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Delivery, i proprietari dei bar: "Troppe limitazioni. Resteremo chiusi in questa fase"

Il punto di vista di otto noti proprietari di bar di Napoli sull'ordinanza che consente il delivery per i bar, vietando però l'accesso nei locali da parte dei clienti

La riapertura del delivery sancita dalla nuova ordinanza della Regione Campania ha raccolto un plauso generale da parte dei pizzaioli in particolare, mentre serpeggia malumore per la chiusura pomeridiana (dopo le 14) e non solo per bar e pasticcerie. Ieri abbiamo raccolto le critiche dei pasticcieri che spiegano come l'obbligo di chiusura dopo le 14.00 sia insostenibile per le loro attività. Oggi è la volta dei bar, che hanno le medesime limitazioni.

Abbiamo sentito a tal riguardo il parere di alcune delle attività maggiormente note a Napoli, in attesa che non si trovi una nuova intesa dopo un confronto (auspicabile) con le associazioni di categoria.

"In questa fase di parziale apertura concessa per effettuare solo delivery, noi abbiamo deciso di restare chiusi. Oltre alla valutazione economica a noi piace pensare di essere parte di un'abitudine quotidiana e pertanto avremmo preferito prestare i nostri servizi anche in ridotta normalità. Tornando alla convenienza mi sembra palese che si cerca di andare a tentoni senza avere la consapevolezza di cosa si sta parlando. Il delivery è certamente in crescita , ma ad oggi per certe strutture non è ancora la scelta ottimale. Più praticabile da strutture con forza lavoro famigliare e comunque sempre facendo attenzione alle procedure sanitarie. Insomma per concludere se per delivery dei bar s'intende il garzone che porta il caffè negli uffici o negozi, la platea dei clienti è ancora esigua", spiegano i proprietari del Gran Caffè La Caffetteria di piazza dei Martiri.

"L'ordinanza della Regione Campania mi sembra inutile. Non viene incontro alle esigenze di pubblico esercizio dei bar. E' interdetta l'entrata al pubblico e allora perchè bisogna stare aperti fino alle 2 e per cosa? Non si capisce questa ordinanza. E' molto grave l'interdizione al pubblico. Uno-due alla volta che entrano a seconda dello spazio non si poteva concedere? E' inconcepibile. Fuori da qualsiasi logica. Non ha sentito De Luca neppure le associazioni di categoria come Confesercenti. Non sono state tenute in considerazione le reali esigenze del territorio. La chiusura da un mese e mezzo ormai è vera e propria tragedia economico-gestionale per la nostra categoria. Se non si riparte subito, seguendo tutti i protocolli e i requisiti necessari a salvaguardare la salute, le nostre attività falliranno nel giro di pochi mesi", denuncia Pino De Stasio, consigliere della II Municipalità e proprietario del Bar 7bello di via Benedetto Croce.

Per il Bar Tico Mania (di Fuorigrotta): “Forse per una pizzeria può essere anche conveniente aprire a queste condizioni, ma a noi che dobbiamo ordinare tutte le materie prime fresche, avviare un ciclo di produzione, affrontare costi di gestione e di adeguamento alle norme, per lavorare poche ore la mattina e rischiare anche il contagio, non conviene. Questa soluzione è solo un contentino per qualcuno. Se ci avessero almeno concesso la libertà sugli orari sarebbe stato diverso. Quando abbiamo ricevuto la notizia sulla ripartenza del delivery, eravamo pronti a riaprire, ma date le condizioni imposte, Bar Tico Mania decide di rimanere chiuso”.

"Sono assolutamente contrario alla riapertura, è un decreto paraculo del governo che all’ennesima disavventura se ne sta lavando le mani, non avendo fatto assolutamente nulla per noi piccole imprese, che siamo e saremo sempre la luce e il motore di tutte le città del mondo. A che serve riaprire in queste condizioni è con le stese spese?. Noi pretendiamo lo stop di tutte le utenze riduzione del 70/80% dei fitti e pure di quello che incasseremo in meno nei prossimi 6 mesi, e di avere gli aiuti necessari dallo stato per ripartire e non prestiti con gli interessi ma erogazioni a fondo perduto per tutte le piccole realtà imprenditoriali", afferma il proprietario di Seccia Dolcezze napoletane di via Sant'Anna dei Lombardi.

“De Luca ha governato bene, ha salvaguardato la salute di tutti e contenuto al meglio la propagazione del virus. Per quanto riguarda, invece, l’aspetto economico, le prospettive sono demoralizzanti. Le piccole e medie imprese italiane sono state abbandonate, così come sono stati abbandonati i nostri dipendenti che sono in cassa integrazione ma non hanno ancora percepito nulla. Tanti sicuramente non ce la faranno a riaprire. Il delivery non aiuterà, anzi, a queste condizioni, potrà solo danneggiare ed impoverire ancora di più. Forse non è chiaro a tutti quanto costa far ripartire un’attività come quella di un bar. Un’attività con 10/15 consegne, in media, giornaliere non riesce a coprire neanche le spese dell’affitto. La scelta migliore per tutti, a mio parere, è quella di proseguire ancora il lockdown per altri 15/20 giorni per poi ritornare definitivamente alle normalità. Un altro dato preoccupante riguarda il turismo che arricchiva la nostra Napoli, e chi sa quando ritornerà. Noi siamo presenti anche a Milano dove il delivery non è mai stato vietato: lì abbiamo scelto di aprire solo nella settimana di Pasqua, il laboratorio artigianale di produzione (non presente anche a Napoli) ha lavorato solo in funzione degli ordini pervenutici la settimana precedente, in questo modo abbiamo prodotto solo il necessario evitando sprechi, ma sopratutto creando una rotazione dei nostri collaboratori e generando liquidità un pò per tutti (il lavoro extra è stato retribuito al giorno secondo la busta paga di ognuno). Il lockdown imposto da un giorno all’altro senza nessun preavviso ha generato enormi perdite in termini economici, di cibo e di materie prime: contiamo danni di centinaia di euro. Il mio augurio è che questo incubo finisca al più presto grazie anche al supporto e a decisioni del governo che tutelino noi commercianti. Così da poter ripartire senza rancori, ma sopratutto pensando che sia stato tutto un brutto sogno!”, spiega Aldo Castagnola del bar Mexico di piazza Garibaldi.

“Il delivery è stato inventato da noi gestori di Bar con il caffè da asporto, un modello nato nel dopoguerra e che si e' evoluto negli anni. Oggi, però, il modello di business delle caffetterie è cambiato, si basa sull’ospitalità e sul servizio offerto. La decisione di poter ripartire il giorno 27 con questo sistema non è plausibile. Oggi anche la clientela vuole gustarsi un caffè caldo al bancone, vuole mangiare una pizza calda e comodamente seduta. Il delivery, con tutte queste restrizioni, non potrà mai decollare tenendo conto che il tempo a disposizione è poco per poter reclutare il personale, formarlo, e realizzare app che geolocalizzino il cliente per rendere la consegna più veloce. I tempi sono troppo stretti per organizzarci ed aprire lunedì prossimo. La nostra attività è nata con un suo format e non siamo disposti ad aprire in queste condizioni. Io credo si debba aspettare per ripartire con tutte le misure di sicurezza previste dalla legge senza, però, essere costretti a riadattare le nostre strutture in funzione di nuove formule di vendita”, dichiara Vincenzo Ceraldi, titolare del Caffè Ceraldi.

Le dichiarazioni del founder dello Stairs Coffe Shop del Vomero: “La nostra azienda è partita dall’idea originale di fondere la tradizione del bar napoletano con la gastronomia d’Oltreoceano delle "Bakery" e dei Pub dell’America latina. Stairs si è distinta prima a Napoli, per poi svilupparsi con altri progetti sul territorio italiano. Con grande sacrificio ed impegno, possiamo dire, con orgoglio, di essere riusciti nei nostri obiettivi in questi anni, fino all'arrivo di questa terribile sciagura chiamata Covid-19 abbattutasi su tutti noi. Adesso, finalmente in Italia dopo tante gravose perdite umane, sembra giunto il momento di ripensare ad un post-catastrofe, ad una ripresa alle nostre vite. La nostra squadra  di lavoro è composta  da un gruppo coeso e affidabile di 30 persone con alle spalle altrettante famiglie sostenute anche dagli stipendi aziendali, alle quali vorremmo garantire, come per noi stessi, una serenità nel proprio mantenimento. Nella mia vita non potrò mai dimenticare  il giorno del lockdown, un giorno di sgomento, ero in compagnia dei miei collaboratori, e avrei dovuto forse trovare io le parole, la forza di rassicurarci tutti. Non ci sono riuscito, tanta era la mia preoccupazione. Lo hanno fatto loro per me, offrendomi la loro vicinanza e sostegno, e questo non lo dimenticherò mai. In questi due mesi, le ansie non mi hanno mai abbandonato: i fornitori, conti, le tasse. Difficile non sentirsi sopraffatti, ma ho cercato di non farmi prendere dallo sconforto cercando strategie su come sopravvivere alle fasi 2 e 3. Ad un certo punto si è paventata anche in Campania la possibilità di riaprire le attività di ristorazione d’asporto, declamando questa  come la soluzione a tutti i mali, che avrebbe salvato le attività  di ristorazione dal tracollo. Non sarà così purtroppo, non sarà il delivery a salvare noi e le nostre famiglie, non certo a tali condizioni restrittive del servizio. Gli scarsi introiti del delivery comunque non servirebbero a reggere le spese che ruotano intorno ad un'attività come la nostra. Purtroppo in questo momento conviene essere realisti, conviene parlarsi guardandosi negli occhi e dire in maniera chiara che non esistono soluzioni alternative, o tutto torna uguale a prima o il settore del food fallisce miseramente. Non serve il delivery, non serve aprire riducendo sensibilmente i coperti, non serve trovare una soluzione apparentemente semplice per risolvere una grave crisi. Per rimettere in moto e ripartire con una macchina che ha subìto ingenti danni al motore noi conosciamo un'unica medicina: quella dell'impegno e della cultura del lavoro che ci ha accompagnato fino a questo momento. Mi auguro per me, per le trenta famiglie del mio staff e per l’Italia intera che riusciremo a  rialzarci, ma questo non sarà possibile senza che lo Stato trovi soluzioni finanziariamente concrete. "ANDRA' TUTTO BENE" non è la formula di un incantesimo capace di sconfiggere una crisi senza precedenti, abbiamo bisogno di assistenza, abbiamo bisogno che i nostri di problemi diventino i problemi di una Stato, di una società di cui facciamo parte come cittadini e contribuenti”.

"A queste condizioni non aprirò anche se abbiamo sempre offerto il servizio delivery. Aprire con orari ridottissimi e senza poter fare entrare clienti non servirebbe né a coprire le spese di consumo di energia elettrica né a coprire le giornate lavorative dei nostri dipendenti. Altra cosa su cui non concordo sono le disposizioni igieniche imposte per le aperture per il solo delivery con camici, cappelli e copriscarpe monouso e, naturalmente, mascherine e guanti. Perché oggi che si va verso la fine di quest’incubo dobbiamo usare camici e altri dpi quando in piena emergenza e tutt’ora nei supermercati e alimentari indipendenti indossano l’uniforme dell’ordinaria amministrazione con in più guanti e mascherine, dispositivi, a mio avviso, più che sufficienti!? Io penso che questo provvedimento sia stato solo un contentino dato a chi lamentava alla Regione l’impossibilità di praticare il delivery, e a chi si è fatto, in questo periodo, solo un altro pò di pubblicità mediatica come Gino Sorbillo che poi alla fine ha dichiarato che non aprirà. Noi, come tutti, aspettiamo risposte concrete dallo Stato. Abbiamo fitti altissimi, bollette di utenze in scadenza, merce scaduta o prossima a scadere, operai che aspettano una risposta. Ad oggi abbiamo avuto solo 600€. Fino ad ora ci hanno fatto capire solo una cosa, e cioè che ci aiuteranno solo a farci indebitare!”, ha dichiarato Massimiliano Ciorfito, del Caffè Ciorfito.

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