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A Secondigliano il presepe con la Sacra Famiglia "in carcere"

“Nessuna notte è così lunga da poter impedire alla luce del sole di ritornare”

 

"Il Presepe è come un Vangelo vivo". Partendo da queste parole della lettera apostolica "Admirabile signum", presentata recentemente a Greccio (lì dove nel 1223 San Francesco D'Assisi volle rappresentare la nascita del Bambin Gesù), Papa Francesco sottolinea ancora una volta l'importanza di tenere viva una "spiritualità popolare" che dovrebbe condurre, attraverso la realizzazione del Presepe appunto, ad avere maggiore attenzione verso gli emarginati del nostro tempo, per un "mondo più umano e fraterno".

In questa chiave di lettura il Presepe assume, quindi, i connotati di uno strumento di evangelizzazione che va oltre il "freddo" allestimento, spesso lontano anni luce da quella che è la tradizione cristiana (ovviamente non quella sbandierata, negli ultimi tempi, con retorica sovranista), e che, come suggerisce il Papa, deve parlare alla nostra vita.

Questo lo hanno capito più che bene alla Parrocchia dell'Immacolata a Capodichino, nel quartiere di Secondigliano, dove ogni anno si lavora per allestire un Presepe che possa sempre lanciare messaggi forti (e "alti"), in un territorio periferico e purtroppo chiacchierato. Per questo Natale, ispirato dalla lettera pastorale diocesana "Visitare i carcerati", il parroco Don Doriano ha pensato bene di rinchiudere la Sacra Famiglia in una gabbia.

Qual è l’idea che ha portato a chiudere la Sacra famiglia in gabbia?

Abbiamo voluto ampliare l’idea di carcere. Pensare al carcere non al luogo fisico dove alcune persone sono rinchiuse, a motivo di qualche reato, ma pensare anche al carcere che ci costruiamo con le nostre stesse mani: a tutte quelle forme di pregiudizio, esclusione, chiusura, che spesso caratterizzano le nostre relazioni. La Sacra Famiglia, in questo presepe, rappresenta i valori buoni, quei valori che stiamo un po’ abbandonando. Quella gabbia rappresenta i nostri pregiudizi. Così come facciamo con le persone chiuse in carcere, preferiamo vederle lì dove non ci danno fastidio e non vengono neanche a turbare le nostre coscienze. Così facciamo anche con le cose che non vanno: con la nostra capacità di non includere, di non vedere la povertà degli altri, di non riuscire a costruire pace, anche nelle famiglie. Tutta una serie di problemi che, soprattutto in questo quartiere, sono evidenti. Penso alla camorra, alla droga, all’usura, al pizzo. Tutti quei problemi che ‘è meglio’ non vedere. Solo Gesù può aprirci il cuore, può aprirci la mente. Lui verrà, e con la sua nascita aprirà la prigione del nostro cuore, per liberarci da tutte queste forme di chiusura.

Il messaggio di questo presepe ha come primo destinatario un quartiere difficile come Secondigliano

Questo è un quartiere difficile, ma che se stimolato riesce a dare molto. Come comunità parrocchiale, lavoriamo per la rinascita del quartiere, partendo dalla coscienza delle persone. Questa è una strada faticosa, perché c’è da porsi degli obiettivi a lungo termine, lavorando soprattutto nel campo della cultura. All’inizio abbiamo trovato difficoltà, nella capacità della gente di leggere questa svolta, ma adesso cominciamo a vedere i primi frutti, a partire dalle cose semplici come può essere il riuscire a mettersi d’accordo per un posto auto in un condominio. Vero è che bisogna tenere sempre ferma la denuncia, ma bisogna partire da quelle cose buone che si hanno nel cuore, per poi metterle a disposizione degli altri. Questo presepe, quindi, si muove su questo doppio binario.

Un titolo per questo presepe

Citerei subito la lettera pastorale del Cardinale Sepe: “Ogni ferita può diventare una feritoia di luce”. O anche un’altra bella espressione di San Giovanni Paolo II: “Nessuna notte è così lunga da poter impedire alla luce del sole di ritornare”. Quindi, il titolo per eccellenza è che c’è sempre speranza nella nostra vita.

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