Marcolin e il dramma del padre: "Tante telefonate e messaggi anche dai tifosi del Napoli"

L'ex capitano azzurro colpito dalla scomparsa del papà Giancarlo, stroncato dal Coronavirus

Marcolin

Il mondo del calcio si è stretto negli ultimi giorni attorno all'ex capitano del Napoli Dario Marcolin, colpito dalla morte del padre. Il signor Giancarlo si è spento all'età di 75 anni a Brescia, stroncato dal Coronavirus.

L'ex centrocampista azzurro ha rilasciato una lunga intervista al direttore del Corriere dello Sport Ivan Zazzaroni: "Raccontarlo mi fa bene. Nel giro di pochissimo sono passato dal grande pieno a un vuoto immenso. Dopo che si è saputa la notizia avrò ricevuto più di mille testimonianze, tra telefonate e messaggi, dal mondo del calcio e della televisione. Ho risposto a tutti, non ho nemmeno avuto il tempo di avvertire l’assenza. Il primo a chiamare è stato Mancio, subito dopo Sinisa. Roberto e Sinisa lo conoscevano, Sinisa ha perso il padre da poco. E poi Totti, Pancaro, Favalli, Cosmi, Costacurta, Tare, Ciro Ferrara, Ferri, Adani, Peluso, Taglialatela, tifosi di Napoli e Lazio, Carolina Morace, Foroni, Bonan, quelli di Sky. Insomma, tantissima gente. È stato il tributo a Gianca che di calcio era malato. Non si è mai perso una mia partita o una mia telecronaca. Ivan, seguiva in streaming anche il nostro programma a Napoli ('Il bello del calcio' in onda su Canale 21, n.d.r.). Ha vissuto per i figli".

"Non avremo neppure la possibilità di fargli il funerale. Gianca sarà cremato come le altre persone che non ce l’hanno fatta. Siamo in lista d’attesa, forse tra una settimana, non so. È sconvolgente. L’affetto e la solidarietà del mondo del calcio è l’unica cosa bella, vorrei potergli dire 'Gianca, hai visto, tutti per te?'", ha aggiunto Marcolin.

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L'ex capitano del Napoli ha raccontato anche il calvario del genitore: "Prima un po’ di febbre. Era un soggetto a rischio, e non solo perché aveva 75 anni. Pesava centocinquanta chili, era un omone di oltre un metro e ottanta e soffriva di ipertensione. Il virus ha trovato terreno fertilissimo. Nei primi giorni quelli dell’ospedale ci avevano suggerito di monitorarne le condizioni a casa. Al quarto giorno di febbre, 39 e mezzo, quaranta, mio fratello, che lavora nella cosmetica, si è fatto dare dalla socia la macchinetta che misura la saturazione dell’ossigeno nel sangue. Il valore minimo è 92, mio padre aveva 78. Quando l’abbiamo comunicato all’ospedale sono andati a prenderlo immediatamente. Aveva con sé il cellulare. Lo sentivamo con una certa frequenza, si toglieva la mascherina di Venturi, quella per l’ossigenazione, e ci parlava. Pian piano le telefonate si sono diradate e accorciate. Dopo trenta secondi non ce la faceva più. Quando è peggiorato sono ricorsi alla morfina sottocutanea, non accettava la maschera, quella che volgarmente chiamano da palombaro, non la tollerava proprio. Diceva che un minuto con quell’aggeggio sembra un anno. Eravamo preparati al peggio. Ma il peggio non è mai come te lo immagini. Io ero andato a trovarlo a casa a inizio febbraio, non avrò nemmeno la possibilità di dargli un bacio sulla fronte". 

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