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Domenica, 5 Dicembre 2021
In giro con Antonia

Opinioni

In giro con Antonia

A cura di Antonia Fiorenzano

Andare in giro alla scoperta di ciò che accade incontrando personaggi e persone per raccontare storie, fatti e notizie dove non manca quel pizzico di curiosità. A cura di Antonia Fiorenzano

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Intervista a Elio Germano: “Reinvento Pirandello per la realtà virtuale”

Il premiatissimo attore porta al Teatro Nuovo di Napoli il suo originalissimo progetto Così è (o mi pare), adattamento del testo pirandelliano che ha realizzato in VR, un nuovo linguaggio a metà tra cinema, teatro e videogame

“La mia più grande fortuna è di essere innamorato del lavoro e non di quello che ne consegue. E’ stata una cosa non calcolata, fortunatamente non inseguita. Nel divismo io non mi riconosco" si sa che Elio Germano è allergico ai riflettori, del lavoro d’artista prende solo la parte artigianale dove l’unica cosa che conta è il talento.

Antidivo, riservato tanto che si sa poco e nulla della sua vita privata, non fa mai parlare di sé ma fa parlare il suo lavoro dove ha dato il meglio con interpretazioni gigantesche che lo hanno porta a 4 David di Donatello, la Palma d’Oro a Cannes e l’Orso d’Argento come migliore attore.

Anticonvenzionale nei progetti che sceglie, dove c’è un pizzico di coraggio e lungimiranza, Elio Germano è tra coloro che durante questi due anni ci ha messo la faccia non solo lanciando appelli incisivi a favore dei lavoratori per rimettere in moto il settore dello spettacolo, ma fa anche qualcosa in più per continuare a fare teatro durante il lockdown: adattare un classico pirandelliano come Così è (se vi pare) realizzato in realtà virtuale, un nuovo strumento tecnologico, che Germano presenta con un titolo leggermente modificato, Così è (o mi pare).

Questo esperimento ha incuriosito i teatri italiani che l’hanno scelto per la stagione che sarà ricordata della ripartenza. Tra questi c’è il Teatro Nuovo di Napoli che, da oggi fino al 7 novembre, farà scoprire agli spettatori una nuova modalità di fare teatro con Così è (o mi pare) che Elio Germano interpreta, dirige e ha riscritto per realtà virtuale.

Calare Pirandello in VR

La riscrittura di Elio Germano, fra teatro, cinema e videogame, cala il testo di Luigi Pirandello nella società moderna, dove lo spettatore è immerso nella storia e, grazie alla realtà virtuale, si trasforma in uno dei protagonisti, che vede e ascolta tutto.

Gli spettatori,sessanta per ogni replica, si accomodano in platea e attrezzati di un visore per la Realtà Virtuale e di cuffie audio. Una volta fatta partire la visione, ci si trova catapultati in scena nel “corpo” di un personaggio ossia l’anziano Commendatore Laudisi che nella pièce originale non c’è, gli spettatori sono circondati dagli altri attori che, se il copione lo richiede, si rivolgono al pubblico, e dal suo “corpo virtuale” esce una voce di risposta alle loro sollecitazioni. E’ possibile scegliere dove e cosa osservare girando lo sguardo, diventando così personaggi e spettatori contemporaneamente. Una visione duplice e individuale tanto che al termine è possibile confrontarsi rispetto a quanto visto e sperimentato: esattamente come a margine di uno spettacolo teatrale o di un film.

Le riprese si sono svolte presso la Tenuta Bossi dei Marchesi Gondi e il Teatro della Pergola di Firenze, che con il suo direttore artistico, Stefano Accorsi, ha fortemente voluto questo progetto, che segna proprio l’inizio di un cammino ideativo comune con Elio Germano.

L’incipit della storia resta quella creata da Pirandello. In un salotto dell’alta borghesia si sviluppa mette in discussione l’idea di “verità assoluta” con la vicenda che turba un intero paesino, l’arrivo del signor Ponza e della signora Frola, un genero e sua suocera che sembrano raccontare versioni diverse di una stessa storia con “protagonista” la moglie e figlia, la signora Ponza. I cittadini non sanno più a chi e a che cosa credere, ma non possono smettere di indagare alla ricerca di una verità che, forse, non esiste. L’unico ad avere un atteggiamento controcorrente e dissacratorio su ciò è Lamberto Laudisi, interpretato dallo stesso Germano.

Così è (o mi pare) ambienta il testo pirandelliano nella società moderna, dove “spiare” l’altro risulta ancora più semplice grazie all’uso dei nuovi media. Una lettura controversa non idilliaca sull’impatto che hanno i nuovi media che non meraviglia che sia Germano a darla data la sua natura schiva.

Quando parliamo con Elio Germano è in viaggio per la tournée di un’altra sua idea ambiziosa, l’ultimo canto della Commedia di Dante insieme al musicista Teho Teardo. Lui è sicuramente tra i volti di punta per la ripartenza dei teatri e dei cinema dove sarà anche protagonista per America Latina, il nuovo film dei gemelli D’Innocenzo al quale tiene molto: “Con i fratelli D’Innocenzo, la relazione è diventata speciale. Il mio personaggio, Massimo Sisti, è l’antitesi del macho e del “maschio vincente’, è diverso con una sua delicatezza e una sua apertura verso il mondo. È un perdente dalla sensibilità spiccata”.

Intervista a Elio Germano

Germano, porta al Teatro Nuovo l’adattamento pirandelliano Così è (o mi pare). A parte il titolo che è stato leggermente modificato come, del resto, qualche elemento della storia, è un progetto innovativo che al tempo stesso è anche un meraviglioso azzardo: immergere lo spettatore teatrale in uno spettacolo virtuale tramite visori e cuffie. Il VR è uno strumento che, se non erro, ha sperimentato durante il lockdown dove linguaggio cinematografico e teatrale si incontrano con gli ausili tecnologici simili al videogame. Può aprire una nuova frontiera per fare teatro che potrebbe essere ben accolta coinvolgendo anche più fette di pubblico?

“Da un po' lavoro con esperienze di realtà virtuale ed è un linguaggio a sé: non è né teatro né cinema ma è qualcosa che si pone in mezzo a queste due esperienze. Ciò che è sicuramente interessante è che permette di mettere lo spettatore al centro della scena inserendolo all’interno della storia perché può ascoltare e guardarsi attorno e l’azione avviene in maniera sferica e non nella classica modalità rettangolare del cinema e teatro. Mette lo spettatore in una posizione di scomodità perché è coinvolto direttamente in ciò che avviene. Con un testo di Pirandello acquista maggiore forza perché ha senso se è una critica fatta a noi stessi e in ciò tutte le opere pirandelliane colpiscono nel segno. Poi c’è il gioco della creazione di una realtà che non esiste e a cui noi crediamo ma che di fatto non esiste amplifica l’efficacia della scelta del VR per adattare Pirandello. Di fatto è un film sferico in quanto si svolge attorno a noi, infatti non penso che si possa definire un genere teatrale”.

Nelle sua riscrittura ha creato un nuovo personaggio che diventa funzionale per questo racconto ‘sferico’…

Sì, è l’anziano padre del mio personaggio Lamberto Laudisi che è seduto sulla sedia a rotelle. Il padre di Lamberto è il nostro punto di vista perché ogni spettatore si troverà all’interno del corpo del commendatore Laudisi e tutti i personaggi del film/rappresentazione parlano con lui e, di conseguenza, si rivolgono direttamente con lo spettatore. Si ragiona su tematiche squisitamente pirandelliane che sono sempre attuali come l’immagine che gli altri hanno di noi, come ci vedono veramente le persone”.

In passato qualche timido esperimento dove il teatro ha incontrato l’audiovisivo e la tecnologia più sofisticata è stato fatto ma non è mai decollato veramente. Questa volta perché potrebbe funzionare?

“Bé, essendo un linguaggio penso che si possa inserire in una via intermedia tra cinema e teatro. Il teatro entra in ballo perché l’abbiamo creata noi questa modalità in una sala. In genere i visori e le cuffie sono collegati a dei sofisticati software con cui si producono i videogame, infatti questi dispositivi si trovano spesso nelle abitazioni dove si fruiscono i videogiochi oppure sono esperienze filmiche che le persone condividono in casa o in cinema esclusivi che ci sono in alcune parti del mondo dove ognuno è rinchiuso nella propria capsula a vedere ciò che gli pare. Noi invece l’abbiamo resa un’esperienza condivisa da vivere nelle sale. A noi interessa l’idea della sala dove abbiamo portato questa modalità per riprodurre delle visioni contemporanee. Una sala che per l’occasione diventa virtuale per creare un’altra possibilità di racconto che non è teatro, tant’è che, essendo un film, né io né gli altri attori saremo presenti in scena e tanto meno saremo dal vivo.”

Il soggetto di Pirandello è ambientato nella società di oggi focalizzandosi su un aspetto che noi tutti conosciamo bene, i nuovi media. Però, qui, sono visti nel loro aspetto più invasivo e morboso. Questo la spaventa di più dei social?

“Assolutamente sì! È una satira sull’ansia di impicciarsi sulla vita degli altri che non ci è affatto passata, anzi, i social l’hanno fatta crescere ancora di più. La voglia di curiosare per capire chi abbiamo di fronte.

Il visore aiuta ancora di più nel dare quest’idea: osservare gli altri senza che gli altri lo sappiano, pratica quotidiana che conosciamo bene. Noi finiamo per vivere in realtà che non sono concrete senza preoccuparci di riscontrarle. Abbiamo voglia di aderire alle cose senza chiederci se le condividiamo o no. Questo è l’aspetto che mi spaventa di più. A dirla tutta, in principio, anche le riprese sferoscopiche che noi abbiamo utilizzato per realizzare Così è (o mi pare) mi ha spaventato perché è uno strumento che ipoteticamente potrebbe essere utilizzata come arma di distrazione delle masse perché essendo una caratteristica dei videogiochi potrebbe far sparire le persone nei mondi ludici perché è uno strumento invasivo e paradossalmente la voglia di trovare degli antidoti mi ha fatto avere ancora più curiosità verso questo linguaggio per capire quali sarebbero potute essere le altre modalità con cui usare le sue potenzialità senza rimbambire le persone facendole anche scoprire situazioni che non conosce e nuove esperienze artistiche”.

Però resta il fatto che i social contribuiscono a demarcare una linea sottile tra realtà e ciò che appare…

“Secondo me il problema non dipende solo dai social ma dalla vita che facciamo. Già la tv ci ha spostato a vivere in dei mondi immaginari che spesso non sono aderenti alla nostra vera quotidianità. Sono proiezioni del nostro immaginario che ci fanno credere a delle cose che non sono vere facendoci comportare in un modo che forse non corrisponde a ciò che siamo e ci piace, semplicemente perché inseguiamo un modello di felicità. Questi sono dei meccanismi che non vengono solo dai social ma da anni si sono inseriti nella nostra società. Il problema che da questo siamo portati a credere a cose che ci vengono raccontate senza andarle a verificarle. E’ la degenerazione del pensiero critico”.

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