Acqua pubblica, referendum contro la privatizzazione 

Dopo il decreto Ronchi la battaglia per l'acqua pubblica non si arresta: associazioni, movimenti e comitati, tra cui spicca padre Alex Zanottelli, continuano a lottare. A Napoli banchetti e presidi per il referendum

La protesta è montata sulla scia del decreto Ronchi, la legge che sancisce la liberalizzazione dei servizi pubblici. Dal 17 novembre 2009, data dell’approvazione definitiva da parte del Parlamento, realtà associative, movimenti e comitati civici hanno messo in moto una battaglia personale per dire no alla privatizzazione dell’acqua. In centinaia di piazze italiane è partita la raccolta firme per promuovere tre referendum per la ripubblicizzazione degli acquedotti nazionali. L’obiettivo è raggiungere le 700mila sottoscrizioni e andare al voto nella primavera del 2011.

La campagna di sensibilizzazione è partita il fine settimana del 24 e 25 aprile 2010 e andrà avanti fino al 21 luglio. Tra i promotori spicca padre Alex Zanotelli, missionario comboniano che ha vissuto per 12 anni in una baraccopoli del Kenya e ha toccato con mano le difficoltà dell’approvvigionamento idrico. “L’acqua è l’oro blu del futuro – sottolinea durante i suoi interventi pubblici – vale più un litro d’acqua che uno di petrolio. Le grandi multinazionali stanno mettendo le mani sul bene più prezioso dell’umanità. Loro sanno che è già scarsa oggi e negli anni andrà a diminuire”. Padre Alex Zanotelli cita dei dati statistici: “Solo il 3 per cento dell’acqua mondiale è potabile e il 2,7 per cento è usatonell’agricoltura industriale. I ricchi consumano l’87 per cento dell’acqua, mentre 1.400 milioni di poveri non hanno accesso al servizio idrico”.

A Napoli i banchetti allestiti durante il weekend si alternano ai presidi fissi. Un lungo elenco dei luoghi in cui è possibile firmare è disponibile in rete, sulla pagina Facebook del comitato campano per l’acqua pubblica. Gli uffici regionali e municipali si alternano alle sedi dell’associazionismo locale e ai sindacati. “Entro il 21 luglio – spiega Vincenzo Ruggiero, referente napoletano della campagna referendaria – vogliamo arrivare a 70mila nominativi. Oltre a chiedere nome, cognome e documento di riconoscimento, sollecitiamo la popolazione all’impegno diretto. Chi lascia i propri recapiti dovrà sforzarsi di andare a votare, perché non possiamo promuovere una consultazione elettorale che poi non raggiungerà il quorum”. Complessivamente le firme raccolte nel Napoletano sono circa 14mila, a fronte di un dato nazionale di 200mila sottoscrizioni.comitato

La gestione del servizio idrico in Campania è basata sulla divisione in cinque ambiti territoriali ottimali. L’Ato numero 3, che comprende i comuni del Vesuviano e del Sarnese, è l’unico ad essere gestito da una società a capitale misto pubblico e privato. Dopo la città di Arezzo, è il secondo sito in Italia ad essere stato privatizzato. Nel resto della Penisola, su 92 ambiti territoriali esistenti, 62 sono gestiti dal pubblico. Secondo la legge Ronchi, entro dicembre 2011 tutti gli Ato dovranno trasformarsi in società con almeno il 40 per cento di capitale privato. “La liberalizzazione – chiarisce Ruggiero – ha portato consistenti rincari sulle bollette, servizi a singhiozzo e investimenti ridotti di circa un terzo. In Italia si è passati dai 2 miliardi di spesa pubblica ai 700 milioni di spesa privata, con una riduzione dei posti di lavoro del 30 per cento”.

Tre i quesiti proposti dai comitati per l’acqua pubblica. Il primo propone l’abrogazione dell’articolo 23 bis della legge 133 del 2008, varata dal governo Berlusconi e relativa alla privatizzazione dei servizi pubblici di rilevanza economica. Il secondo quesito punta a cancellare l’articolo 150 del codice dell’ambiente approvato nel 2006 dall’esecutivo Prodi. Si tratta della norma relativa alla scelta della forma di gestione e alle procedure di affidamento del sevizio idrico integrato. Infine, il terzo quesito, tenta di depennare il comma 1 dell’articolo 154 del codice dell’ambiente del 2006, che stabilisce che la tariffa delle acque sia determinata tenendo conto della remunerazione del capitale investito. Già nel 2006 sono state raccolte 406mila firme (ne bastavano 50mila) per una legge d’iniziativa popolare per chiedere sostanziali cambiamenti, tra cui l'obbligo che i gestori del servizio idrico siano solo enti pubblici. “La proposta – aggiunge Vincenzo Ruggiero – è ferma da mesi nei cassetti della commissione Ambiente della Camera dei deputati”.

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