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Mercoledì, 8 Dicembre 2021
In giro con Antonia

Opinioni

In giro con Antonia

A cura di Antonia Fiorenzano

“Che divertimento quando capirono che sotto al caschetto c'era una testa": a tu per tu con Nino D'Angelo

Intervista al musicista dove racconta il suo ultimo album di inediti e il bisogno di scrivere la sua autobiografia Il Poeta che non sa parlare, un volume che offre riflessioni su come affrontare la vita in cui racconta la sua infanzia nella periferia di Napoli, i successi e i pregiudizi che ha dovuto superare per imporsi come artista a tutto tondo

Io mi sono sempre reinventato anche quando ero Gaetano D’Angelo. Mi sono creato il lavoro e l’ho fatto anche con la musica. L’ho fatto tante volte e nessuno mi ha regalato nulla. Quello che ho e quello che sono diventato me l’ha regalato solo la gente che mi ama, comprando i miei dischi. Io tolgo il cappello davanti al popolo di Napoli. C’è sempre stata un’attenzione particolare nei miei confronti come dimostra il fatto che il libro sta andando a ruba”. Così commenta Nino D’Angelo quando lo incontriamo per parlare del suo progetto musicale e letterario, Il Poeta che non sa parlare, la sua autobiografia uscita in contemporanea al suo album di inediti intitolato nello stesso modo.

Ha appena saputo che il libro sta andando bene tanto da andare in ristampa e la voce tradisce un filo di commozione nel raccontarcelo, in fondo, si parla della sua storia fin da quando era un ragazzino magro, magro appartenente a una famiglia proletaria che sognava più il calcio che la musica, i sacrifici fatti, di come e quando ha scelto di abbandonare il caschetto biondo alla fine degli anni ’80 per non essere più solo il cantante delle canzoni d’amore del pop napoletano per dare una sterzata radicale verso la word music proponendo testi dai contenuti sociali.

Il Lockdown e la morte di Maradona

E’ un volume scritto con ironia dove sono raccolti aneddoti che strappano più di un sorriso: si descrive con leggerezza e una lieve malinconia un universo di povertà e dolore, ma fatto di piccole cose, di amicizie sincere, di famiglie numerose che si aiutano, dove non manca il desiderio di riscatto e di sana ambizione. E’ un racconto di un mondo in cui si può ridere di tutto, anche della miseria.

Il poeta che non sa parlare non segue un ordine cronologico, piuttosto, quello della memoria raccontando frammenti dalla sua esistenza con i successi, lo stupore provato quando ha scoperto che Miles Davis aveva tutti i suoi dischi e anche i pregiudizi che non sono mancati nei suoi confronti anche quando si esibiva all’Olympia di Parigi, alla Royal Albert Hall di Londra e al Madison Square Garden di New York.

L’esigenza di scrivere la sua autobiografia arriva nei giorni del lockdown, infatti, si apre con il capitolo è ‘Cagnate a vita’ dove ricostruisce la paura e lo smarrimento di quello che nessuno di noi capiva e conosceva, l’ansia di stare lontani dai figli e dai genitori.

Tocca l’emotività arrivando direttamente al sodo parlando di Napoli e della sua esperienza come direttore al teatro Trianon Viviani e della scomparsa di Diego Armando Maradona, del lutto condiviso insieme agli altri tifosi e l’amicizia nata con lui negli anni dello scudetto.

A Maradona non solo è dedicato un capitolo ma compone per lui anche ‘Campiò’, una delle track dell’album di inediti: “Il mio ultimo abbraccio a Diego Armando Maradona. Ho avuto la fortuna di conoscerlo e di frequentarlo, Diego era una persona buona e umile”.

Un album nato per il murale di Jorit

L’album, invece, è uscito il 15 ottobre ed è un ponte con il libro, tanto che D’Angelo ha voluto intitolarlo alla stessa maniera.

Sono nove brani inediti in cui ha coinvolto artisti del calibro di Toni Servillo e James Senese. Un album in cui ha voluto anche attorniarsi anche della collaborazione di nuove generazioni di musicisti come Rocco Hunt per il suo inno contro il razzismo ‘Chillo è comm’ ‘a te’, Andrea Sannino e Livio Cori che insieme ad altri 6 cantanti napoletani cantano con lui la cover ‘Ammore è dà’.

La parabola di Nino D’Angelo è all’insegna del cambiamento e anche l’album Il poeta che non sa parlare nasce sotto questo flusso. All’inizio D’Angelo ha in mente di produrre un album dando nuova dignità alle quelle canzoni del suo repertorio che non sono state valorizzate, ma poi arriva il murale di Jorit in cui lo ritrae realizzato a San Pietro a Patierno il quartiere dove lui ha trascorso la sua infanzia e cambia idea donando un album per la sua gente: “La molla che ha fatto scattare tutto è stato vedere l’amore che la gente del mio quartiere, San Pietro a Patierno, mi ha dimostrato dedicandomi, a sue spese, il murale firmato da un grande artista come Jorit. Sono fiero di restare il cantante di questa Napoli”.

Il disco si apre proprio con ‘Pane e canzone’, brano ispirato proprio dal murale di Jorit in cui Toni Servillo è presente interpretando l’introduzione: È un pezzo autobiografico, dove racconto le mie origini e la mia infanzia. In questo posto ho vissuto la vera comunità, all’epoca un palazzo era una famiglia, ci si amava”.

Un disco che racconta l’attualità di oggi affrontando varie tematiche, dal sociale alla politica: Oggi le diseguaglianze tra ricchi e poveri sono aumentate, il razzismo e l’emigrazione sono purtroppo temi sempre in voga. Si sentono troppe voci dissonanti da una politica molto spesso strafottente e chiusa in una perenne campagna elettorale” spiega D’Angelo.

L’intervista a Nino D’Angelo

Il libro ha una scrittura veloce, pieno di ironia anche nei momenti più emozionanti con aneddoti che divertono ma che offrono dei piccoli insegnamenti su come vivere. Del resto lei è un uomo ironico e divertente. Forse questa è stato un ingrediente in più per il suo successo.
L’ironia è uno scudo con cui si dicono anche delle grandi verità. Non ci dobbiamo piangere addosso, deve uscire l’amarezza senza entrare nel patetico e l’ironia aiuta in tal senso”.

E’ cagnata a vita’ è il capitolo che apre il libro si apre con quello che abbiamo vissuto tutti noi. Mettendo da parte il racconto di questi due anni che accomuna tutti noi, la vita di Nino D’angelo quante volte ‘è cagnata’?
In un primo momento si sarebbe dovuto chiamare ‘lockdown’ ma io non potevo aprire il mio libro con una parola inglese. Lo dovevo dire papale papale. La mia vita è cambiata tante volte. Siamo noi a cambiare la vita, mai il contrario. Noi nasciamo per crescere e io ho fatto questo. Non ci dobbiamo accontentare, dobbiamo migliorarci. Crescere è bello e poi mi piace cambiare ‘stu fatto e’ cagnà ogni tanto”.

Come è nata la collaborazione con Toni Servillo per Pane e Canzone?
La partecipazione di Toni Servillo ha impreziosito il tutto. Ci conosciamo da molti anni, sono andato a vedere molti suoi spettacolo e siamo diventati amici. Volevo una voce che aprisse l’album come un sipario e ho chiesto a Toni di leggere il testo della canzone. Dopo 10 minuti mi ha telefonato dicendomi che era bello e che avrebbe accettato di partecipare”.

Nel libro scrive che a un certo punto una categoria di persone che, inizialmente, l’ha snobbata decide che che lei è intelligente. Ma quando all’improvviso avviene ciò, qual è la prima cosa che si pensa? E, soprattutto quanto diverte?
Ovviamente è divertentissimo. Anche in questo caso torna a galla l’ironia. Tutto nasce quando Goffredo Fofi interviene a una mia conferenza stampa. La sua presenza ha dato un’altra luce al mio lavoro, in quel momento le persone si sono accorte che sotto al caschetto biondo c’era anche una testa...”.

David di Donatello per la colonna sonora di Tano da Morire, il concorso al festival di Cannes con il film di Pupi Avati, l’ammirazione di Miles Davis, essere tra i musicisti che ha fatto un racconto sociale attraverso le note. A coloro che l’hanno sottovalutata e che oggi la portano in palmo di mano, cosa vorrebbe dire?
Che bisognerebbe mettere da parte il pregiudizio perché è un muro difficile da scalare per la persona che lo subisce. Io sono stato un po' schiavo del pregiudizio perché venivo dal popolo. Chiariamoci, sono e sarò sempre un cantate del popolo. Esserlo, me piace assaje. Non avevo nulla ho dovuto anche interrompere gli studi per aiutare la mia famiglia ma, a modo mio, ho rivoluzionato la musica napoletana negli anni ‘80 quando c’era una visione che il cantante napoletano fosse più simile a un personaggio di Gomorra. Io ho spazzato via questo stereotipo. Rappresentavo i ragazzi di allora con il genere pop napoletano. Io avevo successo e non mi lamentavo del pregiudizio che c’era nei miei confronti poi è diventato pesante. A Napoli e in Italia non mi davano i teatri importanti mentre all’estero cantavo all’Olimpya di Parigi. In quelle circostanze ho iniziato a pormi la domanda sul perché Parigi o Londra mi dessero i teatri più più prestigiosi mentre da noi no. Mi chiedevo perché era così difficile in Italia? Negli anni ‘80 più avevo successo e più mi ghettizzavano allora”.

I sassolini dalla scarpa pesanti sono stati tolti quando ha recitato Viviani nei migliori teatri italiani.
Assolutamente sì! Viviani da morto mi ha insegnato molto di più delle persone vive...”.

Con il progetto totale di Il poeta che non sa parlare ci sono due punti chiave che le darebbero spunti per impiantare una nuova lezione di sociologia: nell’album con VOGLIO PARLA’ SULO D’AMMORE, probabilmente il suo pezzo più politico, si fa portavoce della rabbia e frustrazione delle persone nell’epoca della pandemia. Mentre, nel libro tocca un altro tema ‘spinoso’: nel capitolo in cui parla del teatro di Forcella fa anche un’analisi critica e puntuale su ciò che ancora non funziona a Napoli. Cosa direbbe ai ragazzi che ascolterebbero un’ipotetica lezione?
Il Covid ci ha cambiato la vita per sempre e ci ha fatto capire di quanto possiamo essere provvisori. Si pensava che il post lockdown ci avrebbe migliorato in termini umani, ma non so se andrà così veramente. È probabilmente il pezzo più politico, credo che i governanti abbiano fatto parecchi errori negli ultimi anni. Su questo mi collego anche al capitolo sul Trianon Viviani e sui motivi per i quali ho smesso di dirigerlo. La prima volta che ho tenuto una lezione all’università per la facoltà di sociologia per me è stato un onore. Un’emozione enorme per me che vengo dall’università della strada dove sono cresciuto con gli scugnizzi come quelli raccontati da Viviani, loro quando dicono una cosa quella resta, sono sinceri. Ai ragazzi vorrei trasmettere quella sincerità e la voglia di non mollare mai, a prescindere le avversità che dovranno affrontare. Secondo me, chi ha talento prima o poi si impone. Soprattutto chi nasce come me, può contare solo sul talento. Mio padre diceva che per fare questo mestiere ci voleva la ‘raccomandazione’, ma io l’ho smentito,senza essere raccomandato sono andato avanti e penso di aver fatto una bella carriera. Poi sa cosa altro serve?”.

Un pizzico di fortuna?
Anche, ma soprattutto ci vuole coraggio, un vecchio proverbio napoletano dice ‘Chi se mette appauranun se cocca cu 'e femmene belle’. Il più delle volte bisogna osare, osare, osare. La vita è pieno di treni che passano e quando arriva il tuo turno ci devi salire...”.

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