Coronavirus: quali sono gli effetti su chi è psicologicamente più vulnerabile

Un chiarimento su che impatto l’emergenza Covid-19 e l’isolamento stanno avendo sulle persone che soffrono di depressione, su chi ha vissuto una malattia e su coloro che tendono a essere più fragili. Spiegazioni e consigli dati dalla psicoanalista Tiziana Salvati

È un momento in cui tutti noi ci sentiamo confusi per la sospensione che la nostra quotidianità con le sue abitudini sta subendo. Le testimonianze che sentiamo, le notizie che arrivano, in aggiunta al non sapere quando termineranno questi giorni bui rende anche l’individuo più granitico, un essere indifeso e irrequieto. Chi più e chi meno è nella stessa barca per vincere sul virus. Ma, un periodo così complesso, come lo stanno vivendo le persone che soffrono di depressione? E come stanno reagendo, invece, coloro che hanno superato una malattia? Lo abbiamo chiesto alla dottoressa Tiziana Salvati, Psicoanalista, docente di Tecniche di Osservazione del Comportamento Infantile presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli e Dottore di Ricerca presso il Dipartimento di Psichiatria e Neuropsichiatria Infantile delle Seconda Università degli Studi di Napoli. La dottoressa Salvati ci ha chiarito cosa accade, parlando anche di chi è costretto a trascorrere la quarantena in una convivenza forzata e anche di chi sta ignorando la regola dello stare a casa, spiegandone le cause. Con lei abbiamo cercato di dare dei consigli, sperando che possano essere di aiuto per affrontare anche psicologicamente l’emergenza Coronavirus anche quando finirà e si tornerà, lentamente, a una normalità che, come si sa, non sarà come quella di prima.

Tiziana, l’isolamento che stiamo vivendo a causa dell’emergenza sanitaria, come potrebbe essere vissuto da persone che soffrono di depressione o che tendono a essa?

“La condizione di isolamento certamente può aggravare lo stato depressivo di chi già ne soffre. La depressione, come sintomo, può significare tristezza ma in realtà è uno stato che non necessariamente implica l’essere tristi. Essa si caratterizza piuttosto per perdita di interesse verso la vita, di motivazione e di piacere, basso livello di energia fisica e psichica, rallentamento psicomotorio, sentimenti di indegnità e di colpa, sensazioni di impotenza. In questo momento di assenza di progettualità, di allentamento dei legami sociali e di inattività, questa sintomatologia può raggiungere livelli estremi. Il senso di inutilità e il negativismo interiore, che già provano i soggetti depressi, trovano riscontro in un reale che spesso offre scenari catastrofici. L’irritabilità e l’aggressività, che rappresentano anch’esse due forme di espressione della depressione, tendono nettamente ad aumentare in una situazione di frustrazione e di effettiva impotenza. Da non sottovalutare poi tutte quelle condizioni di depressione “latente”, camuffate da un vivere “maniacale”, iperattivo, iper-sociale, iper-mondano, che in questo momento di forzata stasi potrebbero palesarsi e far emergere i nuclei depressivi nascosti. Non dovrebbe però sorprenderci che alcuni soggetti paradossalmente potrebbero trarre beneficio da una situazione in cui non avvertono più la pressione sociale del “devi fare”, “devi vivere”, “devi divertirti, socializzare…!”

Cosa sarebbe opportuno fare per superare il disagio e l’angoscia che acuisce il loro stato depressivo?

“Innanzitutto appare necessario che chi si sente depresso cerchi in tutti i modi di ristabilire una connessione con l’altro. Essere in rete in questo momento è di fondamentale importanza. Seguire attraverso la radio, la tv, i social e internet le iniziative di ‘comunione’ e solidarietà, è fondamentale a favorire il rilancio di positività e il sentirsi meno soli e “scollati” dal mondo. Partecipare ad attività collettive (seppur virtuali), leggere di iniziative di volontariato, seguire informazioni e messaggi di speranza, sono tutte attività assolutamente primarie e necessarie; ridurre al minimo l’esposizione a informazioni catastrofiche, soprattutto se a lungo termine; crearsi una progettualità quotidiana, a breve termine e abitudini nuove e quotidiane; stare molto, dunque, sul qui ed ora”.

Le notizie non sono delle più rosee non solo per dati, ma anche per le immagini che si stanno vedendo. Per persone che devono già elaborare dei traumi come per esempio coloro che hanno affrontato un percorso di malattia come percepiscono questo momento? Quali potrebbero essere dei consigli per loro per sventare delle preoccupazioni comprensibili?

“Certamente le persone che hanno recentemente combattuto, o che attualmente combattono malattie invasive e debilitanti, come ad esempio il cancro, aggiungono all’angoscia dello stato di malattia, la preoccupazione di quanto gli potrebbe accadere, amplificata anche dal sentirsi sempre identificati come i soggetti più deboli e a rischio. Vivere troppo a lungo, e troppo intensamente, uno stato di preoccupazione e di allarme, la sensazione di precarietà e vulnerabilità crea disagi enormi. Aver guardato e guardare in faccia la morte, come accade ai malati oncologici o con severe patologie cardiovascolari, li rende drammaticamente più consapevoli degli altri del rischio che si corre, oltre a prolungare la segregazione, la quarantena, che già da tempo erano condannati a vivere. L’irreale vissuto in malattia (fatto di mascherine, guanti, sterilizzazioni coatte) diventa improvvisamente una realtà condivisa e non temporanea. Dovrebbero, pertanto, tentare di far leva su tutte le strategie di adattamento apprese a causa della loro malattia, ignorate dalla popolazione dei ‘sani’, farsene anche promotori, per ricordare a loro stessi, insegnando anche agli altri, come ci si adatta a nuove forme di esistenza e come queste battaglie si combattono nella quotidianità, senza pensare troppo al futuro”.

Per quanto sia proibito qualsiasi forma di contatto umano, il Covid-19 favorisce la quantità di tempo che le persone condividono vivendo sotto allo stesso tetto. Tra questi, però, ci potrebbero essere anche coloro che sono costretti a una convivenza forzata. Come potrebbe essere una civile condivisione degli spazi?

“È molto importante che, anche quando ci sono spazi fisici limitati, si mantengano molti spazi psichici individuali. Non vanno assolutamente condivise tutte le attività e i pensieri della giornata con i “conviventi”. Lasciarsi degli spazi di comunicazione privata con altri soggetti al di fuori della “casa”, momenti ludici, di lettura, di attività fisica assolutamente in solitudine. Favorire il silenzio. Nelle comunicazioni favorire l’ascolto reciproco senza interventi, giudizi o rettifiche. È un tentativo per abbassare i livelli di intolleranza e di scontro”.

Potrebbe degenerare in violenze? Eventualmente quali potrebbero essere le soluzioni?

“Certamente la convivenza forzata e la staticità portano all’aumento di discussioni che non hanno il tempo di “evaporare” grazie alla distanza temporale e spaziale che ci regala la quotidianità, pertanto rischiano di degenerare in episodi di violenza. Dove possibile, come dicevo poc’anzi, è utilissimo non scivolare in comunicazioni dove si cerca di attestare un primato di ragione. Evitare, dunque, gli ‘opinionismi’ e i tentativi di convincere l’altro con le proprie argomentazioni. Esercitare quanto più è possibile ‘una sospensione di qualsiasi giudizio’ nell’ascoltare l’altro. Anche se ribadisco che non vanno condivisi tutti i pensieri, le informazioni e le attività con i conviventi. Qualora non fosse possibile mantenere sotto controllo la violenza dell’altro, mai come in questo momento è fondamentale chiedere aiuto: le associazioni antiviolenza e le forze dell‘ordine, anche e soprattutto in questo momento, possono dare aiuto o intervenire”.

Mentre per chi vive con familiari che hanno fragilità psicologiche quale potrebbe essere un buon modo per approcciarsi?

“Questa è sicuramente una problematica molto seria e di cui poco si parla. Vivere con familiari con problematiche psichiche è già di per sé molto difficile. Pensiamo ai soggetti con disturbi dello spettro autistico, del comportamento, con gravi disturbi di personalità o schizofrenici. L’inattività, l’interruzione di tutti i percorsi riabilitativi e della psicoterapia mette in grave crisi il delicato stato di ‘compenso’ che si cerca di garantire. È assolutamente necessario che persone che si prendono cura di loro cerchino un sostegno costante da parte di professionisti che possano aiutarli nella gestione delle crisi individuali. Esistono in rete, per esempio, anche diverse associazioni di psicologi che offrono sostegno gratuito a persone o genitori in difficoltà. Ad ogni modo è fondamentale che i percorsi di cura non vengano del tutto interrotti; ecco perché l’Ordine Nazionale degli Psicologi ha indicato come possibile modalità di intervento, e per garantire la continuità terapeutica, l’uso di Skype e di videochiamate”.

Tiziana, nonostante sia stato detto in tutti i modi di stare a casa anche con aspre restrizioni, alcune persone continuano a uscire anche se non è necessario con un pretesto o per l’altro. A modo loro sfidano il pericolo. Qual è la spiegazione?

“Molto probabilmente si tratta di meccanismi di difesa piuttosto disadattivi. Il diniego della realtà, il senso di onnipotenza, l’assenza di empatia e di preoccupazione per l’altro, rappresentano tutte forme di narcisismo patologico piuttosto diffuse nella società odierna. Si associano a degli atteggiamenti maniacali: il non sapersi/potersi fermare, la negazione del disagio, il sentirsi invulnerabili ma anche l’essere assolutamente autocentrati e privi di un senso comune. Da un lato mostrano una difesa disperata dalla realtà angosciosa, da un altro lato l’assoluto individualismo di chi appaga un proprio bisogno, sciogliendo qualsiasi legame con l’altro”.

Oltre allo smart working anche le lezioni sono telematiche. Non solo all’università ma anche a scuola. Per i bambini e gli adolescenti cosa comporterà la privazione dalla vita sociale che è rappresentata dalla scuola visto che pare che fino a maggio non si ritornerà? E come si può affrontare senza che comportino problemi soprattutto quando si ritornerà alla normalità?

“Sicuramente l’assenza di rapporti con i coetanei può produrre molte difficoltà nei bambini e negli adolescenti; in particolare sul loro sviluppo cognitivo, affettivo e relazionale. I soggetti in età evolutiva necessitano del confronto con i pari per crescere e per apprendere; non è possibile che interagiscano solo con adulti o con i propri genitori. Garantire il più possibile rapporti ‘virtuali’ con i coetanei diventa una necessità. Per lo sviluppo intellettivo e della creatività, può essere anche positivo che abbiano spazi di noia e di gioco solitario (sempre più rari nella società odierna), ma è anche fondamentale che trovino degli spazi di comunicazione e di gioco (con tanto di regole e confronto) per misurarsi con i propri pari”.

Sono passate già due settimane da quando siamo in quarantena. Ognuno si sta adattando come può a questo nuovo ritmo di vita. Man mano che andremo avanti, data la situazione che sembra essere più critica, che impatto avremo anche nel relazionarci con gli altri anche dopo, quando usciremo dall’emergenza?

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“Ci saranno sicuramente delle grosse difficoltà nel ritorno alla normalità, almeno nelle fasi iniziali. Paradossalmente potrebbe essere difficile tornare alla normalità, anche perché aldilà del disagio che viviamo, è molto facile in questo momento cedere a modi di vivere “regressivi”, infantili, adolescenziali. Per molti questa “quarantena” può rappresentare la perdita di responsabilità, oltre che di tempi scanditi. La privazione di tutto può, però, risvegliare la dimensione del desiderio dell’altro, sempre più soffocata nell’epoca moderna dal vivere compulsivo e dalla ricerca di soddisfare bisogni indotti. Questa distanza dall’altro paradossalmente potrebbe rinsaldare i legami sociali. La mancanza dell’altro, lo rende decisamente più presente”. 

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