CATTIVI PENSIERI

Opinioni

CATTIVI PENSIERI

A cura di Massimo Romano

E il Coronavirus ci scoprì confusi e un po' fascisti

Tra Governo e Regione, le versioni dell'emergenza legata al Covid-19 cambiano rapidamente. Spesso, i pareri nazionali non coincidono con quelli regionali. Una confusione che mette ansia e lascia nel panico la popolazione, pronta a cedere qualsiasi cosa pur di sentirsi al sicuro

E alla fine il panico arrivò. Nonostante gli avvisi alla calma, ad affrontare si con rigore, ma soprattutto con lucidità ciò che ci sta accadendo avvertiamo un senso di tragedia che incombe su di noi. Ci siamo rintanati, giustamente, in casa, sperando di poter riabbracciare il mondo che credevamo scontato fino a pochi giorni fa. A generare panico sono soprattutto i numeri che ci piovono da più parti. Numeri dei contagiati, dei pazienti in terapia intensiva, dei morti. Ma a creare ansia in tutti noi è soprattutto l’incertezza, dovuta alla confusione di chi ci governa, a tutti i livelli.

La classe politica italiana ha trascorso settimane a gettare acqua sul fuoco, a dire agli italiani che non c’era nulla di cui preoccuparsi. Poi è esploso il focolaio di Codogno che ha reso l’emergenza Coronavirus incredibilmente reale e vicina e lo Stato ha innalzato le prime barriere. Barriere che hanno fatto storcere il naso a molti, preoccupati di un crollo del sistema economico. E allora ciò che era stato chiuso è stato riaperto. Per poi essere richiuso nuovamente dopo qualche ora. Resterà un’icona di questo momento storico la foto di Zingaretti che partecipa ad un aperitivo nella Milano “che non molla” e che poco dopo scoprirà di essere contagiato.

Il Governo va a vanti a botte di decreti ogni 48 ore e c’è poco da sorprendersi o indignarsi se ad ogni video messaggio di Conte i supermercati vengano presi d’assalto. La popolazione, spaesata dai continui e repentini cambiamenti, dalle parole di chi un giorno dice di mantenere la calma e il giorno dopo che siamo sull'orlo della tragedia, vede limitare semore più i margini di movimento e cerca di rendere le proprie abitazioni dei piccoli bunker autosufficienti. La frase “gli alimentari resteranno sempre aperti” serve davvero a poco perché prima di rendere zona rossa l’interno Paese esponenti del Governo ci avevano detto che non si sarebbero fermati l’economia, la scuola, i treni, per poi auto-smentirsi nei giorni successivi.

E allora il popolo non capisce, non crede, non si fida. Non si fida soprattutto se i numeri, l’unica cosa che dovrebbe andare al di là delle interpretazioni politiche, non tornano. Non torna, innanzitutto, il confronto tra i dati nazionali e quelli regionali. La somma dei contagiati delle singole regioni è sempre più alto di quello totale italiano fornito dal Capo della Protezione civile ogni pomeriggio. Questo perché l’Istituto Spallanzani, il punto di riferimento di questa emergenza, ci mette 36-48 ore a confermare gli esiti dei tamponi che vengono inviati dai centri regionali. Quindi, per esempio, la Regione Campania annuncia 350 casi nel pomeriggio del 15 marzo, ma la tabella nazionale della Protezione civile riporta ancora 296.

Alla confusione e al panico che ne consegue, offre un contributo significativo il braccio di ferro tra Governo e Regione Campania nell'interpretazione dei decreti. E' al limite del ridicolo il balletto sulla possibilità di passeggiare da soli all'aperto. Il Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri lo consente, ma Vincenzo De Luca lo proibisce con una specifica ad hoc. Poi, lo staff di De Luca invia una nota alle agenzie di stampa per affermare che è consentito ma sconsigliato. Poche ore dopo il governatore torna a proibirlo categoricamente. Infine, il prefetto di Napoli Valentini, ribadisce che l’attività motoria all'aperto è consentita se nel pieno rispetto delle distanze di sicurezza.

Non voglio essere frainteso. Anche il sottoscritto, per quello che vale, ritiene che la quarantena quasi assoluta sia fondamentale per uscire dalla crisi. Ma il ping pong tra Roma e Napoli su cosa si può fare e cosa no è una mina per i nostri nervi già provati. Al netto di ciò, non c’è dubbio che Vincenzo De Luca la stia facendo da padrone in queste settimane. Il suo decisionismo è ben visto da una moltitudine di campani che, terrorizzati, hanno bisogno di una guida forte per sentirsi più al sicuro. Non mi sorprenderei se, in un ipotetico sondaggio, la stragrande maggioranza dei cittadini decidesse di dare al presidente della Giunta regionale più poteri di quanti la legge gliene conceda oggi.

Dopotutto lo dice la storia. Nei momenti di difficoltà, il popolo ha sempre ceduto senza lamentarsi troppo tutte le libertà e i diritti acquisiti. E probabilmente, in questi casi eccezionali servono davvero poteri eccezionali. Ma anche volendo tenere in considerazione questo assunto, resta quantomeno sgradevole il passaggio sulle misure cinesi fatto da De Luca nel video-messaggio del 13 marzo: "La Cina sta uscendo dall'emergenza. Certo, la Cina ha altri metodi educativi e terapeutici. Un 23enne ha tentato di uscire dalla quarantena è stata fucilata. In occidente non abbiamo questi metodi terapeutici" il tutto condito con un appagato sorriso (vedi il video in basso). Di certo si è trattato di una battuta riuscita male, ma i commenti che i cittadini hanno lasciato su Facebook fanno intendere che per molti sarebbe necessario introdurre pene capitali per chi viola le direttive della quarantena e la militarizzazione delle strade.

De Luca: "La Cina ha altri metodi educativi e terapeutici"

E il presidente, cavalcando l’onda, non ha esitato a chiedere l’intervento della polizia e dell’esercito. I napoletani, e forse l’Italia intera, si scoprono un po’ fascisti nel momento in cui la paura viene a bussare alla porta. Troppo facile voler essere democratici e fare battaglie per i diritti civili nei momenti di pace, per poi voler consegnare poteri assoluti all'uomo forte all'approssimarsi della guerra. La forza di una democrazia è la risoluzione democratica anche delle emergenze e delle tragedie. “Dovremmo fare come i cinesi, quelli si che sanno chiudere tutto” è una frase che rimbalza su tutti i social. Ma forse non si riflette sul fatto che la Cina, in quanto regime, ha deciso di tenere nascosto il virus per due mesi e ha arrestato per procurato allarme il medico che per primo l’aveva individuato. Non proprio un modello da seguire.

Andrebbe ricordato che lo stesso De Luca ha cambiato la sua versione sul Coronavirus nel giro di pochi giorni. Il 4 marzo scorso, solo 11 giorni fa, il governatore inaugurava i lavori per la videosorveglianza nella stazione metro di Scampia. Il Covid-19 era già una realtà in Italia, ma il numero uno di Palazzo Santa Lucia si vede nelle immagini camminare a braccetto con il solito stuolo di consiglieri, assistenti e questuanti. Un assembramento in piena regola. In quei giorni, aveva predicato calma, sostenendo che la Campania non avrebbe accusato alcuna difficoltà. Il giorno dopo, il 5 marzo, confermò i concorsi pubblici. Solo due giorni più tardi, il tono cambiò: “Evitare contatti sociali e state a casa” fu il suo messaggio il 7 marzo. L’8 marzo, avrebbe poi sospeso anche i concorsi.

Un cambiamento così repentino potrebbe far pensare che il problema sia stato sottovalutato e che forse le misure di prevenzione si sarebbero potute organizzare con tempi diversi e senza ricorrere alle fucilazioni cinesi. Se gli ospedali campani non fossero stati svuotati da 10 anni di tagli, commissariamenti e folli piani ospedalieri, se le regole fossero coerenti e non cambiassero ogni 24 ore, se almeno i numeri che ci vengono forniti non fossero sempre diversi e discordanti, allora forse tutto potrebbe essere controllato con un maggiore ordine.

De Luca oggi tuona oggi contro il Governo e contro gli irresponsabili, ma resta un mistero il perché non ci fosse nessuno dell’Asl o comunque delle istituzioni, a identificare le centinaia di persone che la mattina dell’8 marzo si sono riversate nella stazione di piazza Garibaldi dopo essere fuggiti dalla Lombardia.

In tempi di crisi la fermezza è sicuramente un valore fondamentale. Che sia sempre la stessa, però, e che non la si cambi ad ogni alito di vento. Sperando che nessuno, a Roma come a Napoli, stia giocando sulla pelle di tutti noi la propria partita politica. Quando tutto questo finirà, la sfida più importante che ci aspetta è ricordare chi eravamo prima del Coronavirus e che tutte le privazioni, ora necessarie, non sono la normalità ma l'eccezione. 

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