"Un piacere allenare Maradona. Era peggio gestire chi pensava di essere come lui": l'intervista a Ottavio Bianchi

Tra le soddisfazioni più grandi il primo Scudetto: "La città impazzita di gioia, il calore dei tifosi e quelle novantamila persone che al San Paolo per una partita intera gridano il mio nome”. L'intervista al mister del primo Scudetto del Napoli che ha scritto con la figlia la sua prima biografia

La storia degli anni d'oro del Napoli degli anni ottanta è strettamente legata ad Ottavio Bianchi. Schivo, riservato, umile, deciso e sempre coerente con le proprie scelte, ha guidato gli azzurri al primo Scudetto nel campionato 86-87, sfiorando il bis l'anno successivo (sconfitto al fotofinish dal Milan di Sacchi) e alla vittoria in Coppa Uefa nel 1988-1989 in finale contro lo Stoccarda. 

Il ricordo degli anni d'oro da allenatore del Napoli (successivamente anche dirigente), in una compagine che poteva annoverare campioni come Maradona, Careca, Carnevale, Alemao, De Napoli, Ferrara, Francini, sono stati raccontati in "Sopra il vulcano. Il campo, lo scudetto, la vita" (Baldini+Castoldi), scritto da Ottavio Bianchi con la figlia Camilla, di professione giornalista. Non mancano aneddoti e curiosità sul rapporto tra Ottavio Bianchi e i suoi calciatori, in particolare su Maradona e su Corrado Ferlaino.

- In questo momento vive a Bergamo, come sta vivendo l'emergenza Coronavirus in una delle città purtroppo più colpite dal virus?
“E’ stato un periodo terribile, migliaia di morti, una sofferenza indicibile. Ora la situazione è fortunatamente migliorata, Bergamo e la sua provincia stanno provando a ripartire, ma dobbiamo tutti tenere la guardia alta”.

-Una grande carriera la sua, come calciatore e allenatore, ma il suo nome sarà per sempre legato al Napoli. Il primo scudetto, la Coppa Uefa. Qual è l'emozione più bella vissuta in azzurro?
“Le emozioni non sono mancate, come le grandi vittorie. La città impazzita di gioia che festeggia il primo scudetto della sua storia, il calore dei tifosi, e quelle novantamila persone che al San Paolo per una partita intera gridano il mio nome”.

- E la più grande delusione? Lo Scudetto perso al fotofinish con il Milan? Si è dato una spiegazione dei motivi reali di quella rimonta subita che vi è costata il campionato?
“Nel libro ne parliamo. Mi sono fatto un’idea ma quel che conta è il verdetto del campo, che accettai allora come oggi. Le delusioni fanno parte della vita e di ogni carriera professionale, si impara a conviverci e si guarda avanti”.

- Cosa ha rappresentato per lei la città di Napoli e quale era il suo rapporto con i tifosi azzurri?
“Napoli mi ha dato molto. Ho ancora cari amici in quella terra, dai napoletani ho imparato tanto. I tifosi mi hanno accettato e voluto bene, con i miei pregi e i miei difetti. E io ho fatto lo stesso, con grande rispetto”.

-Del suo rapporto con Maradona se ne è parlato tanto, qual è la realtà? E ci può raccontare qualche aneddoto?
“La realtà è quella che raccontiamo nel libro. Maradona era un fuoriclasse, è stato un piacere allenarlo e vederlo in campo. A chi mi chiede se è stato difficile gestirlo rispondo sempre che è molto più difficile gestire chi si crede Maradona senza esserlo”.

-Cosa pensa del Napoli di Gattuso? Cosa manca per tornare a competere per lo Scudetto?
“Mi sembra che sinora Gattuso abbia lavorato bene. Penso sia giusto lasciare lavorare l’allenatore con il supporto della società. Non posso rispondere alla seconda parte della domanda, non conosco così bene la situazione del Napoli per potermi esprimere”. 

-Com'è stato per lei, sempre passato alle cronache come un personaggio schivo, decidere di scrivere una biografia ed aprire il cassetto dei suoi ricordi a sua figlia?
“Camilla ha dovuto insistere, non ero molto dell’idea. Ma alla fine mi ha convinto e devo dire che sono soddisfatto del risultato”.

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