Allerta meteo e scuole chiuse: le ragioni e le possibili soluzioni

La necessità di implementare le procedure di allerta, nato a seguito di eventi tragici, è ormai un fenomeno di massa "social" che condiziona anche il dibattito politico

L'inizio della stagione autunnale coincide al solito con le polemiche legate ad "allerte meteo" e conseguenti chiusure di parchi, giardini e scuole. Il fenomeno viene normalmente banalizzato sui social, con effetti drammatici per comprensione del rischio, soprattutto tra i più giovani.

La necessità di implementare le procedure di allerta, nato a seguito di eventi tragici, è ormai un fenomeno di massa "social" che condiziona anche il dibattito politico. Un pendolo tra ragazzini inneggianti questo o quel sindaco, e genitori disperati che minacciano di non recarsi più alle urne.

Avrebbe molto più senso invece analizzare cos'è un'allerta meteo, come nasce, quali sono le modalità che portano alla firma di eventuali ordinanze sindacali e come mai negli ultimi anni si siano create condizioni così diverse rispetto al passato.

Come funziona un'allerta meteo

Nel nostro paese la gestione del sistema di allerta nazionale è assicurata dal Dipartimento della Protezione Civile e dalla Regioni, attraverso una rete di Centri di competenza. Si osservano le previsioni delle 24-48 ore successive e, sulla base di queste viene diramato a livello nazionale, ogni giorno, un bollettino di criticità (da “Verde” a “Rosso”) che descrive i possibili rischi sul territorio causati dall'arrivo del maltempo.

L'allerta può riguardare fenomeni meteorologici, idrologici e idrogeologici. Tali informazioni vengono recepite ed analizzate dai Comuni che a seconda del livello di criticità convocano il Comitato operativo comunale (C.o.c.) che definisce le azioni da realizzare al fine di garantire la pubblica sicurezza e che portano alla firma di eventuali ordinanze sindacali.
Non sono quindi i Sindaci che in totale autonomia e sulla base di scelte arbitrarie, dolori reumatici o riti pagani scelgono se si apre o chiude una scuola o un parco.

La nascita delle attuali procedure

La storia recente - e non - del nostro Paese ci insegna che viviamo, per diversi motivi, in un territorio fragile. Alluvioni, frane, allagamenti spesso hanno generato vittime e danni ingenti, basti pensare a Sarno o a Genova.

Proprio gli eventi di Genova del 2011 hanno rappresentato uno spartiacque fondamentale in tal senso. Ricordiamo tutti cosa accadde, le polemiche per le scuole aperte e le accuse (nonché le condanne) ai danni dell'allora primo cittadino per non aver adeguatamente tutelato la pubblica incolumità a seguito della comunicazione di eventi meteoidrologici critici.

Genova, come Napoli e come tante altre città italiane, sono fragili per diversi motivi. In primis a causa dell'urbanizzazione feroce che ha cementificato larghe aree un tempo verdi che consentivano il drenaggio delle acque, che oggi invece restano in superficie. Urbanizzazione che ha reso "necessario" in epoca storica, tombare ed incanalare artificialmente corsi d'acqua, così come a Genova anche a Napoli. Abbiamo trasformato antichi torrenti in strade (la denominazione napoletana "cupa" è indicativa di questo) perdendone la memoria collettiva, che torna evidente, quando Via (cupa) Cinthia si trasforma in un fiume che convoglia le acque dai versanti dei Camaldoli fino alla costa di Bagnoli.

Eppur le piogge ci sono sempre state. Leggo spesso miei coetanei, oggi genitori, che lamentano come "ai miei tempi si andava a scuola anche con i temporali". Ed è vero, ma è anche tristemente vero che oggi, rispetto a 30-40 anni fa, gli eventi sono mutati, sono più violenti ed imprevedibili. Leggiamo ormai quotidianamente di eventi caratterizzati da centinaia di millimetri di pioggia in poche ore, che dovrebbero cadere in un mese, oppure della “tropicalizzazione” del Mediterraneo che genera venti che possono raggiungere e superare localmente i 100 km/h generando anche improvvise trombe d'aria.

Fenomeni "nuovi" che le nostre città non sono in grado di gestire ordinariamente in assenza di procedure straordinarie. Perché la normale manutenzione, pur insufficiente, non riuscirebbe a limitare i danni compiuti dall'uomo in decenni di urbanizzazione selvaggia, malagestione di versanti e corsi d'acqua che oggi rappresentano un rischio collettivo.

Le possibili soluzioni

Quali soluzioni? Sicuramente non è più rinviabile un piano nazionale di messa in sicurezza del territorio che parta dalle piccole manutenzioni quotidiane, per cui bisogna fornire strumenti economici e strumentali agli enti locali preda delle politiche di austerity, ma che arrivi, con progetti di ampio respiro, a versanti e corsi d'acqua oggi abbandonati al proprio destino. La scomparsa dell'agricoltura in area urbana infatti si è tradotto in un progressivo abbandono dei versanti coltivati e della relativa "manutenzione contadina" (terrazzamenti, canalizzazione acque e pulizia).
Un tema in agenda politica nazionale da decenni, ma che mai ha avuto centralità e risorse tali da tradursi realmente in prevenzione. In un periodo storico i cui fenomeni meteoidrologici sono complessi ed imprevedibili questa può - e deve - essere l'unica strada maestra per non precipitare nella banalità del dibattito social.

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