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Venerdì, 3 Dicembre 2021
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Dopo Mina Settembre anche per il Commissario Ricciardi è boom di ascolti

Ancora un successo per la riproposizione televisiva dei romanzi di Maurizio De Giovanni

Boom di ascolti per il Commissario Ricciardi (interpretato magistralmente da Lino Guanciale), fiction ispirata ai romanzi di Maurizio De Giovanni, trasmessa ieri sera su Rai1. La prima puntata ha conquistato 5.951.000 spettatori pari al 24.1% di share. Quasi doppiato il Grande Fratello Vip che si è fermato a 3.393.000 spettatori pari al 19.5% di share. Si tratta di un altro successo per la riproposizione in tv dei romanzi dello scrittore di napoletano, dopo il successo di ascolti e critiche anche di Mina Settembre. 

Intervista di NapoliToday a Lino Guanciale

Lino, Ricciardi è un personaggio fatto di poche parole ma di sguardi malinconici (lui guarda tanto), di mimica facciale che rivela il suo universo interiore, e anche di gestualità. Diciamolo, è un personaggio da tetro. Quanto ha aiutato la tua lunga carriera teatrale nella costruzione del personaggio e anche a entrarci?

Assolutamente sì, in lui c’è tanto teatro. Con D’Alatri abbiamo cercato tra le pagine dei romanzi i tratti distintivi su cui costruire la versione visiva del personaggio. Ricciardi è un grande flâneur, nel senso che è un uomo abituato ad attraversare tutto da una certa distanza ma senza perdere alcun dettaglio degli altri esseri umani in un periodo storico complesso. Questo è un processo che generalmente un attore dovrebbe acquistare pari pari, per approcciare al mestiere mettendosi nei panni degli altri, osservandoli cercando di comprenderli empaticamente anche sospendendo il suo giudizio. Tutte cose che Ricciardi ha di suo e che fanno parte dell’imprinting teatrale che è quindi insito nel personaggio. Il background teatrale ha unito tutti noi partendo dal testo per non tradire la natura dei nostri personaggi, una cosa che si fa in genere in teatro. Di teatrale Ricciardi c’è proprio la sua visione del mondo. Metodologicamente, in genere, si costruisce partendo dalla lettera del testo che bisogna incarnare, trovando poi delle proprie soluzioni interpretative originali. In Ricciardi ho trovato un’assoluta sintonia del lavoro che in genere faccio in teatro”.

Il Commissario Ricciardi è affascinante anche per il suo dualismo e anche per gli ideali ai quali è aderente. È un personaggio letterario che ha subito conquistato. E’ probabile che questo grande successo sia anche dovuto al fatto che lui, come Maione, Modo ed Enrica siano personaggi tutti d’un pezzo rappresentando un’integrità tipica di un’altra epoca?

E’ molto evidente come, con infinita genuinità e autenticità, tutti questi personaggi approccino alle proprie relazioni più strette in un mondo che invece inizia a essere velocemente complesso. In questo, secondo me, sono figure molto attuali, soprattutto se pensiamo alla nostra dimensione odierna, costretta a ristringersi nelle formule più primarie e basiche dell’affettività e dello stare insieme, che normalmente ha poche regole facili, che oggi vengono negate. In quest’integrità affettiva c’è un grammo di modernità che troviamo nella scrittura”.

Tu come primo elemento di approccio sei partito dalla sua indole empatica presente fin dall’infanzia nonostante lo schermo che mette tra lui e il mondo e di conseguenza alla rassegnazione e al tormento che ha a causa del ‘fatto’. Ciuffo ribelle a parte, quali sarebbero potuti essere i limiti e la difficoltà che rischiavano di verificarsi nell’ incarnare un personaggio letterario così vivido nello spettatore grazie anche delle graphic novel che sono state realizzate?

Sicuramente Ricciardi è stata una scommessa per la sua popolarità. L’obiettivo è la resa dello spirito di un uomo tormentato dai suoi dolori e dal fardello del dono maledetto che si porta dietro proprio per dargli maggiore autenticità. Spero di esserci riuscito. Io sono entrato con massima umiltà nell’interpretazione di questo personaggio che mi ha affascinato prima ancora come lettore avendomi subito incuriosito quando, anni fa, divenne un caso letterario. Come lettore mi sono fatto dei teatrini immaginari sul suo mondo che mi hanno incantato. Quando mi è stato comunicato che ero stato scelto per interpretare questo bellissimo personaggio ho fatto subito leva sull’imprinting che avevo avuto partendo da quegli elementi di fascinazione che mi avevano colpito da lettore. Questo ha contribuito a restituire elementi di verginità al lavoro evitando di inciampare nel rischio di tradire la natura del testo e anche quello del personaggio. Inoltre, fondamentali sono stati anche i suggerimenti di Maurizio de Giovanni dandomi delle coordinate su come sia stato costruito il personaggio di Ricciardi”.

Parlavi di elementi di fascinazione. Tipo?

E’ difficile non innamorarsi di Ricciardi. La sua seduzione non è assolutamente intenzionale, anzi, lui si scherma dalla realtà e cerca una via di salvezza dal dolore che lo lacera. Una riflessione che io ho fatto per deformazione professionale basandomi anche dalla descrizione che de Giovanni fa di lui bambino, prima che lui scopra di possedere ‘il fatto’, è quella di un bambino gioioso, socievole, caratteristiche che non sono totalmente scomparse in lui. Si è messo poi una corazza che l’hanno fatto chiudere che va contro forse ai suoi reali istinti e desideri di apertura verso il mondo. E’ un empatico malgrado sé stesso. Poi va considerato anche il contesto storico in cui si muove Ricciardi: lui ha un potere paranormale in un’epoca che ha messo a dura prova l’umanità a causa dei regimi totalitari che influenzavano il pensiero della gente. Sono tutte cose che hanno aiutato e che per me sono stati importanti per aderire a questo personaggio partendo da questa piccola porticina”.

Quanto è stato importante avere una idea di regia chiara come quella data da D’Alatri?

Io ho avuto la fortuna di avere molti maestri e di avere avuto registi che sono stati dei padri loro malgrado, come Luca Ronconi, Franco Branciaroli e Massimo Popolizio. Ritengo, che l’incontro con Alessandro D’Alatri sia arrivato in un momento mio professionale in cui avevo bisogno di una guida come quella di Alessandro. Avevo proprio la necessità di avere un confronto vivo come ho avuto con lui: molto discutendo, molto condividendo e molto costruendo l’immaginario comune sui personaggi e le situazioni con le nostre divertenti chiacchierate, è stato poi capace di prendere da me da tutti gli attori ciò che più giusto. Lo ringrazio tantissimo perché è stata un’opportunità di crescita molto forte. Ho avvertito uno switch importante e credo che si avverta”.

Dopo le stagioni di Non dirlo al mio capo e il film I Peggiori, Il Commissario Ricciardi ti riporta a Napoli. Cosa avete cercato di restituire nella creazione complessa della Napoli degli anni ‘30?

Anche per questo ritengo un privilegio averlo interpretato perché è una sfida su più livelli. Una di queste è quella di aprire una finestra particolarissima su una Napoli inedita con il Fascismo in piena espansione; l'attitudine eterna, dei napoletani, il coraggio, di sopravvivere alle sfide imposte da certe situazioni. Una città diversa da quella che siamo soliti vedere rappresentata. Spesso sentiamo anche parlare a sproposito solo della Napoli violenta e criminale dimenticando la cultura, la musica, il teatro. Ricordiamoci che questa è l'unica città invasa ad essersi liberata da sola dall'occupazione nazista. Grazie al coraggio, allo spirito di iniziativa, di tanti, tra questi moltissime donne”.

I set sono aperti ma cinema e teatri restano chiusi. Penso che questo sia stato il primo anno che tu non sia andato in tournée. Come la stai vivendo?

Parafrasando il titolo della prima puntata, Il Senso del dolore, che andrà in onda stasera, mi viene da dire che è un dolore senza senso. I teatri e i cinema sono stati luoghi sicuri dal punto di vista del contagio, come hanno affermato molte statistiche. Si è scelto di chiuderli seguendo anche una logica comprensibile per evitare spostamenti serali al di fuori di quelli lavorativi. Si è anche disposti anche ad accettarlo per mettere al primo posto la salute di tutti noi. Quello che lamento è la mancanza di trasparenza. Ci sta che non si abbiano le idee chiare di fronte a un’emergenza che non ci si è mai trovati ad affrontare. Ma d’altra parte, sapere a quando sarebbe destinato il nostro ritorno, predisporrebbe coloro che fanno teatro a organizzarsi meglio sia praticamente sia alla necessità di prepararsi a questo ritorno che non può essere sistemato con ‘Ops, c’è stato un blackout, adesso siamo tornati quelli di prima. No, il teatro adesso si deve organizzare per raccontare il mondo che è cambiato. C’è bisogno di sapere che tipo di destino vogliamo dare a tutto questo. E poi c’è anche un’altra scoperta che è venuta fuori che invita a una riflessione d fare…”

Per leggere l'intervista completa clicca qui 

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