Il caffè sospetto

Il caffè sospetto

Coronavirus, il sintomo di chi non ne è affetto: ci si scopre razzisti

Il nuovo pretesto per quotidiane forme gentili di razzismo è la psicosi del giorno, il "virus cinese"

Succede all'improvviso, probabilmente la mattina. Ci si alza dal letto, la coda dell'occhio afferra un nuovo particolare allo specchio. Si scopre una ruga, un capello bianco. Si scopre di essere razzisti.

E capita anche nelle città dell'accoglienza, persino in un'isola – da questo punto di vista – felice come Napoli.

Il pretesto è la psicosi del giorno, il coronavirus. Gli esempi sono tanti. Un gruppo di ragazzini, sui 12 anni, lungo via Monteoliveto incrocia sul marciapiede tre persone. Sono due giovani e una ragazza, tutti orientali. I piccoli napoletani si allontanano di qualche passo, poi fanno l'espressione dello scampato pericolo. Gioventù, nessuna colpa, ma è chiaro che – tra genitori, insegnanti, social e media – qualcuno non stia facendo benissimo il proprio dovere.

Marco Messina (99 Posse) entra in un bar. E non è una barzelletta, ma un suo racconto diffuso sui social. Entra in un bar, inizia a tossire. "Barista: 'dottò se eravate cinese vi facevo uscire' – racconta il musicista – Io: 'magari il cinese non va in Cina da 10 anni, io invece sono tornato ieri da Pechino'. Faccio un altro colpo di tosse ed esco".

Piccoli esempi – cose 'e niente, diceva Eduardo – ma ovunque, ovunque.

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È quasi sempre bonario il razzismo (ricordate che i tifosi antinapoli, quelli che cantano di lavate col fuoco del Vesuvio, parlano di "semplici sfottò"?), ma è sempre razzismo anche da bonario. Associare un'intera razza ad un virus pericoloso è meschino, e non c'è giustificazione o emergenza che tenga. Ed è anche da ignoranti, come girare per Londra pensando che chiunque abbia i baffi sia un accanito divoratore di spaghetti. Senza contare che essere razzisti a Napoli è un po' peggio che esserlo altrove: chi viene spesso discriminato dovrebbe capire queste cose prima e meglio di altri.

Il caffè sospetto

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