Web novel, Jesus Capitolo 2

"Jesus" è una "Web Novel" che prende spunto dalle pubblicazioni editoriali del secolo scorso, quando gli scrittori pubblicavano i loro racconti sui quotidiani dell'epoca

“Ma che sta succedendo?” Disse Gasbarron, in un italiano appena accennato.  

I dubbi di quest’ultimo vennero fugati dall'espressione certamente non meno confusa del tirapiedi di Falco che però, almeno, era a conoscenza di chi fosse quell'ossesso che, in sella a quel motorino, sembrava destinato a rovinosa caduta. Si trattava di Giuseppe Falco, fratello di Emanuele.  

“Dove sta Emanuele?”, disse Giuseppe, con voce rotta dalla fatica. Quasi come se quella breve corsa l’avesse fatta con le sue gambe invece che in sella al motorino.  

“Sta qui dentro!”, rispose il galoppino. Indicando con il dito la saracinesca del garage dove si trovava il boss. “Ma che sta succedendo, Giusè??”, aggiunse il giovane scagnozzo. Tutto questo sotto lo sguardo attento, interessato ma sempre più attonito di Enrique Gasbarron.  

“Non tengo tempo”. Rispose spiccio Giuseppe. “Fai venire fuori mio fratello?”  

Giuseppe non fece in tempo a completare la sua allarmata richiesta, che la grossa porta del garage, impiastrata da numerosi e ben pochi artistici graffiti, si sollevò.  

“Che vuoi Giuseppe? T’avevo detto di stare con Tina, ora non è proprio il momento!” 

Esclamò Emanuele, emergendo da quel garage buio come un orso svegliato in anticipo dal suo letargo e che adesso, con finta seraficità, cercava di riportare la calma perduta all’interno della tana. 

“Emanuè sono qui proprio per Tina! Ci stanno delle complicazioni! Non ho capito bene che ha detto il dottore, ma devi correre subito!” 

Improvvisamente, lo sguardo di Emanuele si fece di fuoco. Dalla fronte colò un rivolo di sudore. Una goccia che il terrore crescente aveva generato riuscendo laddove neanche i 40 gradi all'ombra di quell'angusto garage erano riusciti.  

Il boss strinse il bavero della camicia del fratello tra le serrate mani.  

“Che stai dicendo? Che stai dicendo?? E tu l’hai lasciata sola?? T’avevo messo là per starle vicino!!” 

“Emanuè lasciami! Ci sta Nunzia con lei! Non è sola! Lasciami”. Rispose Giuseppe.  

A questo punto, prese la parola Enrique Gasbarron, che aveva assistito a tutta la scena mantenendo il silenzio. Come se, più che capire cosa stesse accadendo, gli interessasse sapere se si trattava tutto di una sceneggiata napoletana volta a ingannarlo.  

“Emanuele, amigo mio, tua moglie è all'ospedale per partorire e tu sei qua?”, affermò Gasbarron.  

“Scusa Enrique, devo correre immediatamente all'ospedale. Ti giuro che, tempo un’ora, sto di nuovo qua”.  

La situazione era a limite. La tensione di tutti era altissima e anche l’attenzione alle più basilari regole della criminalità veniva meno. Tra queste, anche la paura di vivere braccati e l'attenzione al rimanere sempre nell'ombra. Poiché, per chi vive in questo modo, anche la minima distrazione e l’uscire allo scoperto, seppure soltanto per un istante e soltanto per un errore, può rivelarsi fatale.  

Nella peggiore delle ipotesi, i tuoi nemici potrebbero essere nascosti nell'ombra, pronti a farti la festa. Nella migliore, le guardie potrebbero stare preparando un blitz.  

L’unico minuscolo e insignificante accenno di fortuna capitato al boss Falco, in quella indimenticabile giornata, fu che si concretizzò la seconda opzione:  

“Fermi tutti! Che nessuno si muova!!”, era stato il grido che aveva definitivamente squarciato il silenzio già rotto in parte dagli agitati dialoghi dei presenti. Un istante dopo, due auto, giunte da direzioni opposte, comparse quasi dal nulla, serrarono il passaggio a Falco, Gasbarron e gli altri. Erano gli uomini della Questura di Napoli.  

Gli agenti, infatti, erano da mesi sulle tracce dei due criminali e, una volta intercettate le parole del boss del rione, non occorreva fare altro che attendere che lo scambio avesse luogo. Con un po' di fortuna, con una sola fava sarebbero stati presi due enormi piccioni.  

Gasbarron ebbe soltanto il tempo di urlare “Hijos de puta!” alle guardie e, nel tentativo di estrarre il revolver che nascondeva all'altezza del fianco, l’ispettore Murolo, che già aveva il dito sul grilletto della pistola d’ordinanza e il cuore del trafficante nella tacca di mira, esplose il suo colpo.  

La pallottola andò a segno e un filotto di sangue schizzò proprio sugli occhi di Emanuele, come se quel lampo improvviso lo avesse spaventato e accecato al tempo stesso. 

Gasbarron cadde al suolo in maniera scomposta, quasi come un burattino e facendo un rumore sordo, come il tronco di un albero tagliato in maniera errata dal boscaiolo. 

“Non sparate! Non abbiamo fatto niente!”, gridò Giuseppe agli uomini in divisa, mentre il giovane scagnozzo, Emanuele e anche lo stesso autista di Gasbarron, ritto come la torre degli scacchi e a un dito di distanza dal corpo esanime del suo capo, rimanevano impietriti e in silenzio.  

Dopo un altro interminabile istante privo di rumori, immediatamente successivo al grido di resa di Giuseppe, si avvertì distintamente un altro rumore metallico: erano le manette che si serravano sui polsi di Emanuele Falco. Gli agenti completarono l’operazione e tutti furono arrestati.  

A villa Dora, intanto, Nunzia, la moglie di Giuseppe, passeggiava nervosamente avanti e indietro, accendendo e spegnendo sigarette senza dare, a quest’ultime, neanche il tempo di diventare cenere.  

“Dove è finito?”, continuava a domandarsi la donna e rivolgendo il suo dubbio al marito, corso in fretta e furia dall'ospedale per andare ad avvisare il fratello delle complicazioni sorte durante il travaglio. Mentre il boss Emanuele stava preparandosi allo scambio, infatti, i membri dell’equipe di medici era all'opera per far nascere il bambino e uscivano ripetutamente e con fare sempre più svelto dalla sala operatoria. Formiche brulicanti che non riuscivano a celare il marcato nervosismo.  

Giuseppe, prima di correre alla volta del fratello, aveva intercettato uno dei medici per interrogarlo.  

“Dottore, scusate, ma che sta succedendo?”, domandò Giuseppe, con un forzatissimo tentativo di parlare in italiano.  

“Scusate, non possiamo dirvi ancora nulla, fatemi rientrare!”, rispose il giovane medico, chiaramente agli albori della sua carriera.  

“Allora non hai capito” Ti ho chiesto che sta succedendo!!”, aveva urlato Giuseppe, spintonando il medico e tornando, così, nel ruolo che gli era più congeniale: guappo da due soldi capace di incutere timore soltanto quando consapevole che, il fratello, gli aveva concesso carta bianca.  

Il dottore, spaventato, a questo punto, non potette esimersi dal rispondere: “Ci sono delle complicazioni! Stiamo cercando di capire che cosa c’è che non va! La prego, ora! Mi faccia rientrare!”.  

Giuseppe non aggiunse altro ma si scostò di quei pochi centimetri che occorrevano al dottore per rientrare in sala operatoria; portandosi le mani alla bocca, quasi a volerle impedire di confessare con le parole il profondo e crescente turbamento che aveva. Uno scompiglio superato solo dalla paura di dover affrontare la reazione del fratello.  

Neanche il tempo di ragionare con Nunzia sul da farsi, che Giuseppe corse fuori dall’ospedale; andando incontro alla trappola organizzata magistralmente dalla polizia e lasciando la moglie sola in sala d’attesa.  

Nunzia aveva paura. Lei, esattamente come il pavido marito, sapeva perfettamente cosa volesse significare indispettire il Dio del rione Traiano. Se qualcosa, in quella giornata che il boss aveva designato perfetta, fosse andato storto, né quello squallido garzone da bottega del marito, né tanto meno lei, avrebbero potuto porre rimedio alla furia del boss.  

L’ennesima sigaretta andava consumandosi rapidamente tra le sue dita tremolanti. Erano parecchi minuti, ormai, che la porta della sala operatoria rimaneva chiusa. Una chiusura che appariva quasi innaturale rispetto a pochi minuti prima, quando i medici si alternavano ossessivamente, come in una curiosa danza. Trasformando quella porta di ospedale nel tornello di una metropolitana nell'orario di uscita dei lavoratori.  

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E proprio mentre Nunzia stava domandandosi del perché quella stanza fosse ripiombata nel silenzio, la porta si aprì ancora una volta.  

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