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Fashion’s sisters

Fashion’s sisters

A cura di Januaria Piromallo e Roselina Salemi

Tangeri ha la stessa creatività di Napoli: è un rap alla Geolier

Sembra difficile crederci, ma Napoli e Tangeri hanno molto in comune. Intanto il mare, il vento, la luce che buca i muri, i vicoli allegri traboccanti di umanità e di mercanzie, e quell’essere un crocevia tra mille culture, con strati e strati di storia accolti e metabolizzati. C’è anche il rapper alla Geolier…E c’è il coraggio del colore, tutto il contrario del grigio-nero milanese. I sud del mondo respirano insieme. E l’abbiamo visto alla prima Tanger Fashion Week, città innamorata della moda, che vive lo show come una festa. Durante le sfilate (30 maggio -1 giugno) le ricche notabili che possono permettersi i preziosi abiti couture battevano le mani e cantavano sopra la colonna sonora della passerella: pop marocchino, rap e fisarmonica (la più gettonata era una famosa canzone d’amore). All’uscita del/della stilista di turno, nel loggiato del sontuoso Palais Moulay Hafid, gioiello architettonico da Mille e una notte, c’era un vero e proprio tifo da stadio per la veterana Amina Benzekeri Benrahal come per la talentuosa Mirna Jahshan, 24 anni, di Nazareth, che aveva un bel gruppo di parenti e amici a sostenerla. L’altra cosa affascinante e molto napoletana è la sartorialità, l’artigianato. Difficile vedere broccati come questi, raso, sete intessute con fili d’oro, incredibili ricami, e telai dove nascono come un tempo arazzi, tappeti e stoffe.

Un entusiasmo contagioso, tante idee. E anche una piccola rivoluzione. Da Hindi Couture dello stilista franco-palestinese Hindi Mahdi, un bel tipo tenebroso, da fiction, escono spose velate in tulle rosso con un ramoscello di ulivo in mano (La sua chiama “The Resilience Collection”) mentre da Lamia Lakhassi sfila l’abito-mimosa (anche se l’8 marzo è abbondantemente passato) un modo per rappresentare anche nel mondo arabo l’orgoglio femminile. Lamia El Ghazouani, divertente e a suo modo trasgressiva, stravolge il caftano giocando con contrasti, patchwork e volumi inaspettati, accostando tessuti e colori diversi, un po’ Desigual, facendone quasi una tuta movimentata da stringhe e lacci che creano cappucci, orli asimmetrici e maniche (a lei stanno benissimo). Farah Bouhout combina la tradizione della sua città, Tetouan, caratterizzata da influenze andaluse, con le origini berbere: ricami, lavorazioni a sovrapposte che ti sorprendono e rifiniture preziose. Con tiare e copricapi gioiello che tutte vorremmo, se avessimo l’occasione. Non ci sono soltanto strati di stoffa, mantelli e veli. Il vento occidentale soffia forte e le stiliste più giovani, come Muna Bennakhlouf (il suo marchio è “Brand up”) e Mirna Jahshan osano lo spacco e il corto. La stilista turkmena Gowher Gouvernet, che insegna moda Parigi, si fa notare per il seguito di influencer (qualcuna ha affrontato 20 ore di viaggio per seguirla). E c’è anche un po’ di Italia portata fin qui da Veronica Pozzi (Vevè Design), ex avvocato, che ha setacciato le botteghe artigiane per creare strepitosi tessuti, stampe con i pappagalli e abitini di a trapezio. Sostiene Veronica, che il Marocco non è come lo immaginiamo, è una nazione in crescita, bellissima e vivibile, dove si respira un grande entusiasmo per la moda, come a Milano nel primo decennio del Prêt-à-Porter. Quasi ci invita a traslocare. Non lo faremo, ma siamo sicure che ci troveremmo benissimo.

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