Covid-19, la denuncia di una figlia: “Mio padre morto solo e senza un funerale”

Sono tante le storie tristi con protagonisti anziani che vivono in completa solitudine gli ultimi giorni della loro vita. Tra di loro c’è anche il papà di Valentina, giunto al pronto soccorso del Cardarelli per un ematoma cerebrale, risultato poi positivo al nuovo Coronavirus

Da un lato ci sono loro, i medici e gli operatori sanitari che lavorano incessantemente per curare e supportare i loro pazienti nonostante le falle di un sistema - quello sanitario - che spesso non consentono di lavorare nelle condizioni migliori. Dall’altro ci sono le famiglie, i parenti, i figli dei positivi al Covid che ad un certo punto devono cedere dolorosamente ai "protocolli" imposti da un nemico invisibile. Da inizio pandemia sono state tante le storie tristi con protagonisti anziani - principali vittime di questa emergenza - che hanno vissuto in completa solitudine gli ultimi giorni della loro vita. Tra di loro c’è anche il papà di Valentina, giunto al pronto soccorso del Cardarelli per un ematoma cerebrale, risultato poi positivo al nuovo Coronavirus. 

La caduta e il ricovero

“Giovedì - racconta Valentina - abbiamo chiamato il 118 perchè mio padre aveva perso conoscenza. Due giorni prima era caduto sbattendo la testa. Dalla Tac cranica fatta qualche ora dopo la caduta non era emerso nulla. Avendo mia mamma lavorato per diversi anni in un reparto di neurochirurgia, sapeva bene che per stare tranquille dovevamo aspettare almeno 48 ore, perchè l’ematoma si sarebbe potuto formare anche successivamente. Quando è arrivato il medico del 118 gli abbiamo subito detto della caduta, fatto vedere la Tac e fatto presente che mio padre seguiva una terapia anticoagulante in quanto portatore di stent coronarici e soggetto a frequenti episodi di fibrillazione atriale. Il medico lo ha visitato e ipotizzato che la perdita di conoscenza poteva essere una conseguenza di un eccesso di terapia. La perdita di conoscenza era legata alla caduta, era abbastanza ovvio. Mio padre andava portato d’urgenza al pronto soccorso. Ma il medico non sembrava predisposto, ci continuava a ripetere che a un paziente così anziano non conveniva andare in ospedale perchè avrebbe rischiato di contrarre il Covid. Solo dopo grande insistenza da parte nostra lo hanno portato in codice rosso al pronto soccorso del Cardarelli. Mentre da lontano lo guardavo varcare la soglia dell’ospedale, sentivo dentro di me che sarebbe stata l’ultima volta che lo avrei visto. E così è stato. Dopo circa 20 minuti di attesa è venuto da noi il neurochirurgo per riferirci che mio padre aveva un ematoma cerebrale ed era risultato positivo al sierologico. Aggiunge anche che sarebbe stato molto rischioso operarlo subito perchè, assumendo anticoagulanti, avrebbe potuto avere una emorragia durante l’intervento. L'alternativa era attendere il giorno dopo. Ma in quello stato avrebbe potuto anche non superare la notte. La decisione era nostra: avevamo mezz’ora per decidere tra queste due strade. Dopo qualche ora veniamo a sapere da un conoscente interno al reparto che mio padre era entrato in sala operatoria. Ma noi non avevamo mai firmato nessuna carta per il consenso. Eravamo contrari ad attendere il giorno dopo per l’operazione, ma prima di decidere ci aspettavamo un altro colloquio con il medico. Solo dopo molte ore, e attraverso conoscenze, siamo riuscite a metterci in contatto col neurochirurgo che ci ha confermato che mio padre era stato operato d’urgenza perché la situazione si era aggravata. Una volta uscito dalla camera operatoria è stato portato nel reparto Covid. Da quel momento in poi non abbiamo più avuto notizie di lui. Nessuno ci ha più chiamato per farci sapere come stava e nessuno ci ha detto chi potevamo contattare per avere notizie. Comprendo il momento di emergenza e che il personale sanitario è subissato dal lavoro, ma avere un contatto da chiamare per conoscere lo stato di salute del familiare ricoverato è un diritto dei familiari. Tra l’altro non sapevamo neanche se mio padre fosse stato sottoposto a tampone e, in tal caso, quale fosse l’esito. Sapevamo solo che aveva fatto un sierologico, ma non quali tipi di anticorpi aveva sviluppato. Così io e mia madre ci siamo attivate e abbiamo ottenuto, dopo un’estenuante ricerca, il recapito telefonico del reparto dove era ricoverato mio padre. Siamo riuscite a metterci in contatto con un operatore sanitario al quale abbiamo subito chiesto notizie riguardo la sua condizione di salute e se fosse stato sottoposto a tampone. L’operatore ci riferisce che il tampone era stato fatto ma il risultato non era ancora arrivato. Suppongo che per averlo portato nel reparto Covid, gli avessero fatto almeno un tampone rapido e non si siano basati unicamente sul risultato del sierologico. Ci dice, inoltre, che l’operazione era andata bene ma che probabilmente il cervello di mio padre non avrebbe retto per l’età. Nelle 24 ore successive ci aspettavamo una chiamata non solo per conoscere lo stato di mio padre ma anche il risultato del tampone. Alla fine abbiamo dovuto richiamare noi, anche questa volta. Dopo diversi tentativi telefonici, ci risponde un altro operatore sanitario che ci informa che il tampone di mio padre è positivo, e che, nel giro di qualche ora, avrebbero contattato l’ASL per far partire il protocollo", spiega la figlia.

Il decesso

"Il giorno dopo arriva la telefonata dall’ospedale che non avrei mai voluto ricevere: mio padre era morto. Chiama anche l'Asl: “Abbiamo saputo che suo padre è risultato positivo al Covid. Lei e sua madre dovete sottoporvi al tampone", mi dicono. Al medico riferisco che mio padre, prima del ricovero, era caduto all’uscita di una farmacia e soccorso da due dipendenti. La dottoressa mi risponde che era prioritario attivare il protocollo per me e mia madre, e che avrei potuto avvisare io la farmacia. Due giorni dopo sono venuti gli operatori sanitari a fare il tampone a me e a mia mamma. Abbiamo appreso della negatività di entrambe dal medico di base che si è collegato alla piattaforma regionale. Mio padre è morto da solo dopo quattro giorni dal suo ricovero. E’ entrato in pronto soccorso con me e mia mamma accanto ed è uscito in una bara, in completa solitudine. Inoltre, nessun funerale è stato possibile, ma soltanto una piccola funzione religiosa con l’urna, dopo la cremazione”, prosegue Valentina.

Funerali uguali per tutti

Di storie come queste, purtroppo, ne abbiamo sentite e lette tante. La vicenda è accaduta a fine settembre quando gli ospedali non erano ancora saturi di pazienti Covid. Valentina ha voluto raccontarci la sua storia, a distanza di due mesi, per portare alla luce criticità di un sistema sanitario che già esistevano prima dell’emergenza, come la disorganizzazione nella gestione dei pazienti e la quasi inesistente comunicazione tra parenti e operatori sanitari. “Il colloquio con i familiari - afferma con forza Valentina - è di fondamentale importanza per risalire alla storia clinica del paziente e curarlo nel modo più corretto”. “Ma oltre a questi aspetti  va segnalato anche il gran caos che riguarda le procedure da seguire e il protocollo per i funerali dei morti Covid, protocollo al quale la mia famiglia si è attenuta con grande sacrificio e sofferenza. A quanto pare, però, non tutti meritiamo lo stesso trattamento. Mentre i comuni mortali possono fare solo una piccola funzione religiosa dopo la cremazione o la tumulazione, ci sono artisti famosi che hanno avuto diritto alla celebrazione. Innanzi alla morte - conclude - dovremmo essere tutti uguali, nel rispetto di chi come me e tante altre persone che non hanno potuto piangere i propri cari come avrebbero voluto, ma lo hanno fatto in silenzio e nella più totale solitudine”.

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