una chiesetta e un ospedale per l’accoglienza dei cavalieri di Gerusalemme provenienti dalle Crociate. La chiesetta lambiva il mare ed il santo protettore era la biblica figura di San Giovanni. Il solstizio d’estate (21 giugno) caratterizzato dal giorno più lungo e la notte più corta dell’anno, ha rappresentato fin dalla più remota antichità un periodo molto particolare. Il tempo a cavallo del solstizio, per l’antica tradizione magica e in seguito folkloristica, era considerato la “porta degli uomini”. La notte del 23 giugno, cioè la notte di San Giovanni, era sicuramente una notte di culto pagano, essa era infatti conosciuta come “nuit de les Bruizes (notte delle streghe), o nuit del Foc (notte del fuoco), e rappresentava quello che restava delle antiche feste precristiane in onore del sole. Le prime testimonianze della “festa a mare”, come veniva sinteticamente appellata dai popolani, risalgono al ‘400 aragonese. Alcune cronache raccontano che nella notte tra il 23 e il 24 giugno, era in uso per le donne e per gli uomini dell’epoca festeggiare nei dintorni della chiesa e tra canti e balli, fare il bagno nudi sulla spiaggia proprio davanti alla chiesa. La festa era anche chiamata la “Bona” e i balli erano l’ ‘mpertecata” e l’ “ntrezzata”. I festeggiamenti duravano un ottavario (nella Chiesa cattolica erano una serie di otto giorni dedicati alle preghiere) ed iniziavano con la funzione in chiesa e la processione con la miracolosa statua del Santo ricca di argento, oro e pietre preziose.

Tale doveva essere la sfrenatezza della festa da indurre, nel 1653, il viceré Garcia de Haro Sotomayor, conte di Castrillo, a vietare sia i balli che l’usanza del bagno nudo in comune, che per la sua promiscuità doveva dare molti fastidi. Dai versi del Velardiniello poeta napoletano del cinquecento:
Li femmene la sera di san Gianne
Jevane tutte ‘nchietta a la marina
Allere se ne jeano senza panne,
cantanno sempe maie la romanzina.

Il Maestro napoletano Roberto De Simone, in un canto della sua splendida “Gatta Cenerentola”, cita la Festa di San Giovanni a mare con tutta la sua potenza forza scenica e misterica, ed i suoi forti richiami sessuali:
E la luna e la luna
Tutt’ ‘e femmene stanno annura.
All’annura e senza panne
Mo’ ch’è ‘a festa e san Giuvanne.
San Giuvanne san Giuvanne
E’ ‘na crapa ca se scanna
E’ nu cuollo senza capa
E’ nu cuollo è nu cuollo,
primma è tuosto e doppo è muollo
Primma è tuosto primma è tuosto
Comm’ abballa ‘o sango nuosto.

La Chiesa di San Giovanni a Mare e i suoi festeggiamenti furono abbandonati per decenni e solo negli ultimi anni, dopo lunghi interventi di restauro, il luogo di culto è stato riportato all’antico splendore.
 

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