Marco Borriello: "Sono napoletano al 100%. Negli spogliatoi parlo in dialetto"

L'attaccante del Cagliari, in una lunga intervista rilasciata a Libero, racconta gli anni della sua infanzia a Napoli e parla della sua napoletanità

Borriello

Un viaggio nella sua infanzia, il rapporto con la città di Napoli e la sua napoletanità e l'amore per il calcio. Tutto questo e molto altro è la lunga intervista rilasciata dall'attuale attaccante del Cagliari Marco Borriello a Luca Telese di Libero.

Eccone alcuni estratti:

Cominciamo dalla nascita?

«Inizio a toccare palla a tre anni: passione innata».

Cosa ricordi di quel tempo?

«Non mi separavo mai dal pallone (ride, ndr). Mia madre racconta che ci dormivo anche nel letto».

Addirittura.

«Ero piccolo, incosciente, felice. Vivevo per tirar calci».

La Napoli più popolare.

«Cresco a San Giovanni a Teduccio, finché non accade la tragedia».

Il lutto che ti segna la vita.

«Mio padre viene ucciso dalla camorra, avevo 11 anni. Vengo su coi miei due fratelli. E mia madre che faceva tutto, anche da papà».

Cosa ti resta di lui?

«Per me c'era ogni volta. Ho questa immagine di lui: riusciva a mettere le cose a posto. Sempre».

Il calcio ti porta via da Napoli, a 14 anni.

«Mia madre credeva che nel mio quartiere non potessi essere tranquillo».

Dove vai?

«In un posto da romanzo, che oggi non esiste più: una cantèra. Un collegio di giovani calciatori, tutti napoletani, in Emilia Romagna. A Lugo. L' animava Foschini, un personaggio incredibile».

E tua madre?

«Il primo anno soffrivo senza lei. Ma era quello che avevo sempre voluto. Saliva a trovarmi ogni due mesi, con la pastiera appena fatta: e mi veniva da piangere per la gioia».

Cosa ti accade in questi anni?

«Vivo solo. Imparo a conoscere i miei mezzi. Divento sicuro di me».

Nato al sud, cresciuto al nord, di dove sei?

«Di Napoli, al 100%. Quando mi arrabbio, negli spogliatoi, esce fuori il dialetto napoletano».

Dove vivrai quando smetti?

«Ho una casa a Ibiza. Andrò lì».

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